Con la cronometro a squadre di Barcellona prende il via l’edizione 2026 del Tour de France. Pogacar corre per centrare la vittoria numero cinque come in passato riuscì solo a Merckx, Anquetil, Hinault e Hindurain. Gli italiani cercano “l’ottavo re” dopo Nibali
Il Tour parte oggi da Barcellona e scala subito il Montjuich, il monte di quelle Olimpiadi che nel 1992 scoprirono l’America (il debutto del Dream Team di basket, che però lì non giocò mai: il basket si tenne a Badalona) e che però raccontarono di un “Dream Team” azzurro, che non fu la “Generazione di Fenomeni” della pallavolo, sconfitta a sorpresa, ma il “Settebello” di allora, dominatore di tutto con Ratko Rudic in panchina e Sandro Campagna fra gli altri in vasca, perfino della Spagna con quel Manuel Estiarte che chiamavano il “Maradona delle piscine”.
Le grandi salite
Ci sarà di molto peggio (e assai più faticoso) nei 3.333 chilometri che il percorso della Grande Boucle (il grande anello come è chiamato storicamente per il suo percorso, più intrigante dell’anello dell’Nba, e anche di quelli del Signore di Tolkien o dei Nibelunghi di Wagner) propone da oggi a Barcellona fino al 26 luglio a Parigi, Champs Elysées: un dislivello che porterà dal mare ai monti misurabile in un su e giù di oltre 54 mila metri. I Pirenei, il Massiccio Centrale, i Vosgi, il Giura, le Alpi.
Le tappe di montagna
Innanzitutto il Tourmalet. “Ci parve che la sua bicicletta avesse infilato una vertiginosa discesa, non una salita. Carrea e Stan Ockers vennero saltati. Il vento gonfiava lo striscione rosso del Tourmalet, quasi fosse una vela. Io scorgevo Coppi nello specchietto retrovisivo del motociclettone”, raccontò Mario Fossati la scalata del Campionissimo nel 1952. “Non era più un passista arrampicatore, ma un pistard di alta scuola, uno di quelli aristocratici del muscolo che si issano alla balaustra e si gettano a tuffo, a pelo di corda. Coppi aveva scambiato il Tourmalet per la curva di un velodromo”. Poi ancora il Galibier (il più alto: 2.642 metri) e l’Alpe d’Huez da salirci per due giorni consecutivi.
Pogacar favorito
Il catalogo degli esperti parla di 7 tappe pianeggianti, 4 mosse, 8 di montagna con 5 arrivi in salita: le due mancanti a fare 21 sono le crono, quella d’apertura a Barcellona è a squadre. L’ultima volta che il Tour iniziò contro il tempo fu nel 1971 e fu il terzo dei cinque che ha vinto Eddy Merckx. Il quale Merckx è sicuro che il novero di quelli che hanno “dato il cinque” (con lui sono Anquetil, Hinault e Indurain) si allargherà il 26 luglio a Tadej Pogacar, “che poi sarà il primo a vincerne 6” ha aggiunto. Il che è non solo possibile ma anche probabile visto che il fenomenale sloveno non ha ancora compiuto 28 anni, mentre Jacquot completò il pokerissimo a 30 suonati, Eddy a 29, Bernard a 31 come Miguelòn. Ci fu Lance Armstrong che fece “i magnifici sette”, ma risultarono poi “orribili”: era il tempo che i ciclisti pedalavano a pane ed Epo, e il pane era assai poco. Glieli hanno tolti tutti.
La sfida con Vingegaard ed Evenepoel
Pogacar, che sta vivendo un’altra stagione da Dio, avrà in Vingegaard il suo duellante, che di questo vive il ciclismo e in generale ogni sport: s’ha da essere guelfi o ghibellini, che poi Bartali e Coppi, in ordine alfabetico ma anche di filosofia personale (Gino era il guelfo, papalino e democristiano, Fausto il “ghibellin fuggiasco”). C’è chi cerca il terzo incomodo, e chissà che non lo trovi in Remco Evenepoel oppure in quel ragazzino francese, 19 anni, pochi per vincere un Tour, che si chiama Paul Seixas: è dal 1985, dalla quinta volta di Hinault, che il Tour non dice “oui” a un “enfant du pays”.
Gli italiani vincenti
E un italiano? I sette che lo vinsero 10 volte sono stati Ottavio Bottecchia (1924, 1925), Gino Bartali (1939, 1948, “i francesi che s’incazzano, che le balle ancor gli girano”), Fausto Coppi (1949, 1952, “Primo classificato Fausto Coppi, in attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo” disse il radiocronista a una Sanremo; “Le vittorie di Coppi erano un romanzo, le mie solo cronaca” disse Merckx), Gastone Nencini (1960), Felice Gimondi (1965), Marco Pantani (1998, “vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia” diceva di sé, ma lo tirarono giù dalla bici e gli allungarono l’agonia fino a farlo morire) e Vincenzo Nibali (2014, “ha vinto da finisseur a Sheffield, da scalatore sui Vosgi, sulle Alpi e sui Pirenei, ha vinto a nord, a est, a sud” scrisse Gianni Mura).
Cercasi l’ottavo re
Cercasi ottavo disperatamente. Ma anche Roma s’è fermata a Re e a Sette Colli, Biancaneve a sette nani, il matrimonio spesso a sette anni, sette sono le note e i colori dell’arcobaleno, le stelle dell’Orsa Maggiore, sette le virtù del catechismo, ma sette anche i vizi capitali, le chiese del classico giro per Roma e i sigilli, le meraviglie del mondo antico e di quello moderno, i giorni della settimana, le vite dei gatti, le camicie da sudare. E se sbucasse l’ottavo resteremmo comunque al settimo cielo.




























