In Wisconsin Francesca Hong sfiora la vittoria e conferma la forza crescente dell’ala socialista dem. Sul fronte repubblicano, intanto, tre endorsement di Trump non bastano a portare alla vittoria i suoi candidati
Un altro giorno di primarie, un’altra puntata per capire dove sta andando l’America e quali forze ribollono nella pancia del più grande Paese occidentale. In vista delle elezioni di medio termine di novembre, la scelta dei candidati – soprattutto da parte dell’opposizione – è sempre stata un barometro importante. Anche per comprendere l’evoluzione dei valori e delle strategie elettorali del panorama politico americano.
Il Wisconsin misura la forza dei socialisti
La battaglia più seguita nel round di primarie di oggi è stata quella che in Wisconsin ha diviso i democratici sulla scelta più opportuna per l’incarico di governatore.
La socialista Francesca Hong, di origini coreane e data per favorita nei sondaggi, ha perso per una frazione di punto percentuale contro l’afroamericano David Crowley. A favore di quest’ultimo aveva giocato il ritiro last minute degli altri candidati e l’endorsement dell’establishment del partito.
Il Wisconsin non è uno Stato qualunque. Con Michigan, Ohio e Pennsylvania, fa parte di quella Steel Belt operaia uscita spolpata dalla globalizzazione. E che ha consegnato per ben due volte a Donald Trump le chiavi della Casa Bianca. Il Wisconsin è anche uno swing state, vale a dire uno di quegli Stati incerti che decidono le elezioni presidenziali.
Anche per questo i risultati delle primarie democratiche erano considerati un indicatore decisivo per capire dove stia andando il partito. E quanto appeal il messaggio del crescente movimento socialista americano possa avere al di fuori delle grandi realtà urbane progressiste della costa.
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Il centrismo esulta, ma il quadro è complesso
Non a caso, la sconfitta della Hong è stata immediatamente indicata dai fautori di una politica democratica più centrista come il simbolo che i Dem debbano guardare a un approccio pragmatico se vogliono mantenere la propria base e convincere anche gli elettori indipendenti della bontà delle proprie ricette.
La popolarità dei socialisti, quindi, sarebbe da restringere a città come New York, che l’anno scorso ha visto l’elezione di Zohran Mamdani come sindaco, e non sarebbe replicabile altrove, tantomeno a livello nazionale.
Un’interpretazione sicuramente con qualche fondamento, ma che non rappresenta tutto il quadro.
Innanzitutto, la sconfitta di Hong di stretta misura rende chiaro come le ricette socialiste siano comunque in grado di muovere una parte quasi maggioritaria della base democratica, anche in Wisconsin. La vittoria del socialista Abdul el-Sayed lo scorso 4 agosto alle primarie per la scelta del candidato democratico al posto di senatore nel confinante Michigan era già suonata come un campanello d’allarme per l’establishment democratico.
Sanders e Ocasio-Cortez restano alla finestra
In secondo luogo, va notato come i pezzi da novanta del movimento progressista americano non abbiano in questo caso preso posizione sul voto in Wisconsin, a differenza di quello newyorchese e in Michigan: tanto il senatore Bernie Sanders, capostipite del nuovo movimento progressista americano, quanto la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno evitato esplicitamente di dare il proprio endorsement alla Hong, lasciando intendere di non conoscere abbastanza la candidata.
Secondo alcuni osservatori, le controversie sul passato della Hong – che in alcuni vecchi post aveva chiesto di abolire il Giorno del Ringraziamento, il Natale e la polizia in nome dell’anti-razzismo e aveva assunto come vice-capo della campagna elettorale una OnlyFanser lobbista dell’industria pornografica – avrebbero indotto l’ala istituzionale dei progressisti a evitare abbracci politici che potessero danneggiare il movimento.
Per altri, invece, si sarebbe trattato di un tacito atto di desistenza con l’establishment centrista democratico, in nome della comune lotta a Trump: mentre Sanders e Ocasio-Cortez non hanno appoggiato la Hong, allo stesso modo i big del partito legati alle correnti più moderate non hanno impedito a Peggy Flanagan, la vicegovernatrice del Minnesota sostenuta dai progressisti, di vincere senza difficoltà le primarie per diventare la candidata al Senato per il suo Stato.
Una brutta giornata per Trump
Una brutta giornata invece per il presidente americano Donald Trump. Il suo amico di vecchia data Mike Lindell, Ceo di una grande compagnia produttrice di cuscini, suo storico finanziatore e sostenitore del “furto” delle elezioni del 2020, ha perso a sorpresa le primarie per correre come governatore del Minnesota contro la repubblicana locale Lisa Demuth nonostante il forte endorsement del tycoon.
La battuta d’arresto non mette in dubbio il controllo del presidente sul Partito Repubblicano, ma è il terzo scivolone in pochi giorni.
Lo scorso 4 agosto infatti il candidato trumpista Amir Hassan aveva perso le primarie per un seggio da deputato in Michigan nonostante l’endorsement di Trump e il fatto di correre praticamente da solo: gli elettori, infatti, hanno preferito votare per un candidato che si era ritirato dalla corsa diverse settimane prima.
In Tennessee, invece, il deputato conservatore Andy Ogles, famoso per le sue battaglie a favore della remigrazione e contro gli omosessuali, ha perso la rielezione contro un repubblicano più moderato nonostante l’appoggio della Casa Bianca.
Le prossime crepe nel partito repubblicano
Brutti segni in vista di altri appuntamenti che potrebbero essere decisivi per gli equilibri del Congresso che uscirà dalle urne a novembre: in South Carolina, Darline Graham, sorella del defunto Lindsey Graham e neonominata senatrice nel seggio di suo fratello, è stata costretta ad andare al ballottaggio contro il deputato Ralph Norman pur essendo appoggiata dallo stesso Trump.
E in Ohio il deputato Max Miller è sopravvissuto a un tentativo del suo stesso partito di farlo ritirare dopo che sono emerse a suo carico accuse molto serie di violenza domestica e minacce contro sua moglie, figlia – tra l’altro – del senatore repubblicano Bernie Moreno.
Anche in questo caso il sostegno di Trump al suo alleato Miller si è rivelato decisivo. Sempre che questo, alla fine, non costi ai repubblicani un altro seggio a novembre.































