Dagli insulti alla ministra Roccella alla vignetta di Charlie Hebdo, il linguaggio dell’odio domina il discorso pubblico: il voto resta l’unica arma
In queste ore affondiamo rassegnati in un abisso di barbarie, dagli insulti e gli sberleffi alla ministra Roccella, in pena per suo marito scomparso in acqua, alla vignetta della rivista francese Charlie Hebdo, che ritrae il ct della nazionale Deschamps mentre alza l’urna funeraria di sua madre al posto della coppa.
Non sono due episodi. Sono la cifra del delirio occidentale per cui la preziosa libertà di tutti è scambiata, come fosse normale, con la licenza di alcuni di violare ogni regola e ogni rispetto umano. Magari fosse solo la famigerata “democrazia del web”. Perlomeno sarebbe confinata al recinto semi-virtuale dei gradassi e dei frustrati da tastiera. È piuttosto un tollerato e diffuso modo di parlare, commentare, polemizzare. Persino di votare.
Bisogna dirselo con chiarezza, ciò che è accaduto alla nostra democrazia reale. Da almeno due decenni, a prevalere è solo chi grida ed esagera, aggredisce e infanga gli avversari, crea nemici e li riempie di odio collettivo.
Nella prima Repubblica si ricorda Aldo Moro con la cravatta in spiaggia, Pajetta che accoglie Almirante al funerale di Berlinguer, Craxi che riceve D’Alema e Veltroni nel suo camper. Lotta politica serrata, rispetto delle forme e dei rapporti. Poi qualcosa si è lentamente sbriciolato. Il partito del Vaffa inventato da Grillo e Casaleggio ha rotto gli argini. Da allora, è stato tutto un crescendo: abolire la povertà, eliminare la corruzione, remigrare gli stranieri, resistere al fascismo, cancellare la violenza urbana, affondare l’Europa. E, ben inteso, un bel “vaffa” a chi c’era prima.
Vannacci e il ruolo della legge elettorale
A questa deriva, curiosamente, il sistema politico reagisce sempre nello stesso modo: demonizzando chi canta fuori dal coro. Lo ha fatto con Grillo, con Salvini, con la Meloni che non votava Draghi, persino con il Renzi rottamatore delle origini.
Immemore dei trionfi (sia pure provvisori) dei demonizzati, ora lo stesso trattamento lo riserva a Roberto Vannacci. Il generale spara alto, provoca e rompe il galateo del sistema. Il sistema lo dichiara impresentabile. A quel punto, la condanna diventa carburante. È la vecchia favola dell’uomo solo contro il palazzo. Solo che il palazzo, ogni volta, gli paga la campagna pubblicitaria.
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Per tornare alla civiltà politica servirebbe un cambio profondo di cultura: abbandonare il culto del capo-salvatore della patria, in favore di partiti intesi come organizzazioni di idee e di obiettivi. Una legge elettorale non fa miracoli, ma può dare un contributo rilevante. Il meccanismo delle preferenze, in discussione in questi giorni, tende per natura ad arginare il potere assoluto di sigle identificabili con una persona sola. Questo perché indebolisce il diritto di nomina degli eletti, che ha il valore pratico di trasformare il parlamentare in un dipendente che risponde solo al suo principale.
La democrazia del web non ha inventato il populismo, gli ha solo dato velocità e impunità. Ma prima di lei ci fu il blitz del 2005, quando passò il principio delle liste bloccate decise dai leader. L’elettore, quel giorno di 21 anni fa, fu trasformato in un tifoso e in un follower, e il leader di partito in un monarca.
La necessità delle preferenze
È questo il circuito vizioso da cui serve tornare indietro. Perché il problema non è Vannacci, ma una struttura politica che rende conveniente esserlo. Perché selezionare classe dirigente, assorbire conflitti, educare linguaggi, oggi è ritenuto tempo perso. Perché le preferenze hanno avuto e possono avere ombre, clientele e cordate, ma almeno reintroducono un principio semplice: l’eletto sa che non basta piacere al boss per occupare un posto sicuro nel listino.
Gli tocca incontrare cittadini, categorie, amministratori, associazioni. Gli tocca sporcarsi con la rappresentanza.
Per questo, la scelta di reintrodurre le preferenze non è un dato tecnico ma un pezzo della ricostruzione democratica. Può essere un passo verso un sistema dove i rappresentanti siano abituati a misurarsi con una comunità e non solo con un diktat o una telecamera.































