28 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Ago, 2026

Nepal, la corsa contro il tempo dopo l’alluvione: 579 morti e oltre 2.400 dispersi

A tre giorni dall’alluvione che ha devastato il nord del Nepal è corsa contro il tempo per i soccorritori che cercano superstiti e dispersi tra fango e detriti


Il Nepal conta i morti, cerca i dispersi e tiene gli occhi puntati verso le montagne. A tre giorni dall’alluvione che ha devastato il nord del Paese, l’emergenza non è finita. Anzi. Il bilancio continua a salire mentre una nuova minaccia costringe soccorritori e popolazione a restare in allerta. L’ultimo dato diffuso dall’autorità nepalese per la gestione dei disastri parla di 579 morti. Sul versante cinese del Tibet le vittime confermate sono cinque. E il numero dei dispersi continua a cambiare: in Nepal sono ormai oltre 1.900, mentre in Tibet restano 558 persone irreperibili.

Il bilancio complessivo supera così i 2.400 dispersi. È la fotografia, ancora provvisoria, di una catastrofe in cui intere aree restano difficili da raggiungere e dove il numero degli irreperibili è aumentato anche dopo il conteggio di oltre 900 persone legate ai progetti idroelettrici, inizialmente non incluse nelle stime. E ora c’è la seconda corsa contro il tempo. Perché mentre il Nepal scava nel fango, la montagna resta in movimento.

Una nuova minaccia dalla montagna

Un’altra piena potrebbe arrivare a valle e spazzare via quello che è rimasto: strade, ponti, villaggi, soccorsi. Gli uomini impegnati nelle ricerche avanzano così con un occhio ai detriti e uno all’acqua, pronti a mollare tutto e mettersi in salvo. Il terreno può tornare a muoversi in qualsiasi momento. E sotto quel fango potrebbero esserci ancora persone vive.

Le operazioni di soccorso sono state temporaneamente sospese dopo che un lago formatosi a monte, in seguito al collasso glaciale, ha cominciato a riversare acqua oltre lo sbarramento naturale. Il timore era quello di una nuova ondata verso valle. L’allarme è poi rientrato e i soccorsi sono ripartiti, ma le autorità hanno mantenuto lo stato di massima allerta. Il livello del lago è sceso, ma il rischio non è stato cancellato: le piogge previste nei prossimi giorni potrebbero nuovamente aumentare la quantità d’acqua.

L’esercito nepalese continua a utilizzare gli elicotteri per raggiungere le persone isolate. Più di 3.700 persone sono già state salvate. Ma strade e ponti sono stati spazzati via, le comunicazioni sono interrotte in diverse zone e il fango rende spesso impossibile l’accesso via terra. La Croce Rossa stima in circa 93mila le persone che hanno bisogno di assistenza.

Oltre cento persone intrappolate in un tunnel

Tra i luoghi dove la ricerca non si ferma c’è anche una centrale idroelettrica. Più di cento persone sono rimaste intrappolate in un tunnel. I soccorritori lavorano nel fango, tra detriti e strutture danneggiate, mentre ogni intervento deve essere valutato anche alla luce del rischio di nuove colate d’acqua e materiale.

Il disastro ha colpito soprattutto Rasuwa e il sistema fluviale del Bhotekoshi e del Trishuli, lungo una delle principali direttrici tra Kathmandu e il Tibet. In pochi minuti una massa di acqua, ghiaccio, roccia e fango ha travolto villaggi, abitazioni, automobili, camion, ponti e infrastrutture. La violenza dell’evento ha lasciato interi tratti del territorio irriconoscibili. Il governo nepalese stima già in oltre 1,3 miliardi di dollari i danni iniziali a strade, ponti, linee elettriche e reti di comunicazione.

A complicare il quadro c’è il numero degli stranieri coinvolti. Turisti, lavoratori e pellegrini provenienti da decine di Paesi si trovavano nell’area quando è arrivata la piena. Secondo l’ultimo aggiornamento Reuters, circa 260 stranieri figurano tra i dispersi. Molti erano diretti verso il Tibet, in pellegrinaggio al monte Kailash e al lago Manasarovar. I numeri, però, vengono continuamente aggiornati attraverso alberghi, agenzie di viaggio, guide e autorità locali.

Tre italiani ancora dispersi

Anche l’Italia segue da vicino le ricerche. Tre cittadini italiani risultano ancora dispersi. Altri connazionali sono stati messi in salvo. La Farnesina ha inviato a Kathmandu una task force dell’Unità di Crisi insieme a personale dell’ambasciata italiana a New Delhi per rafforzare l’assistenza e verificare direttamente la situazione nelle aree colpite.

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Sul terreno, intanto, Kathmandu continua a gestire direttamente le operazioni. Il Nepal ha detto di non avere, per ora, bisogno di squadre straniere di ricerca e salvataggio, nonostante le offerte arrivate da diversi governi. Poi il governo ha precisato di non avere respinto gli aiuti internazionali, spiegando che in questa fase preferisce affidare le operazioni alle proprie forze, che conoscono il territorio e le condizioni locali. È una distinzione che pesa: gli aiuti possono arrivare, ma le squadre straniere di ricerca e soccorso non sono state autorizzate a entrare nella macchina operativa nepalese.

Intanto l’assistenza internazionale si muove. L’Unione europea ha stanziato due milioni di euro per cibo, acqua potabile, servizi igienico-sanitari e assistenza sanitaria. Le organizzazioni umanitarie stanno distribuendo beni di prima necessità nelle zone raggiungibili.

Strade e ponti rendono difficili gli aiuti

Ma il problema è proprio questo: arrivarci. Caritas Nepal racconta di strade e ponti crollati e di squadre costrette a fermarsi dove finisce la viabilità. In alcune aree la popolazione viene spostata verso quote più alte per il timore di nuove inondazioni. Save the Children segnala almeno 69 scuole distrutte o gravemente danneggiate, con quasi 19mila bambini coinvolti.

Poi c’è la montagna. E la domanda su che cosa abbia scatenato una simile massa d’acqua. Le prime ricostruzioni indicano il collasso di una massa glaciale che ha innescato una gigantesca valanga di ghiaccio e roccia, trasformandosi in una colata di acqua, fango e detriti lungo il sistema fluviale. Gli scienziati stanno ancora cercando di ricostruire con precisione la sequenza dell’evento. Il collasso è stato comunque abbastanza potente da produrre un segnale sismico equivalente a una magnitudo 5,2.

Il cambiamento climatico nell’equazione

Il cambiamento climatico entra nell’equazione, ma senza scorciatoie. Il riscaldamento dell’alta montagna sta rendendo più instabili ghiacciai, pendii e permafrost himalayani e può aumentare il rischio di frane e fenomeni a cascata. Ma stabilire quanto abbia contribuito a questo specifico collasso richiederà ulteriori analisi.

Adesso, però, la priorità è un’altra. Trovare chi manca. Raggiungere chi è rimasto isolato. Portare acqua, cibo e medicine. Liberare i tunnel. Recuperare i corpi. E soprattutto capire se la montagna ha ancora altra acqua da scaricare a valle.

Il Nepal scava nel fango. Gli elicotteri continuano a volare. I soccorritori cercano superstiti mentre migliaia di persone aspettano notizie dei propri familiari. E mentre il Paese conta i morti, continua a guardare verso l’alto. Perché la catastrofe cominciata mercoledì non è ancora finita.

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