Iran e Oman hanno deciso come spartirsi le acque e i proventi dello Stretto di Hormuz. Ma la riapertura resta legata allo scontro con Washington. I Pasdaran avvertono: «Se l’America non accetterà le nostre condizioni, lo Stretto non sarà assolutamente riaperto».
È un passaggio decisivo per lo snodo energetico della regione. L’intesa arriva dopo circa un mese di negoziati tra Teheran e Mascate. Il portavoce dei Pasdaran Hossein Mohebi ha annunciato che Iran e Oman hanno concordato le rispettive quote delle acque e la ripartizione dei ricavi, accusando gli Stati Uniti di aver ostacolato i lavori e rallentato l’accordo.
Il corridoio temporaneo e il negoziato per l’assetto permanente
Reuters aveva già riferito del negoziato su un corridoio temporaneo congiunto e sullo sminamento dello Stretto, entrato nel vivo grazie agli scambi tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo omanita Badr Al Busaidi, incontratisi a Teheran martedì. Il quadro prevede una ripresa graduale della navigazione, mentre Iran e Oman proseguiranno i negoziati tecnici per un corridoio permanente e per definirne gestione, sicurezza, servizi marittimi e scambio di informazioni. Secondo la proposta, il traffico in ingresso nel Golfo Persico passerebbe attraverso acque iraniane, quello in uscita attraverso acque iraniane e omanite. La fase tecnica dovrebbe durare 30-60 giorni. Le navi militari non sarebbero ammesse al corridoio. Ma il punto decisivo è politico: Teheran vuole che Washington accetti le condizioni dell’intesa prima della riapertura.
Teheran e Washington, due versioni opposte della riapertura
L’accordo con l’Oman non è solo una soluzione alla crisi della navigazione: può diventare la nuova architettura per governare Hormuz. Washington sostiene una versione opposta. Donald Trump insiste che lo Stretto sia «aperto e perfettamente funzionante», afferma che le mine sono state eliminate e che continui a transitare una grande quantità di petrolio. Secondo il presidente, ieri sarebbero transitati dieci milioni di galloni. Ha inoltre minacciato di distruggere eventuali nuove mine.
Il traffico resta sotto la normalità e crescono i trasferimenti in mare
I numeri raccontano però una realtà diversa. Martedì cinque navi commerciali hanno attraversato Hormuz, contro una media di 15 nei dieci giorni precedenti. Il dato può essere rivisto: alcune imbarcazioni spengono i transponder, ma conferma quanto il traffico sia ancora lontano dalla normalità. E mentre Hormuz resta un collo di bottiglia, il traffico energetico cerca altre strade. Nel Golfo di Oman sono state individuate almeno 20 operazioni ship-to-ship in 24 ore, per circa 25 milioni di barili, secondo TankerTrackers, con altre cinque operazioni rilevate successivamente, compreso Gpl iraniano. Le petroliere trasferiscono il carico direttamente in mare, riducendo rischi e vincoli del passaggio nello Stretto.
Petrolio, sanzioni e il rischio per gli armatori
Il mercato ha reagito alle prospettive dell’intesa con un calo dei prezzi del petrolio. Ma gli analisti avvertono che un accordo regionale non basterebbe a riportare i flussi alla normalità: restano il blocco americano sui porti iraniani, le sanzioni e il rischio per gli armatori. Prima della guerra, attraverso Hormuz passava circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e Gnl.
Rubio congela l’offensiva e Washington alza la pressione economica
Sul fronte americano, intanto, Washington sembra scegliere una pausa militare. Secondo quanto riferito dal Times of Israel, il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe indicato che, per ora, gli Stati Uniti non prevedono una nuova offensiva contro l’Iran e intendono puntare sulla leva economica. La pressione, infatti, è aumentata. Washington ha ampliato le sanzioni contro persone, società e navi legate all’Iran, colpendo tecnologia, oro, asset digitali, aviazione e trasporto marittimo, e ha minacciato i partner commerciali di Teheran. La risposta iraniana è stata definita una forma di «bullismo sistematico» e di grave illegalità. Gli Stati Uniti hanno inoltre offerto una ricompensa fino a 10 milioni di dollari per informazioni sui vertici dei Pasdaran.
Sul fronte delle minacce personali, il Secret Service americano ha aperto un’indagine su un video diffuso dalla televisione di Stato iraniana e affiliato ai Pasdaran che prende di mira Barron Trump, il figlio più giovane del presidente. Il filmato sostiene di averne monitorato gli spostamenti e parla di una ricompensa da 10 milioni di dollari; l’agenzia americana ha confermato di essere a conoscenza del video e di esaminare ogni contenuto che possa minacciare persone sotto protezione. Le accuse sulla presunta taglia non sono state verificate indipendentemente.
Cina, Pakistan e Qatar: la diplomazia intorno a Hormuz
Il fronte più delicato è quello cinese. Pechino, principale acquirente del petrolio iraniano, contesta le misure americane e sostiene che la cooperazione con Teheran è legittima e non debba essere interrotta. La guerra economica contro l’Iran rischia così di trasformarsi anche in un nuovo capitolo dello scontro tra Washington e Pechino.
Con la pressione in aumento, torna la diplomazia regionale. Il Pakistan propone altri 60 giorni di negoziati tra Iran e Stati Uniti per rilanciare il confronto sulla fine della guerra, sulla riapertura di Hormuz e sulla revoca delle sanzioni. La proposta sarebbe stata presentata alla leadership iraniana dal capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, durante la sua recente visita a Teheran. Secondo fonti pakistane, Washington vorrebbe legare la ripresa dei colloqui alla riapertura dello Stretto. Teheran, però, mantiene una condizione precisa: prima della riapertura di Hormuz dovranno cessare le violazioni israeliane del cessate il fuoco, soprattutto nel sud del Libano. Anche il Qatar mantiene aperto il canale con Teheran e Mascate. Doha sostiene il quadro provvisorio per Hormuz, il corridoio congiunto e il progetto di sminamento, mentre l’Oman continua a proporsi come mediatore.
Il rientro dei diplomatici Usa e gli altri fronti regionali
Un altro segnale arriva dagli Stati Uniti: Washington prepara il rientro di personale diplomatico in alcune sedi mediorientali evacuate o ridimensionate durante la guerra, tra cui Libano, Israele, Arabia Saudita e Baghdad. Il movimento suggerisce una valutazione di rischio più bassa rispetto alla fase precedente, anche se alcune ambasciate resteranno inizialmente sotto il livello massimo di personale. Sul resto del fronte regionale, a Gaza nuovi raid israeliani hanno provocato vittime palestinesi, mentre nel sud del Libano proseguono i bombardamenti israeliani. Ma il cuore della giornata resta Hormuz. Iran e Oman hanno messo sul tavolo un meccanismo che comprende quote delle acque, proventi, corridoio temporaneo, sminamento e negoziato per un assetto permanente. Ma la riapertura resta legata alla risposta di Washington e alle condizioni poste da Teheran. Trump dice che Hormuz è già aperto. I numeri del traffico dicono che non è tornato alla normalità. Rubio congela, per ora, una nuova offensiva e punta sulla pressione economica. Pakistan e Qatar cercano di riaprire il negoziato. La Cina respinge la stretta americana. La partita, dunque, non è più soltanto se Hormuz riaprirà. È chi stabilirà le regole della riapertura. E oggi, per la prima volta, Iran e Oman hanno iniziato a scriverle.































