Tim Curry è morto a 80 anni nella tarda serata di martedì 25 agosto, nella sua casa di Los Angeles, dopo anni segnati dalle conseguenze di un grave ictus subito nel 2012. Ed è impossibile non sentirsi un po’ più impoveriti: se n’è andato l’attore che più di chiunque altro ha reso i personaggi eccentrici, ambigui e spaventosi qualcosa di irresistibilmente divertente da guardare.
Il chierichetto inglese che sarebbe diventato Dr. Frank-N-Furter
Nato il 19 aprile 1946 a Grappenhall, in Cheshire, figlio di un cappellano della Royal Navy metodista, Curry aveva iniziato come voce bianca in chiesa a sei anni, per poi recitare Shakespeare già a dieci. Dopo gli studi a Cambridge e Birmingham, il vero salto arriva nel 1973, quando si aggiudica il ruolo dello scienziato transessuale Dr. Frank-N-Furter nella produzione originale londinese di The Rocky Horror Show, presentandosi al provino con una versione scatenata di «Tutti Frutti» di Little Richard. Porterà quel ruolo a Los Angeles, a Broadway e infine sul grande schermo nel film omonimo del 1975, suo debutto cinematografico e personaggio che lo consacrerà per sempre: reggicalze, tacchi a spillo e un carisma tanto sfacciato da trasformare un film di culto in un rito collettivo che si ripete nei cinema ancora oggi, cinquant’anni dopo.
Da Pennywise ai Muppet: il volto (e la voce) di mille incubi e risate
Curry ha avuto la rara capacità di far paura e far ridere con la stessa identica faccia. Nel 1990 diventa Pennywise, il pagliaccio assassino della miniserie tratta da «It» di Stephen King, terrorizzando una generazione intera con un sorriso che nessuno è più riuscito a dimenticare. Ma è stato anche il maggiordomo Wadsworth nella commedia cult «Clue» del 1985, il diavolo cornuto in «Legend»di Ridley Scott, e la voce di innumerevoli cattivi di cartoni animati, da «Peter Pan e i pirati», che gli vale un Emmy, a «Le nuove avventure di Batman». Generazioni diverse lo hanno amato per motivi completamente diversi: c’è chi lo ricorda come lo scassinatore Harry nel raccapricciante duo di «Mamma ho perso l’aereo 2», chi come il coreografo Mozart in «Amadeus» a Broadway, ruolo che gli è valso una delle sue tre candidature al Tony Award.
Un attore da palcoscenico prestato al cinema
Prima ancora di diventare un’icona pop, Curry era già un mostro sacro del teatro britannico: ha lavorato con la National Theatre of Great Britain, ha vinto il Royal Variety Club Award come attore dell’anno. Una versatilità che lo ha portato a spaziare dal doppiaggio di videogiochi alla conduzione del Saturday Night Live e dei Golden Globe, dimostrando che per lui non esisteva davvero un confine tra attore serio e icona di culto.
Gli ultimi anni, tra silenzio e memorie
Dopo l’ictus del 2012, che lo aveva costretto su una sedia a rotelle e lontano dai riflettori per oltre un decennio, Curry era tornato a farsi vedere solo per occasioni speciali, come la tournée celebrativa dei 50 anni di «Rocky Horror» nell’autunno 2025. Proprio l’anno scorso aveva pubblicato Vagabond, un memoir in cui ripercorreva carriera, eccessi e il lungo percorso di riabilitazione dopo l’ictus. Restano le sue interpretazioni, i suoi travestimenti, la sua voce inconfondibile: Tim Curry ha passato una vita intera a dimostrare che essere strano, sopra le righe e leggermente inquietante può essere, in fondo, la forma più alta di intrattenimento.































