26 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mag, 2026

L’enciclica di Leone XIV riapre la domanda: si può essere cristiani e soldati?

Papa Leone XIV

Dopo l’enciclica Magnifica Humanitas torna centrale nel mondo cattolico il confronto su guerra, pacifismo, armi e legittima difesa alla luce del conflitto in Ucraina


Da quando la guerra in Ucraina è tornata a imporre all’Europa il volto concreto della violenza armata, anche il mondo cattolico è stato costretto a misurarsi nuovamente con questioni che, per decenni, erano rimaste sullo sfondo: la guerra, la pace, il riarmo, la legittima difesa, il ruolo degli eserciti. Di fronte al rischio di una spirale distruttiva di violenza, che scappa di mano a chi si illude di controllarla, è doveroso che la parola centrale dei cristiani sia “pace”. Questo termine, però, se non vuole essere una piatta declamazione, va calato nel concreto contesto della storia. Lo ha fatto presente anche Luca Diotallevi, col saggio “Dibattito Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica”, pubblicato pochi giorni fa su “Il Regno”, che ha generato un certo dibattito.

La diffidenza per i soldati

Prendendo spunto dalle osservazioni di Diotallevi, ci sembra urgente riflettere sul rapporto del cristianesimo col mondo militare. Negli ultimi anni, infatti, in alcuni ambienti ecclesiali si è fatta strada una sensibilità sempre più diffidente nei confronti della figura del “soldato”. Anche quando non tradotto in antimilitarismo esplicito, tale approccio ha spesso finito per guardare con sospetto, quando non repulsione, a tutto ciò che è connesso alle forze armate. Un riflesso comprensibile nel contesto storico presente, ma che rischia di produrre una lettura della realtà improntata a un astratto purismo.

Per quanto si possa e si debba auspicare il contrario, gli eserciti e le armi faranno ancora parte del nostro mondo per molto tempo. Proprio chi prende sul serio la tragedia della guerra è chiamato a interrogarsi sulle condizioni concrete della pace. In questo quadro, quale giudizio il cristianesimo esprime sul mondo militare? È possibile essere soldati e cristiani insieme? Quale parola ha da dire il cristianesimo a un soldato, che non sia semplicemente “cambia lavoro”? La tradizione cattolica non ha mai dato una risposta semplicistica a queste domande.

Il Catechismo, anzi, afferma con chiarezza che ogni essere umano possiede il diritto alla difesa della propria vita. Non solo: in determinate circostanze tale difesa diventa persino un dovere, soprattutto per chi ha responsabilità verso altri. «La legittima difesa – si legge – può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita altrui». E ancora: «I legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità». La guerra è un male che, in circostanze estreme, può rendere moralmente necessaria la difesa armata.

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Il dilemma morale sull’uso delle armi

Ora, il diritto alla difesa implica inevitabilmente l’esistenza di strumenti di difesa: eserciti, forze dell’ordine, infrastrutture militari. Pensare di eliminare ogni apparato difensivo non significa necessariamente costruire un mondo più pacifico. Poiché nessuno ci assicura la reciprocità morale, il disarmo unilaterale rischia di lasciare spazio alla legge del più forte. Su tali considerazioni, suggerite dalla ragione e dalle esperienze passate, la Chiesa ha sempre cercato di evangelizzare anche il mondo militare, quantomeno per limitare il male e umanizzare il più possibile i conflitti.

Discorso analogo per chi opera nell’industria della difesa. Naturalmente esiste una grave colpa morale nel commercio delle armi quando questo alimenta stragi disumane per arricchimento e sete di potere. Ma forse è troppo semplice ridurre ogni tecnologia militare a una forma di complicità intrinsecamente malvagia. Esistono infatti anche armi destinate alla difesa legittima degli Stati e alle forze dell’ordine. Le mafie, ad esempio, si combattono anche con armi che servono a proteggere i cittadini innocenti dal potere delle cosche. Chi contribuisce a rendere possibile questa funzione, come va giudicato dal punto di vista morale?

E come va giudicato chi lavora per la produzione di armi che consentono di catturare un narcotrafficante o di respingere un esercito invasore, come ad esempio oggi in Ucraina? Forse il fucile di chi aggredisce e quello di chi si difende non sono proprio equivalenti: non è corretto giudicare allo stesso modo utilizzi diversi del medesimo strumento. La tradizione morale non ha mai messo sullo stesso piano tutte le forme dell’uso della forza.

Il nodo della responsabilità

Forse tra pacifismo radicale e venerazione della forza esiste uno spazio più difficile, ma anche più concreto: quello di una riflessione sulla responsabilità. Il cristiano è chiamato certamente a lavorare per la pace, a ridurre le cause della violenza, a promuovere la meta di un mondo riconciliato, a proporre l’altissimo valore della resistenza non-violenta. Ma è chiamato anche a confrontarsi con il male concreto della storia, senza rifugiarsi in un moralismo astratto che rischia di ignorare le condizioni reali della convivenza umana e di lasciare soli gli aggrediti.

Anche il mondo militare resta destinatario dell’annuncio cristiano. E forse proprio qui sta la sfida più difficile: non benedire sacrilegamente la guerra, ma nemmeno abbandonare coloro che, dentro le contraddizioni della storia, portano il peso drammatico della difesa e della sicurezza comune. Se la Chiesa diserta questa sfida per ritirarsi tra astratte impuntature etiche, il rischio è duplice: che la forza resti priva di ogni parola capace di giudicarla moralmente dall’interno; e che il discorso sulla difesa venga lasciato a visioni politiche e culturali che conoscono solo l’esaltazione della potenza. Chi lascia vuoto uno spazio, si aspetti che altri lo riempiranno.

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