Il voto anticipato di settembre diventa un referendum sull’identità dello Stato d’Israele, combattuto tra democrazia liberale, Stato etnico e nazione mobilitata dalla guerra eterna
Israele si prepara alle elezioni. Anticipate, con lo scioglimento della Knesset si andrà al voto subito dopo l’estate, a settembre, invece che nel tardo autunno come previsto. I venti elettorali soffiano già forte sullo Stato ebraico. La spaventosa e violenta performance di Ben Gvir contro gli attivisti della Flotilla, che (in)segue la «dichiarazione di guerra» del suo collega Smotrich contro la Corte penale internazionale, appartiene alla coreografia elettorale di Israele. A maggior ragione, però, è lecito interrogarsi se lo Stato ebraico sia divenuto un luogo dove gesta di questo tipo appartengano al normale dizionario politico. E se un luogo di questo tipo possa essere definito una democrazia.
Nelle prime elezioni dopo il 7 ottobre Israele dovrà dimostrare se riuscirà ad archiviare questa fase traumatica della propria storia recente o se la perpetuerà. Prima ancora della forza politica che uscirà trionfante dalle urne, però il voto attesterà una realtà che molti – soprattutto tra chi, in Occidente, ha a lungo difeso Israele quale Paese laico e democratico – iniziano a temere. Ovvero che la condizione di guerra totale ed eterna abbia prodotto un’involuzione dello Stato ebraico, forse irreversibile.
Una democrazia segnata dalla guerra
Un’erosione dei valori prima e poi anche della grammatica democratica imposta dal prevalere di una mentalità aggressiva e violenta, figlia del conflitto. Dalla sua nascita a oggi Israele ha combattuto nove guerre contro i propri vicini (nel ’48, nel ’56, nel ’67, nel ’73, nell’82, nel 2006, nel 2023, nel 2025 e nel 2026). In pratica, una ogni otto anni. Con l’effetto deleterio di avere una legislatura di guerra ogni due, con l’altra che – giocoforza – sia completamente orientata a prepararsi già per la prossima. A questo vanno aggiunte le due Intifade (“Sollevazioni”) dei palestinesi nei territori occupati (nell’87 e nel 2000). Oltre a una strisciante lotta senza quartiere contro il terrorismo paramilitare dei propri avversari.
Condizioni che non hanno eguali al mondo e che inevitabilmente hanno imposto un grave prezzo alla democrazia israeliana. Non solo in termini di vite, ma anche di graduale spostamento dell’asticella dell’accettabile sempre più in là. Quando i prigionieri della Flotilla vengono classificati come numeri dagli aguzzini di Ben Gvir è difficile non richiamare alla memoria immagini che la storia ha associato alle peggiori atrocità e che proprio Israele dovrebbe conoscere bene. Israele tra guerra e democrazia appare oggi intrappolato in una spirale nella quale la sicurezza nazionale rischia di giustificare qualsiasi deriva politica e morale.
Gli arabo-israeliani e la frattura interna
Più del 20% della popolazione israeliana è composta da cittadini di origine araba. Pur avendo riconosciuto Israele, sono giudicati cittadini di serie B. E una minaccia potenziale per la sicurezza nazionale a causa della loro naturale simpatia per gli altri palestinesi. La loro natalità superiore li ha trasformati in un quinto della cittadinanza israeliana, eppure vivono con meno servizi e meno diritti. Nel 2021 queste rimostranze si saldarono con quelle dei palestinesi occupati. Sfociando in una serie di violenti tumulti di piazza che lasciarono centinaia di morti per le strade.
Per gli israeliani le violenze furono la dimostrazione che gli arabi sarebbero sempre stati una quinta colonna, integrati o meno; per i palestinesi furono invece la prova che Israele li avrebbe sempre trattati allo stesso modo. Così oggi la demografia batte la democrazia, almeno a quelle latitudini. Israele è da sempre lo “Stato ebraico e democratico”, una dicotomia che genera un cortocircuito: cosa può fare uno Stato per preservare il proprio carattere etnico? E questo è compatibile con la democrazia? La minaccia della (presunta) “colonizzazione delle culle” da parte degli arabi legittima agli occhi degli estremisti israeliani la “colonizzazione delle terre” da parte dei propri coloni.
Il peso politico degli arabi israeliani
Non è un dettaglio, dal momento che la forza dei partiti arabo-israeliani è ormai tale da rendere plausibile un loro ruolo da ago della bilancia tra la coalizione di Netayahu e quella dei suoi avversari. Sebbene questi ultimi, per inseguire il primo ministro sul terreno dell’estremismo, promettano a gran voce l’esclusione degli arabi dalla vita politica del Paese. Piuttosto, dicono, le larghe intese con l’odiato premier in carica. Israele tra guerra e democrazia si ritrova così a fare i conti con una crisi identitaria che attraversa istituzioni, società e rappresentanza politica.
Restano poche e sparute le forze che si pongono a baluardo di un discorso civile tra ebrei e palestinesi e tra gli ebrei stessi: per esempio, il quotidiano Haaretz oppure il partito I Democratici, guidato dall’eroe di guerra Yair Golan, allontanato dall’Idf dopo che nel 2016 paragonò la deumanizzazione dei palestinesi operata dai media e dalle istituzioni israeliane con quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale. I Dem sono al momento l’unico partito ebraico favorevole a un percorso che porti alla nascita di uno Stato palestinese e sono accreditati nei sondaggi con il 7-8%.
Netanyahu contro tutti
Non molto, ma abbastanza per provare a condizionare il prossimo governo. Sempre che un governo sia possibile. Le prossime elezioni riproporranno infatti un vecchio schema divenuto ormai ciclico in Israele. Da un lato, l’uomo forte Netanyahu, primo ministro di guerra e come tale portabandiera di un’idea di esecutivo svincolato dai lacciuoli democratici e costituzionali. Dall’altra la coalizione anti-Bibi che però rischia di riproporre un’armata brancaleone incompatibile con l’urgenza della condizione bellica.
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I democratici pacifisti e gli ex generali dell’Idf come Benny Gantz, che da ministro della Difesa di Netanyahu guidò la repressione nel 2021; i nazionalisti laici e i religiosi non ortodossi di Naftali Bennet; magari con l’aggiunta degli arabo-israeliani. Ultranazionalisti, elettori religiosi, arabi… tutti sperano nel voto di potersi finalmente pesare e pesare per contare, sperando che questo contare non si trasformi presto in conta.
Eppure, anche se Netanyahu dovesse perdere, la vera scelta resterà probabilmente indefinita. Stato ebraico. Stato di diritto. Stato di guerra. Quando l’ultima scheda sarà contata, Israele avrà senza dubbio conseguito il suo sogno di essere uno Stato. Quale resterà ancora in dubbio.































