Nel mirino di Teheran Bulgaria e Cipro
Non esiste dubbio alcuno sul fatto che l’Europa sia stata una vittima non partecipe del conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, eppure, secondo quanto riportato ieri dal Financial Times, nel caso in cui Washington dovesse optare per una rinnovata escalation militare, l’Iran starebbe valutando attacchi contro le basi degli Stati Uniti e del Regno Unito in Europa meridionale e sud-orientale. Nello specifico, il quotidiano britannico parla della base aerea di Bezmer, una delle quattro installazioni bulgaro-americane nel Paese, e di Akrotiri, la base aerea britannica situata sul territorio di Cipro, già finita sotto attacco nella fase più calda del conflitto durante questa primavera. Teheran avrebbe quindi allargato la lista di obiettivi per includere tutte le installazioni a portata dei suoi missili dalle quali opera l’Aeronautica americana. Il parlamento bulgaro ha infatti autorizzato lo scorso 22 luglio gli aerei da rifornimento statunitensi a operare da questa struttura per supportare le operazioni in Medio Oriente, mentre gli aerei cisterna americani operavano già da marzo nella base di Akrotiri.
Le basi Usa in Europa nel mirino di Teheran
Una fonte citata dal quotidiano britannico ha affermato che, in caso di attacco alle proprie infrastrutture strategiche, l’Iran «si difenderà a ogni costo, uscirà dalla regione e colpirà anche l’Europa». Oltre agli attacchi alle basi, Teheran starebbe anche valutando il sabotaggio dei cavi sottomarini in fibra ottica nello Stretto di Hormuz per colpire le comunicazioni internet dell’intero Golfo Persico, cavi attraverso i quali passa anche una porzione del traffico dati da e verso l’Europa.
Dallo Stretto di Hormuz alla risposta della Nato
La risposta dell’Alleanza Atlantica è arrivata per voce di un suo funzionario, che sentito da AGI ha dichiarato che, «come dimostrato all’inizio di quest’anno, quando la difesa aerea della Nato ha intercettato con successo in quattro diverse occasioni missili balistici diretti in Turchia dall’Iran, la nostra capacità di deterrenza e difesa è forte ed efficace».
Trump, Ghalibaf e il confronto con l’Iran
Da Washington, il Presidente americano Donald Trump ha voluto portare avanti anche ieri il teatrino delle negoziazioni (inesistenti) con l’Iran, affermando, appena 24 ore dopo l’annuncio secondo cui non ci sono colloqui in vista, che «il negoziato con l’Iran riprenderà ad un certo punto». Il Presidente ha voluto quindi ripetere la menzogna secondo cui gli Stati Uniti hanno il «completo controllo» dello Stretto, pur ammettendo qualche interferenza iraniana.
Il Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf si è invece recato nella giornata di ieri a Baghdad, dove ha tenuto colloqui con il Presidente Nizar Amidi e il Primo ministro Ali al-Zaidi. Terminati gli incontri istituzionali, Ghalibaf ha pubblicato un messaggio su X in cui ricorda la morte del generale iraniano Qassem Soleimani e il capo delle Forze Popolari di Mobilitazione Abu Mahdi al Muhandis, definendo l’esito del recente conflitto (in realtà ancora in corso) come «il frutto del vostro jihad e del vostro sangue benedetto». «Nel nuovo sistema regionale – ha continuato Ghalibaf – l’intervento delle potenze straniere nelle equazioni tra gli Stati si sta riducendo a un ritmo accelerato; gli Stati Uniti cercano un’uscita onorevole dalla regione e il progetto dal fiume al mare per l’entità sionista [Israele, ndr] è ormai ridotto a puri sogni inconsistenti».
Siria, l’attacco israeliano e il rischio Turchia
Proprio riguardo a Israele, continua a tenere banco l’attacco compiuto tra il 17 e 18 agosto sulla base aerea di Abu al-Duhur, una struttura in disuso situata nella provincia di Idlib, nella Siria settentrionale, che secondo Tel Aviv stava venendo riammodernata per accomodare militari e mezzi turchi. Critiche per l’attacco erano arrivate anche dall’ambasciatore americano in Turchia Tom Barrack, che ieri ha dichiarato al Jerusalem Post che «le forze turche non sapevano che i velivoli israeliani fossero in volo e avrebbero potuto far decollare i propri jet», credendo di «essere sotto attacco». La Siria si conferma dunque come il terreno di scontro tra Ankara e Tel Aviv, anche se l’ambasciatore ha riferito di essere al lavoro per la creazione di un meccanismo a tre per evitare incidenti simili.
Gaza, il piano di pace fermo
Continua invece a rimanere lettera morta il tanto sbandierato piano per Gaza mediato dal Board of Peace di Trump. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu l’ha più volte pubblicamente rifiutato, mentre le Idf hanno continuato anche ieri i loro sporadici raid sulla martoriata Striscia, ieri contro il quartier generale della polizia a Gaza City. Almeno 9 i morti, tra cui, secondo la versione israeliana, un presunto comandante di Hamas. Si chiude così un altro giorno di ordinaria follia mediorientale.






























