Le Borse festeggiano la possibilità di un’intesa in Medio Oriente. Bankitalia avverte: un’escalation della crisi porterebbe l’Italia in recessione nel 2027
Sui mercati è andata in scena l’ennesima puntata della serie più seguita della primavera: “pace sì, pace no”. Una trama che cambia ogni ora, con investitori costretti a inseguire indiscrezioni, smentite e mezze conferme come spettatori di una telenovela geopolitica senza sceneggiatura. La giornata si è consumata così, tra paure e speranze. Da una parte la prospettiva di una svolta nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, dall’altra la consapevolezza che nel Golfo Persico basta una dichiarazione fuori posto per far cambiare direzione ai mercati nel giro di pochi minuti.
I “nervi fragili” del mercato del petrolio
In mattinata è stato Donald Trump a dare il via alle danze. L’ipotesi di un accordo con Teheran già nel fine settimana ha fatto scattare le vendite sul greggio. Il Brent è precipitato fino a 86,6 dollari al barile, lasciando sul terreno il 4,3%, mentre il Wti è arrivato a perdere il 4,4%, scendendo a 83,9 dollari. Per qualche ora gli operatori hanno accarezzato l’idea che la grande paura potesse evaporare rapidamente insieme alle tensioni militari. Ma il mercato del petrolio ha nervi fragili. Così, mentre qualcuno già immaginava una rapida normalizzazione, da Teheran sono arrivate puntualissime le docce fredde. Nessun accordo definitivo.
Soprattutto nessuna intenzione di mollare lo Stretto di Hormuz, il rubinetto attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. A quel punto il greggio ha recuperato parte delle perdite, tornando a galleggiare in una terra di mezzo che fotografa perfettamente l’umore degli investitori: meno paura ma nessuna voglia di dichiarare finita la crisi. Del resto il Brent si avvia comunque a chiudere la settimana con una flessione superiore al 6%, segnale di un mercato che continua a oscillare tra timore e speranza. Più netta la reazione del gas. Ad Amsterdam ha archiviato la seduta con un calo del 6,2%, a 46,6 euro per megawattora, sui livelli più bassi delle ultime due settimane. Anche qui il ragionamento degli operatori è stato semplice: se il rischio geopolitico diminuisce, almeno una parte del premio incorporato nei prezzi può essere cancellata.
L’ottimismo dei mercati
L’ottimismo, invece, ha trovato terreno fertile sui listini azionari europei. Le Borse hanno deciso di guardare il bicchiere mezzo pieno, scommettendo che la diplomazia possa avere la meglio sulle armi. Milano ha guidato la carica. Piazza Affari è salita dell’1,97%, aggiornando ancora una volta il proprio massimo storico a quota 51.497 punti. Un record che fino a pochi anni fa sembrava appartenere più alla categoria dei desideri che a quella delle probabilità. Bene anche Parigi, in progresso dell’1,8%, Francoforte a +1,76% e Londra in rialzo dell’1,63%. Resta però una scommessa tutt’altro che priva di rischi.
Le stime della Banca d’Italia
Le nuove previsioni della Banca d’Italia descrivono un Paese destinato a muoversi con il freno tirato ancora per qualche anno: Pil in crescita dello 0,5% nel 2026, dello 0,4% nel 2027 e dello 0,9% nel 2028. Un percorso lento, appesantito da consumi deboli, investimenti prudenti e costi energetici ancora elevati. Palazzo Koch avverte che molto dipenderà da ciò che accadrà proprio in Medio Oriente. Se la crisi dovesse aggravarsi, l’Italia rischierebbe addirittura una recessione nel 2027; se invece petrolio e gas tornassero gradualmente alla normalità, la crescita potrebbe ritrovare un po’ di slancio. Ancora una volta, il destino dell’economia passa da uno stretto di mare largo appena qualche decina di chilometri: Hormuz. E dai suoi capricci dipendono ormai non solo i prezzi dell’energia, ma anche una fetta importante delle speranze di crescita dell’Europa.






























