Le primarie democratiche di New York consacrano l’ascesa della sinistra radicale degli “insurgent”, molto vicina a Zohran Mamdani
La chiamano la sinistra «insurgent», la sinistra che insorge. E a New York, durante le primarie del Partito Democratico, ha dato una lezione alla vecchia guardia Dem. Sono i candidati del sindaco Zohran Mamdani che in una notte conquistano le primarie congressuali della Grande Mela, detronizzano due deputati uscenti, strappano un seggio aperto e raddoppiano i socialisti al Congresso.
«Un anno fa non era la fine di un movimento politico. Era l’inizio», ha proclamato Mamdani alla festa di Brooklyn. «Un nuovo capitolo nella storia del nostro partito». «È sismico», riassume Jon Paul Lupo, consulente Dem già stratega dell’ultimo sindaco progressista, Bill de Blasio.
La vittoria insurgent si articola in tre capitoli e si coagula intorno a un collante: il rifiuto dei finanziatori filo-israeliani. Il primo successo ci geolocalizza nel decimo distretto, tra Brooklyn e Lower Manhattan, dove con trenta punti di scarto — 66 a 34 — Brad Lander batte Dan Goldman, erede della Levi Strauss, ex procuratore federale, vicino all’AIPAC, il super-comitato che raccoglie fondi per i candidati affini a Israele. Una vittoria netta e simbolica, che fotografa i nuovi rapporti di forza all’interno della base democratica newyorkese.
Il “Corridoio Comunista” incorona Claire Valdez
Secondo capitolo: il settimo distretto, chiamato il «Corridoio Comunista», incastonato tra Brooklyn e il Queens. Qui Claire Valdez straccia Antonio Reynoso, il che è curioso perché non si sta parlando di un centrista radical chic: Reynoso aveva dalla sua il Working Families Party e quasi tutti i sindacati cittadini. Il risultato sorprende osservatori e dirigenti democratici, mostrando come il richiamo della sinistra insurgent riesca ormai a superare anche strutture organizzative consolidate.
Dulcis in fundo, il tredicesimo distretto, tra Upper Manhattan e il Bronx, dove Darializa Avila Chevalier, una perfetta sconosciuta di origini dominicane, rovescia Adriano Espaillat, presidente del Caucus Ispanico del Congresso. Un bonus arriva anche dal fronte establishment: nel dodicesimo distretto Micah Lasher conquista il seggio di Jerry Nadler, lasciando indietro perfino il nipote di JFK, Jack Schlossberg, e George Conway. Non un uomo di Mamdani, questa volta, ma un altro tassello del ricambio generazionale e politico.
Israele e AIPAC al centro dello scontro
È la fine dell’amore tra Israele e gli Stati Uniti a fare da collante alle tre campagne. Lander ha parlato di genocidio per tutta la corsa elettorale; alla festa di Brooklyn i suoi cantavano «Palestina libera». Lo sconfitto trasversale è decisamente l’AIPAC. «Gli elettori democratici lo stanno dicendo, forte e chiaro», ha rivendicato Lander, sullo stop ai fondi americani alle operazioni militari israeliane. La questione mediorientale diventa così una linea di frattura interna sempre più evidente nel Partito Democratico.
Una sinistra radicale, dunque, che si agglutina attorno a Mamdani, anche se la Grande Mela rimane un mondo a parte. Le tre corse si sono giocate dove Mamdani aveva già stravinto e resta popolarissimo. Quel che funziona nel «Corridoio Comunista» non è detto funzioni fuori. In ultimo c’è il fattore Donald Trump, moltiplicatore di potenza alla voce radicalizzazione. All’aumentare delle provocazioni e delle intimidazioni dei repubblicani — genuinamente convinti che i democratici distruggeranno il Paese — i Dem sfornano dalla propria pancia candidati specularmente opposti.
La corsa verso il 2028
Convinti che il tempo del dialogo sia agli sgoccioli, e che solo una politica radicale e polarizzata possa tirare l’America fuori dai pasticci. La traiettoria è segnata: i democratici socialisti della DSA raddoppiano al Congresso, e l’ala anti-establishment pretende ora un nome proprio nella corsa del 2028 — il primo è Alexandria Ocasio-Cortez. La sfida ora è trasformare il successo locale in una piattaforma nazionale, capace di contendere la leadership del partito.
Le munizioni nel caricatore degli insurgent, tuttavia, non sono finite qui: Avila Chevalier, dominicana convertita all’islam, ha definito in vari post trovati sulla sua pagina social, gli Stati Uniti una «fottuta disgrazia» e le donne bianche «brutte donne colonizzatrici»; in un vecchio post ripreso dal Times scriveva che «tutte le deportazioni sono sbagliate», riservando parole volgari a Kamala Harris. «I repubblicani cercheranno molto rapidamente di dare risalto, come fanno sempre, alle voci più radicali del partito», avverte Howard Wolfson, ex capo del braccio elettorale dei Dem alla Camera.
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«E dopo stasera avranno più democratici radicali tra cui scegliere». «Cominceremo a pensare al 2028 e a quello che verrà dopo», afferma intanto Gustavo Gordillo, co-presidente della DSA di New York. Lo stesso pensiero che serpeggia in testa ai radicali dall’altra parte di America First. La polarizzazione appare ormai il tratto dominante della politica americana. È il resto del Paese che forse non è stato ancora avvisato.































