La Corte costituzionale blocca il divieto per gli under 15: per i giudici è troppo ampio e limita in modo sproporzionato la libertà di espressione. Macron promette una nuova legge entro il 2027.
A metà luglio la Francia si era distinta come primo paese europeo a vietare l’utilizzo dei social media ai minori di 15 anni. Un esempio virtuoso, che seguiva il modello Australia che fissa il divieto agli under16. Ora, a distanza di neanche un mese, arriva il primo stop. La Corte costituzionale francese ha bocciato la norma, giudicandola una «violazione sproporzionata della libertà di espressione» dei minori.
Perché la Corte francese ha bocciato il divieto
La massima istituzione giurisdizionale francese era stata chiamata a pronunciarsi sulla questione a fine luglio da un gruppo di deputati socialisti e del partito La France Insoumise, che criticavano la finalità dell’articolo 1 della legge che mirava a proteggere i minorenni dalla possibile dipendenza dal web. Pur riconoscendo «l’esigenza costituzionale della protezione dell’interesse superiore del minore», i giudici hanno decretato che la disposizione violava «in modo improprio e non necessario» le libertà di comunicazione ed espressione dei giovanissimi, che usufruiscono dei social non solo come svago ma anche per tenersi in contatto. In particolare, la Corte si è espressa sull’estensione di tale divieto: nella formulazione attuale lo stop si applicherebbe anche «a servizi di comunicazione online i cui rischi per la salute e la sicurezza dei minori non sono appurati».
Macron riscrive la legge entro il 2027
Pronta la risposta del presidente francese Emmanuel Macron. L’Eliseo fa sapere di aver incaricato il premier Sébastien Lecornu di redigere una nuova versione della legge da approvare «entro la primavera 2027».
In Italia non c’è un divieto
La bocciatura della Corte costituzionale francese non chiude il dibattito europeo sull’età minima per l’accesso ai social. Il nodo individuato dai giudici francesi, quello di un divieto troppo ampio, è lo stesso che si pone in Italia, dove diverse proposte di legge puntano proprio sulla soglia dei 15 anni. Attualmente nel nostro paese non esiste un divieto vero e proprio di accesso ai social: il Codice sulla privacy fissa a 14 anni l’età da cui un minore può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati per l’iscrizione a piattaforme digitali, mentre sotto quella soglia serve l’autorizzazione genitoriale.
È una regola che funziona sulla carta, perché controllare l’età dichiarata dagli utenti oggi è ancora difficile. Lo confermano i numeri: secondo l’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children del 2025, il 62,3% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni ha già almeno un account social, e oltre un terzo è presente su più piattaforme contemporaneamente. Secondo l’indagine Cittadini e ICT condotta da Istat su dati del 2025, la quota di chi possiede un profilo tra gli 11 e i 19 anni sfiora l’85% e supera il 97% nella fascia 17-19 anni.
Il Ddl 1136 e il nodo della verifica dell’età
Anche in Italia girano da tempo proposte di legge simili a quella bocciata in Francia, e i dati più recenti confermano che il fenomeno da normare non è poi così marginale nel nostro paese: il 5% degli utenti Internet sopra gli 11 anni presenta un profilo di uso problematico dei social, quota che sale all’11% tra i 15-17enni e arriva al 15% tra le ragazze di quella fascia, contro il 7% dei ragazzi. Il testo ad oggi più completo è il DDL bipartisan n.1136: presentato nel 2024 è il primo a proporre un impianto organico sul divieto ai social per gli under 15, vietando l’attivazione degli account e obbligando alla verifica dell’identità tramite un mini-portafoglio digitale collegato all’identità digitale Ue. Attualmente il testo è fermo in Commissione parlamentare.
Proteggere i minori senza sorvegliarli
Il caso francese mostra che la vera partita è la proporzionalità della norma: divieti troppo generici rischiano di violare i diritti dei minori, e resta da capire come verificare l’età senza identificazione invasiva.
































