Nel concreto, cosa è successo a Ceuta? I migranti sono diventati strumenti di una partita geopolitica e propagandistica che ha alimentato scontri e tensioni tra i governi d’Europa e una corsa alla linea dura
È come la logica dei dazi. Il primo che li mette si sente il più furbo di tutti: incassa denaro e danneggia le economie altrui, proteggendo la propria. O almeno, avendone l’illusione. Fino a che non scopre che il prezzo maggiorato lo pagano le proprie imprese e i propri cittadini. E, soprattutto, gli altri fanno lo stesso. Risultato? I costi e la complessità del sistema sono aumentati per tutti, per ritrovarsi peraltro al punto di partenza, nella stessa situazione di prima, ma a prezzi maggiorati.
E con meno fiducia reciproca, meno volontà di collaborazione per risolvere i problemi comuni. Cornuti e mazziati, come si dice meno accademicamente. Ecco, nel dopo Ceuta, e ormai sempre più spesso quando si tratta di migrazioni, è andato in scena lo stesso identico copione.
Cosa è successo davvero a Ceuta
Nel concreto, cosa è successo a Ceuta? Che una crisi obiettiva, che avrebbe potuto sortire effetti ben più gravi, è stata gestita, in fondo, abbastanza bene. La maggior parte di chi è arrivato dal Marocco è ripartita nel giro di non più di quarant’otto ore, molti già nelle prime ventiquattro. 70mila persone su 72mila, secondo dati ufficiali (in una città che conta appena 85mila abitanti!): piuttosto efficiente, dopo tutto.
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Rimangono gli strascichi (è vero, pesanti: ma non tutti riconducibili ai fatti del 30 e 31 luglio – molti sono precedenti) della gestione complessa di qualche migliaio di subsahariani irregolari, e di molti minori marocchini, di cui le autorità stanno cercando le famiglie.
Quale sarà il costo per l’Europa? Praticamente nessuno, sul piano pratico. Se va male, in tutta Europa da Ceuta arriveranno, diluite nei prossimi mesi e anni, qualche decina o forse centinaio di persone. Meno di quelle che arrivano in una mattinata sulle sole coste siciliane. Eppure, insieme, in coro, il mondo MAGA e le destre europee hanno gridato all’invasione.
Trump, dicendo che se perdesse le elezioni di midterm e non fosse rieletto presidente, e vincessero i democratici, negli USA accadrebbe molto peggio. Musk, tuonando, con la potenza di fuoco dei suoi soldi e dei suoi social, a sostegno delle peggiori forze xenofobe o francamente razziste europee, di cui caldeggia la vittoria e che sostiene operativamente. E i governi europei, che nell’ansia di perdere voti a loro favore, si buttano al loro inseguimento, regalandogliene a piene mani.
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I migranti come pedine geopolitiche
Pensare che i fatti di Ceuta hanno poco a che fare con i normali flussi migratori: sia nella loro fisiologia che nella loro patologia, come avrebbe potuto essere, per fare un parallelo italiano, l’arrivo nel 1991 della nave albanese Vlora con 20mila persone a bordo. Anche allora si gridava all’invasione. Anche allora si temeva il peggio. Ma alla fine, come a Ceuta, furono tutti rimpatriati con il magro bottino di un jeans e una maglietta, e la promessa menzognera di essere portati in nord Italia: e l’emergenza albanese, di cui tutti ora si sono dimenticati, si sgonfiò in pochi mesi.
No, Ceuta non ha avuto un granché a che fare con le migrazioni, e ancora meno con una inesistente minaccia terroristica alla nostra sicurezza. Ha avuto invece molto a che fare con la geopolitica, e l’uso cinico dei migranti come «arma di migrazione di massa», come già fatto da Turchia, Tunisia, Egitto, trafficanti libici, nel frequente ping pong (la pallina sono i migranti) che si svolge sulle frontiere balcaniche, dall’Italia stessa quando lasciava uscire senza controlli i suoi irregolari, nelle «restituzioni» tra Francia e Italia, fino alle mosse odierne, e speculari, di Italia e Spagna (e Germania).
Anche a Ceuta, come altrove, i migranti sono stati la pedina di un gioco più grande, che li usava ma non li riguardava: e muoveva le sue pedine tra Rabat, Tel Aviv e Washington, tutti quanti per motivi diversi nemici contingenti di Madrid. E quelli che si sono illusi, i migranti richiamati da un potente specchietto per le allodole, sono gli unici che hanno pagato un prezzo vero: in questo caso, con oltre un centinaio di morti. Nel caso delle polemiche che sono seguite (tra Italia e Spagna in primis), invece, l’obiettivo più che geopolitico era propagandistico: e a morire è stato solo il buon senso.
L’Europa e la rincorsa alla destra-destra
A Ceuta, contrariamente a quanto è stato detto, non è quindi morta l’Europa. Ha mostrato di essere morente una parte consistente della classe dirigente delle nazioni che la compongono (in particolare quella oggi maggioritaria, di centro-destra – ma non solo: si pensi alla premier danese in prima linea insieme a quella italiana). Che ha, tutta, il problema della concorrenza della destra-destra.
Tra l’altro, nel caso delle forze nazionaliste e sovraniste, si tratta di forze tradizionalmente antieuropeiste non per quello che l’Europa fa, ma per il semplice fatto che esiste: e, quindi, l’attacco non stupisce. Ma il prezzo di queste picconate lo paghiamo tutti.
Non solo mostrando l’insipienza di un ministro (quello degli esteri, Tajani), che confonde regolarizzazioni con cittadinanze, che consentono la libera circolazione in Europa. Non solo con la patetica ripicca voluta da Meloni (seguita da analoga patetica ri-ripicca di Sanchez) dei controlli alle frontiere per la Spagna, che nemmeno confina con noi (figuriamoci Ceuta) e che nulla hanno da intercettare (e si rivolgono a un paese che ospita almeno 300 mila italiani, in crescita tumultuosa negli ultimi anni, e forse dovremmo domandarci il perché, e cosa trovano là, che qui non c’è: tra qualità della vita, apertura culturale, maggiori opportunità e salari più decenti).
Il paradosso delle regolarizzazioni
Il più sorprendente è il viceministro Cirielli, con delega proprio ai rapporti con la Spagna. Che denuncia il fatto che la Spagna ha voluto una regolarizzazione che ha fatto emergere oltre mezzo milione di persone, che altri paesi europei non volevano. Detto da chi dice che gli stati hanno il sovrano diritto di decidere in autonomia.
E, ironicamente, da una destra che ha promosso le due più grandi regolarizzazioni della storia italiana, la prima con la Bossi-Fini e la seconda sotto Berlusconi, e continua a farlo sotto forma di click day annuali: che sono diversi dalla regolarizzazione spagnola solo perché, a causa di un farraginoso meccanismo burocratico che si presta anche a infiltrazioni mafiose, non funzionano se non in numeri limitati.
Mentre le regolarizzazioni semplici spagnole producono integrazione, pace sociale, vantaggi per il fisco e per l’economia, che infatti cresce, anche per questo, più della nostra. E noi invece continuiamo a produrre la stessa irregolarità che poi si dice di voler combattere, per via legislativa e amministrativa.
Risposte vecchie a un problema nuovo
Forse il mismatch vero è tra un problema antico ma nuovo nelle sue forme, quello della mobilità umana, e le risposte vecchie, addirittura stantìe, per chi ha studiato poesia direi gozzaniane (le buone cose di pessimo gusto e, aggiungiamo, di assai dubbia efficacia) offerte dalle nostre classi dirigenti politiche.
Che con lo sguardo ostinatamente voltato all’indietro, ma andando avanti a tutta velocità, rischiano di andare a sbattere. Il che non sarebbe così grave, se non fosse che ci portano con loro.
































