12 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Ago, 2026

Lavitola confessa: «Sono io il mandante dell’attentato a Ranucci»

Valter Lavitola

Dopo oltre cinque ore di interrogatorio a Rebibbia, Valter Lavitola ammette di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, confermando l’impianto accusatorio della Procura di Roma


La seconda bomba del caso Ranucci è esplosa alle 17,31 di mercoledì, quando le agenzie iniziano a battere le parole dell’avvocato Sergio Cola, legale di Valter Lavitola: «Ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura, ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato e dice di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare il livello di protezione».

Dichiarazione fatta al termine dell’interrogatorio di garanzia del faccendiere nel carcere di Rebibbia, iniziato alle 12 e proseguito fino al pomeriggio. D’altronde il quadro indiziario lasciava pochi spazi ai dubbi, ma l’ammissione del diretto interessato adesso apre a catena un’altra serie d’interrogativi.

Ammettere di essere il mandante serve a smontare il metodo mafioso e l’ipotesi di strage: se l’ordigno era finalizzato a ottenere più scorta, l’evento non era diretto a intimidire la vittima ma a proteggerla.

«Dammi il via libera per fare tutto il casino»

Va anche detto però che l’ordinanza con cui è stato disposto il suo arresto aveva già registrato la sua insistenza sul rafforzamento delle misure di protezione.

Un mese dopo l’esplosione dell’ordigno dinanzi casa di Ranucci, la sera del 16 ottobre 2025, a Pomezia, località Campo Ascolano, c’è uno scambio di messaggi whatsapp tra il conduttore e Lavitola, quest’ultimo gli scrive: «Ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente», e ancora «dammi retta, in qualsiasi momento tu sei esposto, devi avere una struttura di protezione fisica».

Specificando anche che la scorta deve essere di almeno quattro uomini, con una ricognizione da effettuare dieci minuti prima sul luogo dove si sta recando.

La confessione dopo cinque ore di interrogatorio

La difesa costruisce quindi la sua tesi su materiale che sta già negli atti dell’accusa, una mossa intelligente, perchè non è una resa, è già una scelta processuale. Il quadro indiziario costruito dai carabinieri era ormai chiuso: le celle telefoniche sui sopralluoghi di settembre, il tragitto a Campo Ascolano con Gomes Clesio Tavares, il factotum latitante in Camerun di Lavitola, la catena di relazioni tracciate dai tabulati che porta al gruppo irpino di tre uomini e una donna ritenuti gli esecutori materiali e già in carcere dal 30 giugno scorso.

Su quel terreno la difesa non aveva più margini, e insistere nella negazione avrebbe significato presentarsi al Tribunale del Riesame senza credibilità. Cade quindi la scusa dell’ordigno “per affetto” ipotizzata anche dagli investigatori. Se il gesto era rivolto a “proteggere” e non a spaventare la vittima, le altre aggravanti perdono il loro fondamento

Resta latitante Gomes Tavares

Gli stessi fatti, letti dall’accusa come pretesto, vengono trasformati in prova di coerenza tra intenzione e comportamento successivo. Stesso corpo documentale, due narrazioni opposte. C’è poi il calcolo sulle esigenze cautelari, perché chi ammette indebolisce l’argomento dell’inquinamento probatorio e apre alla richiesta dei domiciliari, e c’è la prospettiva di un rito abbreviato con le attenuanti generiche. Da notare che Lavitola non ha scaricato la responsabilità su Tavares né sugli esecutori: incassa il credito dell’ammissione senza pagare il prezzo del chiamante in correità.

I due nodi che restano

Restano due nodi che la versione non scioglie. Il primo è che l’ammissione è irreversibile, mentre il movente protettivo resta indimostrato e poggia su minacce a Ranucci che ora dovranno essere riscontrate. Il secondo è che nessuna finalità protettiva spiega perché, per innalzare il livello di sicurezza di un giornalista già sotto scorta, occorresse rivolgersi a una banda campana e far collocare gelatina di cava davanti al suo cancello. È esattamente ciò che l’accusa chiama modalità mafiosa.

Il post di Ranucci: «La voce che spaventa»

Nelle stesse ore Sigfrido Ranucci è intervenuto sui social con un post dal titolo “La voce che spaventa”.

«Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza», scrive. E aggiunge: «Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA