Il generale Roberto Vannacci porta la premier Giorgia Meloni a un bivio: la scelta è tra una destra sovranista e populista, da una parte, e una destra liberal-conservatrice ed europeista dall’altra
Com’è facile essere Roberto Vannacci. Basta sedersi sulla riva del fiume e aspettare che passi qualche paura. Il migrante e l’Europa, il gay e le bollette, la guerra e lo stupratore, il terrorista, il pacifista, il flotillista. C’è tutto un mondo, intorno. Un mondo che cambia e che sbanda senza chiedere permesso, e che lui vede regolarmente come “al contrario”. Rispetto a cosa non si sa.
L’estremismo in divisa
Il generale non è tenuto a spiegarci quale mondo ci propone. Lui è lì, col suo retino in mano. Non deve governare, mediare, firmare decreti, trattare con Bruxelles, trovare soldi per le accise. Non deve neppure decidere se stare con Kiev o con Mosca, con Israele o con Hamas. Gli basta raccogliere l’ansia che galleggia e trasformarla in identità.
Il vannaccismo funziona perché promette un eterno derby. Noi e loro, normale e anormale, patria e viltà, sicurezza e invasione, popolo e palazzo. Un estremismo in divisa che oggi punta a diventare il magnete di una destra arbitra del governo.
La possibile scorciatoia
Perciò il problema non è Roberto. In un Paese grande e importante come l’Italia, il problema è che costringe Giorgia a ritenerlo una possibile scorciatoia. Un richiamo della foresta che fermi la possibile emorragia a destra. Già Matteo Salvini, pur di inseguirlo, è arrivato a chiedere di togliere la cittadinanza a un italiano, sebbene autore di un gesto criminale. Ma la presidente del Consiglio non può giocare con i follower e con i troll. Si trova oggi davanti al bivio più serio della sua storia politica.
Il bivio di Meloni
Può confermarsi leader di una forza liberal-conservatrice, europea, atlantica, capace di parlare a Bruxelles e Washington senza complessi. Oppure può ripiegare verso la destra sovranista che considera ogni accordo una resa e ogni responsabilità un tradimento. La scorciatoia Vannacci la riporta indietro, ma la immunizza dal rischio di «fare la fine di Fini», un galantuomo della politica che fu espulso da tutto per il non aver più voluto chiamare futuro ciò che sapeva di soffitta ammuffita. Troppo avanti per i suoi, troppo tardi per tutti gli altri.
Perdere la purezza
Il percorso di chi governa è quello di chi perde la purezza. Ti obbliga, ad esempio, a dire che l’Ucraina va difesa e il gas russo rifiutato anche quando pesa sul portafoglio degli elettori. Che l’Europa non è una gabbia ma il solo campo possibile nell’Occidente orfano degli Usa. Che l’immigrazione non si risolve con il vocabolario della remigrazione, anche perché i numeri della demografia e della forza lavoro dicono il contrario. Che la sicurezza e la violenza contro le donne non si interessano del colore della pelle. Che a Taranto un lavoratore nero è stato ucciso per gioco e a Modena dei cittadini nordafricani hanno rischiato la pelle per fermare un pazzo criminale. La premier queste cose le sa.
Un esame da statista
Ma a nessuno piace giocarsi il primato. E la tentazione, quindi, resterà quella di accarezzare gli istinti più elementari. Come del resto ha fatto la sinistra, trasformando un referendum garantista in una guerra per «salvare la Costituzione». Vannacci può permettersi il lusso della coerenza immaginaria. Meloni no. Se vuol essere statista, dovrà scontentare pezzi del suo mondo. Se vuole restare tribuna della plebe, prima o poi sarà inseguita da tribuni più rumorosi. Fra le incognite dell’anno elettorale, quella della traiettoria di Fratelli d’Italia pesa come un macigno. E sovrasta altre domande sospese, fra cui la collocazione di Carlo Calenda e le possibili svolte di Forza Italia. La donna sola al comando non ha solo il problema di un partito inadeguato, ma anche il dilemma di dove portarlo.

































