Dopo anni complicati e allusioni mai sopite, il campione olimpico di Tokyo ritrova il passo dei giorni migliori e torna a volare. Il cronometro dice che Jacobs è di nuovo competitivo. Il resto sono chiacchiere
Dopo i due ori a Tokyo 2021, i commentatori inglesi lo avevano preso di mira. «Come si può migliorare tanto e tanto in fretta?», si erano chiesti allungando su di lui il sospetto del doping. A distanza di cinque anni, piuttosto complicati tra l’altro, Marcell Jacobs torna ai suoi livelli e corre i 100 metri in un tempo quasi da record e col vento contrario.
La convenzione del vento
Vento che non spinga oltre i +2: è una pura convenzione per alcuni banali motivi di cui il principale è che la velocità viene misurata nel punto in cui è piazzato l’anemometro, così si chiama l’apposito strumento, e dunque non è detto che spiri allo stesso ritmo nella corsia interna come in quella esterna, che poi di solito è protetta da tribune, al primo come al centesimo metro, che poi ha pure un’influenza diversa secondo la velocità dell’atleta. È una questione dinamica di flussi.
Non ci perderemo in queste maniacali considerazioni che rischiano, a portarle alle estreme conseguenze, di inventare, dopo l’Intelligenza Artificiale, anche l’Atleta Artificiale, che di artifici, pure nello sport, ce ne sono già fin troppi.
Basti pensare che per trovare un crono “ventoso” più breve di quello di Jacobs tocca riferirsi a quel 9.45 che Justin Gatlin fece registrare in Giappone durante un “reality”, il “reality” è quasi sempre “fiction” come le corna di “Temptation Island” o gli “scazzi” di un talkshow, per la tv nel quale lo sprinter americano veniva spinto da generatori d’aria piazzati lungo la pista e soffianti vento a favore ad oltre 20 metri/secondo.
La realtà del cronometro
Restiamo alla realtà che è ben più verace del reality e di certe vongole. Prima di Marcell l’uomo più veloce con il vento in poppa era stato, 9.68, un altro statunitense, Tyson Gay. E senza vento secondo le convenzioni, ma poi vai a sapere cosa succedeva davvero alle spalle del campione, ci sono stati soltanto il 9.58 che è ancora il record del mondo, Berlino 2009, di Usain Bolt e il 9.63 con cui sempre Bolt, che poi significa “fulmine”, vinse a Londra 2012.
Se poi volessimo credere alle conversioni, o almeno alle tabelle che depurano del vento i risultati, ci troveremmo a dover parlare del 9.67 come di un crono oscillante fra il 9.80, che è il personale d’oro di Marcell, e il 9.87, ma anche queste sono convenzioni.
Le chiacchiere degli altri
Teniamoci per buona, invece, l’impressione che racconta di un Jacobs ritrovato. Ritrovato dopo che cosa? Dopo tutto quello di cui francamente se ne infischia. Che sono le chiacchiere, i pettegolezzi, i sorrisini che gli dedicarono gli inglesi dopo Tokyo, «ma come si può migliorare così tanto, così in fretta, così improvvisamente?», sospettando l’aiutino che invece fu riscontrato alle analisi di uno di loro e la staffetta britannica perse alla provetta l’argento conquistato.
E sono le altrettante allusioni che hanno accompagnato la scelta di fine 2023 di andare ad allenarsi in Florida. Il 2025 non è filato liscio. Visto?, sorridevano quelli. Sì, abbiamo visto.
La fame di Marcell
Marcell è tornato a casa, dal suo allenatore dei trionfi, Paolo Camossi. Ed ha ripreso a volare e, per tornare al copione iniziale, “domani è un altro giorno”, anche se non è precisamente domani ma è ad agosto. A Birmingham, prossimo Europei. Jacobs ha ancora fame e la carbonara fa meglio di hamburger e patatine.































