Se n’è andata a 80 anni la donna che ha scritto quasi 3.000 canzoni, fondato un parco a tema e distribuito 200 milioni di libri ai bambini: la vita di Dolly Parton, tra Jolene, 9 to 5 e un’ironia che non l’ha abbandonata nemmeno negli ultimi mesi
Dolly Parton è morta lunedì 25 agosto 2026 a 80 anni, al Vanderbilt-Ingram Cancer Center di Nashville, dopo quella che i suoi rappresentanti hanno definito «una breve battaglia» contro un cancro mai reso pubblico. Ed è difficile, per chiunque abbia mai ascoltato una sua canzone, non sentirsi improvvisamente un po’ più soli: se n’è andata una delle poche persone al mondo capaci di far ridere e commuovere nello stesso identico minuto, spesso nella stessa strofa.
La bambina di Locust Ridge che si inventò Dolly Parton
Nata il 19 gennaio 1946 a Pittman Center, nel cuore delle Great Smoky Mountains del Tennessee, era la quarta di dodici figli in una famiglia così povera da vivere in una casa a una sola stanza. Da quella baracca di montagna, tra galline e fratelli, Dolly ha tirato fuori un personaggio pubblico che sembrava uscito da un cartone animato: parrucche platino, tacchi vertiginosi, unghie laccate, un décolleté diventato leggendario al punto che lei stessa amava scherzarci sopra più di chiunque altro. «Ci vogliono un sacco di soldi per sembrare così a buon mercato, diceva di sé. Dietro quell’estetica da fenomeno da baraccone volontario, però, si nascondeva una delle penne più prolifiche della storia della musica americana: quasi 3.000 canzoni scritte in una vita, centinaia delle quali incise.»
Da Porter Wagoner a “Jolene”: il momento in cui diventa Dolly
Trasferitasi a Nashville nel 1964 appena diplomata, lavora inizialmente come autrice per altri prima di trovare il suo posto nel mondo grazie al sodalizio con il cantante e showman Porter Wagoner, che la porta nel suo show televisivo per sette anni. È un’unione fortunata ma soffocante, e nel 1974 Dolly decide di andarsene per fare la sua musica: lo racconta proprio in «I Will Always Love You», scritta come lettera d’addio a Wagoner, non come dichiarazione d’amore romantico com’è stata spesso fraintesa (grazie anche a Whitney Houston, che ne farà un successo planetario nel 1992). Un anno prima, nel 1973, era arrivata «Jolene», implorazione rivolta a una donna dai capelli rossi accusata di volerle portare via il marito: tre minuti e mezzo diventati uno dei brani più coverizzati della storia del country, capaci di funzionare uguale se cantati da un adolescente col cuore spezzato o da un’intera arena che urla in coro.
Dalle 9 alle 5, orario continuato (e un Oscar mancato per un pelo)
Negli anni Ottanta Dolly decide che il country le sta troppo stretto e si lancia nel pop con «Here You Come Again», «Two Doors Down» e soprattutto «9 to 5», scritta per il film omonimo del 1980 in cui recita al fianco di Jane Fonda e Lily Tomlin, storia di tre impiegate che si vendicano del capo maschilista. La canzone le vale una nomination all’Oscar, che non vince, ma diventa comunque l’inno non ufficiale di chiunque abbia mai timbrato un cartellino con rabbia in corpo. Il bello è che quel ritmo di macchina da scrivere scandito con le unghie, diventato iconico, lei lo aveva registrato sul serio battendo le unghie acriliche su un tavolo, perché suonava meglio di qualsiasi strumento a percussione.
Non solo canzoni: Dollywood, i libri e un impero costruito da sola
Dolly non è mai stata solo una voce da classifica. Ha fondato nel 1986 il parco a tema Dollywood, ha duettato con Kenny Rogers in «Islands in the Stream», ha inciso «Trio» con Emmylou Harris e Linda Ronstadt vincendo un Grammy, e nel 1995 ha creato la Imagination Library, che oggi ha distribuito oltre 200 milioni di libri gratuiti ai bambini di tutto il mondo, ispirata anche dal fatto che suo padre non aveva mai imparato a leggere. Ha inciso 49 album in studio, venduto oltre 100 milioni di dischi e vinto 11 Grammy Award più uno alla carriera, entrando nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2022 nonostante non fosse mai stata considerata un’artista rock.
Gli ultimi anni, tra silenzi e ironia fino alla fine
Nell’ultimo anno di vita Dolly aveva cancellato una residenza di concerti a Las Vegas per «problemi di salute a cui non avevo prestato attenzione mentre mi prendevo cura di Carl», il marito Carl Dean, sposato nel 1966 e morto nel marzo 2025 dopo quasi sessant’anni insieme. Anche in quel momento delicato non aveva perso l’ironia, specificando ai fan che gli interventi a cui si sarebbe sottoposta «non saranno la solita visita dal chirurgo plastico», e aveva persino ipotizzato di continuare a esibirsi attraverso spettacoli in “avatar” per non deludere il pubblico. Ecco, forse è proprio questo il ritratto più fedele di Dolly Parton: una donna capace di scherzare sulla propria morte imminente con la stessa disinvoltura con cui scherzava sul proprio seno, lasciandoci in eredità canzoni che continueranno a farci ballare in cucina molto dopo che avremo dimenticato quasi tutto il resto.






























