La vicenda al centro del film candidato all’Oscar “La voce di Hind Rajab” acquisisce un altro capitolo. Sullo sfondo la stretta del ministro della Sicurezza Nazionale Ben Gvir e le elezioni di ottobre in Israele.
L’Idf apre un’indagine ufficiale sulla morte di Hind Rajab, la giovane bambina palestinese morta a Gaza a inizio 2024 e il cui caso è raccontato nel film candidato all’Oscar “La voce di Hind Rajab”. Un evento che, al tempo, ha causato indignazione e scandalo in tutto il mondo. La bambina di cinque anni uccisa a seguito di un attacco lanciato contro l’auto in cui viaggiava la sua famiglia, costato la vita ad altre sei persone, divenne infatti in quel periodo uno dei simboli più potenti del dramma vissuto dai civili della Striscia durante la guerra. E dei molti errori commessi dai militari d’Israele nella gestione operativa del conflitto e nella corretta identificazione dei bersagli validi durante gli attacchi. Ieri Israele ha forse compiuto il passo simbolicamente più rilevante verso la scoperta di cosa sia veramente accaduto a Gaza in quel frangente e su chi sia veramente da incolpare per l’accaduto.
L’indagine dell’Idf sul caso Hind Rajab
«A causa di presunte irregolarità nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’accaduto da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare», fanno sapere dall’Idf. L’indagine, dunque, partirà dall’intervento degli operatori della Mezzaluna Rossa che intervenirono per tentare di salvare la bambina, in collegamento con i soccorsi per diverse ore, e dalla morte degli stessi, ritrovatosi attaccati durante l’operazione. A seguito dei colpi esplosi contro l’ambulanza perirono due soccorritori, andando ad aggravare un bilancio già pesantissimo.
Le versioni israeliane e i nodi aperti
All’epoca dei fatti, l’Idf dichiarò prontamente che nessuno dei suoi militari stava operando nella zona al momento dell’uccisione della bambina. Gli israeliani cambiarono però poco dopo la propria posizione, confermando di aver «condotto raid contro obiettivi terroristici» con forze di terra attive nei quartieri di Gaza City, tra cui Tel al-Hawa, dove si trovava in quel momento Hind e dove si è verificato l’incidente. Nessuna concessione per mesi a possibili coinvolgimenti ulteriori nella morte della bambina, della sua famiglia o dei soccorritori della Mezzaluna Rossa.
Un primo test per l’accountability israeliana
Proprio alla luce di questa iniziale risposta quanto successo ieri assume caratteri di rilevanza fondamentale. Israele, in un caso tra i più controversi degli ultimi anni, decide di mettersi sotto esame e di interrogarsi su ciò che è successo in quel frangente specifico. E forse è un primo, ancora circoscritto, passo verso quel processo di autoanalisi che prima o poi Israele dovrà affrontare rispetto al proprio operato nella Striscia. I segnali ci sono, in fondo, visto che oltre all’indagine penale su Hind e la sua famiglia, l’Idf ha anche annunciato che si indagherà sull’uccisione di altri 15 palestinesi, tra cui medici e un operatore delle Nazioni Unite. È vero che in molti altri casi controversi, come l’attacco alla World Central Kitchen, l’Idf non ha disposto nuove indagini penali, ma l’apertura di procedimenti su questi due episodi segnala comunque un cambio di rotta, seppur parziale.
Ben Gvir e la campagna sull’inasprimento penale
Nel momento in cui il Paese si muove per tentare almeno in parte di diminuire la pressione internazionale e le critiche sul suo comportamento rispetto ai palestinesi, però, alcuni in Israele continuano a soffiare sul fuoco delle divisioni. Tra questi, nessuno ci mette tanto impegno a mettere in cattiva luce Israele quanto il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il quale nei giorni scorsi è tornato alla ribalta con una delle sue solite provocazioni. Il ministro si è infatti mostrato, in un video fatto circolare su Telegram, mentre mostra le nuove sale destinate all’esecuzione della pena di morte di alcuni prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. «Lo abbiamo promesso e lo stiamo mantenendo. Ho promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri e lo abbiamo mantenuto. Ho promesso di approvare la legge sulla pena di morte per i terroristi e lo abbiamo fatto. E ora anche il braccio della morte e il luogo per l’impiccagione stanno iniziando a prendere forma», dichiara gioioso Ben Gvir mostrando i progressi nelle strutture destinate a eseguire le condanne, prima di aggiungere di star facendo «la storia».
Il caso prima delle elezioni
In vista delle elezioni di ottobre, dunque, il ministro ha deciso di alzare il tiro e di tornare a mostrarsi come il principale rappresentante dell’estrema destra israeliana, in competizione con l’altro esponente di peso di quell’area politica, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
L’apertura dell’indagine sul caso di Hind Rajab e le continue provocazioni di Ben Gvir e degli altri oltranzisti sembrano comunque un’evidente contraddizione. Ma è forse proprio in questa contraddizione che si trova il senso di ciò che sta accadendo in Israele. Da una parte, infatti, l’esercito, dopo mesi di polemiche e versioni contraddittorie, sembra disposto almeno in alcuni casi a riaprire dossier rimasti a lungo sospesi, verificando responsabilità e possibili errori commessi durante le operazioni a Gaza. Dall’altra, esponenti del governo come Ben Gvir continuano a trasformare la punizione e l’inasprimento delle condizioni dei palestinesi in una bandiera politica, proprio mentre il Paese si avvicina alle urne.
Oltre il caso Hind Rajab
Il caso di Hind Rajab, allora, non riguarda soltanto ciò che accadde a una bambina di cinque anni e alla sua famiglia. Riguarda anche la capacità di Israele di stabilire, dopo una guerra che ha prodotto una quantità enorme di vittime civili e di controversie, se sia ancora possibile distinguere tra la necessità di perseguire i responsabili degli attacchi e la tentazione di considerare ogni palestinese un nemico. L’indagine annunciata dall’Idf è soltanto un primo passo, e non dice ancora nulla sull’esito finale. Ma è proprio da risposte come questa che passerà una parte della futura resa dei conti di Israele con ciò che è accaduto a Gaza.






























