In Nepal il maltempo rallenta ancora i soccorsi nelle zone più colpite, mentre il bilancio delle vittime supera ora le 700
È una corsa contro il tempo quella dei soccorritori impegnati tra Nepal e Cina per trovare le migliaia di persone ancora disperse dopo la catastrofica frana provocata dal collasso di un ghiacciaio. A quattro giorni dal disastro, le squadre di emergenza devono fare i conti non soltanto con la vastità della devastazione, ma anche con il maltempo e con il livello crescente dei fiumi, che rendono ancora più rischiose le operazioni.
Il bilancio della catastrofe
Il bilancio è salito ad almeno 750 morti, mentre più di 3.000 persone risultano ancora disperse sui due lati del confine. Mercoledì una gigantesca massa di ghiaccio, rocce, fango e detriti si è riversata nelle valli e nei corsi d’acqua dell’Himalaya, travolgendo ciò che incontrava sul proprio cammino e provocando danni su un’area molto vasta. Secondo la Croce Rossa, le persone potenzialmente colpite dalla catastrofe sarebbero oltre 90.000.
In Nepal, le autorità hanno registrato 734 vittime, 2.498 dispersi e 7.514 persone tratte in salvo. Sul versante cinese il bilancio è invece di 16 morti e 546 dispersi nella contea di Gyirong, in Tibet. Pechino ha inoltre riferito che 261 cittadini stranieri provenienti da 23 Paesi risultano ancora irreperibili nella regione, nei pressi di un importante valico di frontiera con il Nepal.
I soccorsi ostacolati dal territorio
La natura del territorio sta rendendo estremamente complicato raggiungere le aree più colpite. Le valli himalayane, già difficili da attraversare in condizioni normali, sono state sconvolte dalla massa di detriti e dall’innalzamento delle acque. In Nepal, alcuni residenti e soccorritori sono stati costretti a spostarsi verso zone più elevate dopo che il livello del fiume Trishuli è cresciuto rapidamente a causa delle nuove piogge. Il timore è che l’acqua possa provocare ulteriori inondazioni.
L’emergenza non riguarda infatti soltanto la ricerca dei dispersi. Dal momento della catastrofe le operazioni sono state più volte sospese per il maltempo e per il rischio rappresentato da un lago formatosi proprio sul confine tra i due Paesi. Il bacino ha iniziato a riversare acqua nei fiumi Lhende Khola e Trishuli, creando il pericolo di una nuova ondata di piena.
Pechino accusa il cambiamento climatico
La Cina ha collegato il disastro agli effetti del cambiamento climatico, mentre il ministro degli Esteri Wang Yi, in una telefonata con l’omologo nepalese, ha definito la frana il più grave disastro transfrontaliero affrontato dai due Paesi negli ultimi anni. Secondo Pechino, la complessità delle operazioni di soccorso ha raggiunto livelli senza precedenti.
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Per i soccorritori, dunque, ogni ora diventa decisiva. Migliaia di persone restano disperse e le condizioni ambientali continuano a cambiare rapidamente. Tra fiumi gonfiati dalle piogge, laghi glaciali instabili e montagne devastate dalla frana, Nepal e Cina devono ora affrontare una delle più difficili operazioni di soccorso mai condotte nella regione. E mentre le squadre cercano ancora superstiti, l’Himalaya continua a rappresentare un pericolo tanto grande quanto la catastrofe che lo ha generato.
































