Isaac Herzog si prepara ad affidare a Gadi Eisenkot l’incarico di formare il nuovo governo d’Israele. Ma i 67 consensi raccolti durante le consultazioni non garantiscono una maggioranza alla Knesset: per arrivare a quota 61, Eisenkot dovrà superare le resistenze degli alleati e trovare nuovi accordi con gli ultraortodossi o con i partiti arabi.
Domani sarà il giorno della verità in Israele. Una verità annunciata e forse scontata, ma pur sempre una verità. Il presidente Isaac Herzog ha infatti fatto sapere che domenica annuncerà il leader a cui verrà affidato l’incarico di formare un governo e, stando a quanto emerso negli ultimi giorni, tale individuo non potrà che essere Gadi Eisenkot. Il volto dell’opposizione a Benjamin Netanyahu naviga del resto a gonfie vele verso la premiership, dopo aver incassato tanto il sostegno dei partiti arabi durante le consultazioni quanto il ritiro tattico dei partiti ultraortodossi dalla coalizione del suo avversario. Una duplice vittoria che blinda, salvo imprevedibili rivolgimenti, la nomina dell’ex capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa.
Ma qui finiscono, almeno per ora, le buone notizie per il leader di quello che il Likud, il partito di Netanyahu, definisce «il blocco del disastro». E questo perché, anche qualora ricevesse formalmente l’incarico di cercare i voti alla Knesset per formare un nuovo governo, Eisenkot dovrà faticare non poco per ottenere i fatidici 61 seggi necessari a rimanere al timone.
I 67 consensi non bastano
Durante le consultazioni, stando a quanto sostenuto dal presidente, Eisenkot avrebbe ottenuto complessivamente 67 voti favorevoli alla sua nomina da parte dei vari partiti – il risultato più alto dal 2015 – contro i 46 raccolti dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Un risultato sufficiente a garantirgli, con ragionevole certezza, l’incarico, ma che non implica necessariamente che tutti quei voti si traducano effettivamente in consensi alla Knesset al momento dell’approvazione definitiva del suo governo. Per consolidare quel risultato, infatti, l’ex militare dovrà negoziare con gli altri partiti per ampliare la propria coalizione oppure promettere il sostegno a specifiche misure in cambio di un appoggio esterno.
Proprio per avere un quadro più chiaro della situazione, Herzog si è preso altro tempo prima di ufficializzare la nomina di Eisenkot, principalmente allo scopo di ascoltare ancora una volta i leader dei partiti rappresentati in Parlamento e ottenere ulteriori chiarimenti. Quello che il presidente vuole evitare, in questa fase, è nominare una personalità che non sia in grado di ottenere i voti necessari alla Knesset, provocando così uno stallo che non potrebbe che nuocere al Paese. Più di ogni altra cosa, infatti, la priorità di Herzog è favorire un rapido passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo esecutivo. In fin dei conti, vista la situazione geopolitica in cui si trova Israele, è fondamentale che il trasferimento dei poteri avvenga senza particolari attriti o lungaggini.
Liberman apre agli ultraortodossi…
Intanto, mentre si attende il verdetto finale di Herzog, i partiti continuano la loro danza di alleanze e tentativi di accordo. Per il momento, i 19 voti dei partiti arabi sembrano ancora fuori dai giochi per Eisenkot, visto che tre delle quattro formazioni della sua coalizione si rifiutano tuttora di allearsi con loro. Un segnale positivo, però, è arrivato sul fronte dell’altra possibile alleanza strategica, ovvero quella con gli ultraortodossi di United Torah Judaism. Il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, alleato di Eisenkot, ha infatti fatto sapere di essere disposto a scendere a patti con la necessità di un’alleanza con gli ultraortodossi, aprendo così alla possibilità di ampliare la coalizione. Un cambiamento piuttosto radicale per il politico di estrema destra, che si è sempre dichiarato particolarmente ostile ad alleanze di questo tipo.
Nonostante ciò, per Liberman sembra essere decisamente preferibile un’intesa con gli Haredim piuttosto che con gli arabi. Il leader di Yisrael Beytenu ha però posto alcune condizioni: la premiership dovrebbe essere a rotazione tra lui ed Eisenkot, mentre la questione dell’arruolamento degli ultraortodossi andrebbe risolta attraverso un accordo congiunto tra le parti.
…ma Yashar frena
Un’intesa che, tuttavia, sarà difficile da negoziare, visto che Yashar e gli altri partiti della coalizione continuano a sostenere la necessità di abolire o limitare fortemente l’esenzione dal servizio militare di cui godono gli studenti religiosi ultraortodossi. Una posizione ribadita anche dopo le aperture di Liberman.
I sette voti di UTJ, comunque, non basterebbero a raggiungere i 61 necessari, considerando che la coalizione di Eisenkot può contare su appena 48 seggi alla Knesset. Senza Shas, l’altro grande partito ultraortodosso, all’ex militare mancherebbero ancora una mezza dozzina di voti per diventare premier. Ma quella di Shas sembra essere, al momento, una strada impraticabile, visto che i leader del partito spingono per un’alleanza tra Netanyahu ed Eisenkot piuttosto che per una coalizione con la sinistra. Un’ipotesi altrettanto difficile da realizzare, nonostante venga continuamente evocata dai media e da alcune forze politiche.
La partita decisiva sui sei voti mancanti
Sei voti. Tutte le speranze di Eisenkot dipendono da quei sei voti che ancora gli mancano. Pochi, ma non facili da trovare. Anche il sostegno di uno solo dei partiti arabi potrebbe bastare a consegnare la premiership all’ex militare, ma una simile mossa potrebbe costare al leader di Yashar! più voti di quanti non gliene farebbe guadagnare. E questo anche al netto delle rassicurazioni di partiti come Ra’am, il cui leader Mansour Abbas ha garantito che, in caso di sostegno a un governo della coalizione anti-Netanyahu, non intende influire sulle politiche di sicurezza del Paese. Garanzie che, tuttavia, non bastano a superare le resistenze di un’ampia fetta degli alleati di Eisenkot.
Domenica, in sostanza, si saprà ciò che già sanno tutti in Israele: la coalizione anti-Netanyahu otterrà la sua occasione per spodestare uno dei politici più influenti e vincenti della storia israeliana. Ma, per riuscirci, dovrà sudare sette camicie e decidere se scendere a compromessi con le altre forze politiche o tentare la strada del sostegno esterno, con tutti i rischi che una simile mossa comporta. Domani la questione dell’incarico sarà archiviata e inizierà l’ansiosa corsa per racimolare quel pugno di voti necessario a consolidare la posizione di Eisenkot. Una corsa che si prospetta già piuttosto accidentata.
































