22 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Mag, 2026

Guerra e petrolio frenano l'Europa: Italia maglia nera

Le nuove stime della Commissione Ue tagliano la crescita dell’eurozona. Bruxelles avverte sui rischi energetici e l’Italia resta tra le economie più vulnerabili. Pil italiano a +0,5% nel 2026, nel 2027 fanalino di coda a +0,6%


Le previsioni economiche di primavera della Commissione europea somigliano al bollettino di un medico che rassicura il paziente mentre gli misura la febbre. “Niente recessione”, spiegano i tecnici di Bruxelles. Però il termometro sale, la crescita scende e il motore dell’eurozona tossisce come una vecchia auto lasciata in strada. La causa? Lo shock energetico.

Che poi è il modo elegante con cui a Bruxelles definiscono il momento in cui il prezzo del petrolio decide di trasformarsi da variabile economica in arma geopolitica. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, usa parole pesanti: «Il conflitto in Medio Oriente ha provocato un grave shock energetico. L’Unione deve trarre insegnamento dalle crisi passate, mantenendo un sostegno fiscale che sia temporaneo e mirato nonché riducendo ulteriormente la propria dipendenza dai combustibili fossili importati».

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L’impatto della crisi in cifre

I numeri raccontano una storia che nessuno ha voglia di drammatizzare, ma comunque difficile da addolcire. L’eurozona nel 2026 crescerà appena dello 0,9%. Fino a poche settimane fa la previsione era dell’1,2%. Tre decimali sembrano poca cosa, ma nell’economia europea equivalgono a decine di miliardi evaporati come acqua su una piastra rovente. Il 2027 dovrebbe andare meglio: crescita prevista all’1,2%. Ma il condizionale è grande come una petroliera nel Canale di Suez. Perché tutto dipende da quanto durerà la crisi tra Washington, Gerusalemme e Teheran.

Se il conflitto dovesse allungarsi, avverte Bruxelles, l’inflazione resterà alta e la ripresa potrebbe non arrivare affatto. È il ritorno di un fantasma che l’Europa conosce bene: la stagflazione. Quella miscela tossica fatta di crescita lenta e prezzi veloci. Un cocktail che negli anni Settanta mandò in tilt governi, industrie e famiglie. Il petrolio al posto delle ideologie e le portaerei al posto dei carri armati.
A Bruxelles cercano comunque di mostrarsi meno allarmati rispetto al 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina. Per una ragione precisa: l’Europa nel frattempo ha imparato qualcosa. Oggi è “più solida rispetto alla crisi del 2022”. Un po’ come dire che il Titanic, dopo aver sistemato qualche bullone, affronta meglio gli iceberg.

Il paradosso italiano

Il problema è che mentre Bruxelles prova a rassicurare, l’Italia resta in fondo alle classifiche come uno studente eternamente impreparato. La crescita sarà appena dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. In autunno la previsione era dello 0,8%. Non un crollo verticale, certo. Piuttosto un lento galleggiamento. Come un pedalò dimenticato che resta in acqua senza andare da nessuna parte. L’Italia è infatti uno dei Paesi più vulnerabili dell’unione monetaria.

Vulnerabile all’energia importata, vulnerabile ai tassi, vulnerabile al rallentamento del commercio globale. Vulnerabile soprattutto a sé stessa. Perché il grande paradosso italiano è questo: ogni crisi internazionale finisce per trasformarsi in una radiografia dei difetti strutturali del Paese. Bassa produttività, crescita anemica, debito gigantesco, investimenti insufficienti. È come se ogni shock esterno trovasse l’Italia già con la febbre. E infatti anche l’inflazione corre più veloce della media europea: 3,2% quest’anno, prima di scendere all’1,8% nel 2027. Nel frattempo famiglie e imprese si trovano schiacciate tra consumi deboli e costi energetici più alti.

Il mercato del lavoro

La Commissione osserva con attenzione anche il mercato del lavoro. E qui arriva un altro avvertimento tutt’altro che secondario: «La diminuzione di lungo termine del tasso di disoccupazione sta per giungere al termine». È una frase apparentemente tecnica. In realtà significa che il tempo delle buone notizie occupazionali potrebbe essere finito. Per anni l’Italia ha beneficiato di un mercato del lavoro sorprendentemente resiliente. Ora però il rallentamento rischia di presentare il conto.

Eppure, nonostante tutto, Bruxelles continua a mantenere un cauto ottimismo. Perché rispetto al passato i legami economici diretti con l’area del conflitto sono limitati. E soprattutto perché i mercati globali dell’energia, pur scossi, restano più integrati e “fungibili”. Termine meraviglioso che in economia significa una cosa semplice: il petrolio si può trovare anche altrove, almeno in teoria. Così la Commissione esclude, almeno per ora, il rischio di grandi interruzioni delle catene di approvvigionamento o di nuovi shock migratori su vasta scala. Il messaggio implicito è chiaro: non siamo nel 1973 e nemmeno nel 2022. Ma neppure in una situazione tranquilla.

Il Patto di stabilità

Anche perché dietro i numeri economici si muove la politica. E dietro la politica si muove il denaro pubblico. L’Italia, ad esempio, continua a chiedere maggiore flessibilità sul Patto di Stabilità. Vorrebbe più margini di spesa per affrontare la nuova fase di emergenza energetica. Solo che Bruxelles, almeno per ora, non sembra particolarmente impressionata. Le cifre pubblicate dalla Commissione non giustificano ancora un allarme sistemico. E soprattutto molti Paesi del Nord ricordano che negli ultimi anni hanno tagliato il debito e ridotto la dipendenza energetica, mentre Roma continuava a rimandare le grandi riforme come un fumatore che promette di smettere lunedì prossimo.

Il ministro Giorgetti continua a mostrarsi ottimista sulla possibilità di spuntare la deroga, la premier Meloni tiene alto il livello di pressing. Chiede alla Ue «velocità di reazione sull’energia» perché, afferma, «se noi oggi non siamo in grado di difendere le nostre cittadine e le nostre imprese, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere, e quindi dobbiamo creare un equilibrio tra le necessità di difenderci e di garantire la nostra sicurezza intesa in senso stretto e la nostra capacità di rispondere ai bisogni delle imprese e dei cittadini che rappresentiamo».

I conti pubblici italiani

I conti pubblici italiani restano un gigantesco elefante nella stanza. Il deficit dovrebbe scendere dal 3,1% del 2025 al 2,9% nel 2026 e nel 2027. Ma il debito continuerà a salire: dal 138,5% al 139,2% del Pil. Che tradotto significa una montagna di debito sempre più alta sopra un’economia che cresce sempre meno. Così l’Italia si ritrova ancora una volta sospesa tra due paure: quella della recessione e quella dell’inflazione. Tra il bisogno di spendere e quello di tenere in ordine i conti. Tra la necessità di sostenere famiglie e imprese e il timore di alimentare nuovi deficit. Un Paese che riesce sempre a sopravvivere a tutto, ma non a correre.

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