26 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Ago, 2026

Trump offre il nucleare, ma chiede il riconoscimento di Israele

Nucleare in cambio del riconoscimento d’Israele. Questa è la proposta che il Presidente americano Donald Trump intende presentare, previa approvazione del Congresso sulla base dell’Atomic Energy Act, all’Arabia Saudita. Aiuto nella costruzione del grande sogno di Casa Saud, le centrali nucleari, in cambio di un passo indietro geopolitico e dell’adesione anche solo formale al quadro regionale voluto da Washington. Che include inevitabilmente Israele come legittimo e riconosciuto attore mediorientale. 
Una proposta, quella di Trump, già ben nota e più volte ribadita durante i molti viaggi del Presidente in Medio Oriente ma che vede ora un passo in avanti tecnico verso la materializzazione di un accordo in merito all’annosa questione dell’accesso saudita al nucleare civile. Un passo in avanti che però rischia di essere tanto precoce quanto inutile.

Lo stallo palestinese che blocca il riconoscimento di Israele

Dal canto loro, infatti, i sauditi hanno sempre ribadito che la normalizzazione delle relazioni con Israele richiederebbe innanzitutto la definizione di un percorso chiaro per la creazione di uno Stato palestinese. E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre respinto l’idea di uno Stato palestinese, considerandola insostenibile per la sicurezza del suo Paese. Uno stallo che ha sempre impedito il raggiungimento di un traguardo su cui Trump spinge fin dal suo ritorno alla Casa Bianca. Al di là delle necessità politiche di Trump, comunque, questa mossa assume oggi una chiara connotazione geopolitica in vista dei recenti sviluppi in Medio Oriente. Sviluppi che hanno visto la Turchia di Recep Tayyip Erdogan formare un’alleanza militare – nota come “Patto della Mecca” e che s’ispira piuttosto chiaramente alla Nato – con il Pakistan e l’Arabia Saudita. In chiave, almeno indirettamente, anti-israeliana.

Washington prova a riportare Riad sotto il proprio ombrello

Ed è forse proprio per tentare di sganciare quantomeno parzialmente Ankara e Riad che Trump e la sua amministrazione cominciano a parlare nuovamente di nucleare ai sauditi. Offrendo un obiettivo così tanto desiderato da Casa Saud Washington spera forse di rompere l’alleanza sul nascere, o almeno di ridimensionarla. Ricordando a Riad il ruolo che gli Stati Uniti hanno svolto per decenni nella sicurezza delle monarchie del Golfo.

Una fiducia incrinata dalla guerra e dalla crisi di sicurezza nel Golfo

Si tratta però di un azzardo. Forse persino di una mossa per certi versi disperata, visto che quel rapporto si è incrinato in tempi recenti proprio a causa della noncuranza dimostrata dagli statunitensi per i bisogni e le necessità dei propri alleati regionali, particolarmente colpiti dalla guerra contro Teheran. Guerra su cui, per inciso, non hanno mai avuto voce in capitolo e che nessuna delle capitali arabe del Golfo Persico ha cercato, voluto o alimentato. E per recuperare la fiducia persa in quella circostanza ci vorrà ben altro che una concessione energetica, per quanto molto ricercata, legata a doppio filo a una normalizzazione dei rapporti attualmente irricevibile in qualunque paese arabo.
A ben vedere è proprio questo aspetto “politico” della vicenda che risulta più anomalo nell’accelerazione verso il nucleare saudita da parte della Casa Bianca. Non è chiaro, infatti, cosa sia effettivamente cambiato negli equilibri regionali rispetto al passato al punto da spingere Trump ad essere così positivamente convinto di poter raggiungere questo obiettivo. La posizione americana in Medio Oriente, a seguito della guerra contro l’Iran, si è indebolita più che rafforzata. Così come la credibilità locale d’Israele, sempre più isolato e sempre più percepito come un partner scomodo da parte degli attori arabi della regione. I quali ormai stanno navigando in solitaria da mesi tentando di costruire proprie reti di alleanze più affidabili rispetto a quelle tradizionali. 

Più alleati e più alternative: perché Riad ha meno urgenza di cedere

Alla luce di tutto questo non è comprensibile perché, proprio ora che gli equilibri regionali stanno cambiando così radicalmente, Riad dovrebbe cedere su un tema tanto spinoso quanto quello del riconoscimento d’Israele. Del resto, il progetto dell’alleanza con i turchi non fa che guadagnare vigore, con sempre più attori che guardano con interesse a quella che alcuni osservatori hanno già definito una sorta di “Nato turca”. La Siria, il Bangladesh e persino l’Egitto, in tal senso, starebbero ponderando possibili partecipazioni nel progetto ed è sempre più evidente che l’influenza di Ankara si sta espandendo a macchia d’olio in tutta l’area. Grazie principalmente ai vuoti di potere lasciati dai principali belligeranti nel lungo conflitto mediorientale. Si tratta di un programma in divenire, sicuramente, ma è comunque un’altra opzione, del tutto nuova, nel ventaglio delle possibili scelte strategiche dei sauditi. Una scelta che un tempo la monarchia non poteva vantare. 
In un contesto simile, perché mai Riad dovrebbe acconsentire alle richieste americane? Il nucleare è certamente un punto fondamentale del progetto di sviluppo nazionale voluto dal Principe Mohammed bin Salman ma non è l’unico, né necessariamente il più importante. Specialmente alla luce delle nuove necessità di sicurezza emerse a seguito del conflitto nel Golfo. Il problema, dunque, non è capire quanto Riad desideri il nucleare. È capire quanto sia ancora disposta a pagarlo. Perché se fino a pochi anni fa Washington poteva immaginare di mettere sul piatto la propria protezione, la normalizzazione con Israele e l’accesso alla tecnologia nucleare come parti di un unico grande accordo strategico, oggi quella stessa equazione appare molto meno conveniente per i sauditi. Riad ha più interlocutori, più margini di manovra e, soprattutto, una percezione della propria sicurezza molto diversa da quella che aveva quando l’ombrello americano sembrava l’unica garanzia possibile.

Il vero prezzo del nucleare per Mohammed bin Salman

Trump può dunque offrire il nucleare per ottenere la normalizzazione. Ma per convincere Mohammed bin Salman a fare il percorso inverso, Washington dovrà dimostrare di avere ancora qualcosa che Riad consideri indispensabile. Ed è proprio questo, alla luce dei nuovi equilibri mediorientali, ciò che oggi appare meno scontato.

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