Il progetto di Jameson Land slitta al 2027 dopo le proteste partite da Ittoqqortoormiit e arrivate in altre cinque città. Sullo sfondo, 13 miliardi di barili potenziali e gli interessi Usa
Nuuk rinvia al 2027 la perforazione di Jameson Land. Ma la vera notizia è ciò che è successo prima: a Ittoqqortoormiit un abitante su tre è sceso in piazza. Poi altre cinque città hanno risposto. Sullo sfondo, una società americana, un potenziale di 13 miliardi di barili, gli interessi del mondo Trump e Dr. Phil. Ma il petrolio, per ora, è soltanto una promessa. La battaglia vera è per decidere chi comanda sulla terra.
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La trivella non partirà quest’anno
Il progetto petrolifero di Greenland Energy nella regione di Nunap Qeqqa, Jameson Land, sulla costa orientale della Groenlandia, è stato rinviato almeno all’inverno 2027. Il motivo è concreto: il procedimento autorizzativo e regolatorio non può essere completato nei tempi previsti e non c’è tempo sufficiente per completare le valutazioni ambientali e sociali necessarie. La società britannica 80 Mile, partner del progetto, ha confermato il rinvio.
Ma questa non è soltanto la storia di una perforazione rimandata. Perché prima che Nuuk fermasse il calendario, la Groenlandia aveva già cominciato a mobilitarsi.
Ittoqqortoormiit scende in strada
Il 13 luglio, a Ittoqqortoormiit, la comunità più piccola della Groenlandia, è scattata la protesta. La città contava 313 abitanti all’inizio del 2026. E secondo Serm Sermitsiaq, circa un terzo della popolazione ha partecipato alla manifestazione contro l’esplorazione petrolifera di Nunap Qeqqa.
In una comunità di queste dimensioni, non è una protesta simbolica: è una parte enorme del paese reale che decide di farsi vedere.
Poi è successo qualcosa di ancora più importante. All’appello hanno risposto Tasiilaq, Nuuk, Qaqortoq, Nanortalik e Narsaq. Cinque città. La protesta era uscita da Ittoqqortoormiit e aveva attraversato la Groenlandia.
Non era più soltanto: petrolio sì, petrolio no. Era diventata una domanda di potere: chi decide del futuro della Groenlandia?
«Ci sentiamo minacciati e inascoltati»
L’appello era stato lanciato da Hans Brønlund, presidente del comitato locale. Gli abitanti denunciavano di sentirsi minacciati e inascoltati. Il timore principale è un incidente petrolifero in un ambiente artico fragile, ma il problema è più grande: Ittoqqortoormiit vive anche della caccia e delle risorse naturali. Un incidente potrebbe colpire insieme ambiente, economia locale e cultura dei cacciatori.
E qui arriva un particolare decisivo. La comunità non era partita necessariamente dal “no”. Dopo un incontro con i rappresentanti di Greenland Energy e 80 Mile, molti abitanti hanno cominciato a considerare il progetto con crescente diffidenza. Hans Brønlund ha accusato le compagnie di avere avuto un approccio manipolatorio e ha chiesto che fosse il governo groenlandese a gestire il rapporto con le società minerarie.
La questione, dunque, è anche economica: se arriva la ricchezza, chi ne beneficia? E soprattutto: chi paga il rischio?
Tredici miliardi di barili, forse
Poi c’è il numero che ha acceso la fantasia internazionale: 13 miliardi di barili di petrolio. È la stima di potenziale utilizzata da Greenland Energy per descrivere il progetto. Robert Price, dirigente della società, ne ha parlato pubblicamente anche durante l’incontro con gli abitanti di Ittoqqortoormiit.
Ma attenzione. 13 miliardi non significano 13 miliardi di barili già scoperti. Non sono riserve accertate. Non sono petrolio già estraibile. Sono una stima del potenziale geologico che la perforazione dovrebbe contribuire a verificare.
È la differenza tra una possibile fortuna e una fortuna realmente trovata. Ed è una differenza gigantesca.
La Groenlandia non concede nuove licenze
C’è poi un paradosso. La Groenlandia ha deciso nel 2021 di interrompere il rilascio di nuove licenze petrolifere per ragioni ambientali. Ma il progetto di Jameson Land nasce da diritti di esplorazione storici, detenuti da 80 Mile attraverso White Flame Energy.
Quindi Greenland Energy non sta semplicemente chiedendo oggi una nuova concessione petrolifera. Sta cercando di sviluppare un progetto costruito su diritti precedenti, in un Paese che nel frattempo ha cambiato politica.
È una delle ragioni per cui il caso è diventato così delicato. La società vede un’opportunità già autorizzata nel passato. Nuuk deve verificare ciò che può essere fatto oggi. E la popolazione vuole sapere a quali condizioni.
Lo scontro sui permessi
A luglio il conflitto è diventato fisico. Attrezzature destinate al progetto sono state portate sulla costa orientale. Le autorità groenlandesi hanno lanciato un “strong warning”, ricordando che le attività logistiche collegate all’esplorazione devono essere autorizzate.
La vicenda ha alimentato un’altra controversia: la società sosteneva di operare nel rispetto delle autorizzazioni disponibili, mentre le autorità groenlandesi insistevano sulla necessità di completare il quadro regolatorio prima di procedere. KNR aveva già riferito che la società stava ancora presentando le domande necessarie per le attività programmate.
Adesso il verdetto è arrivato: non si perfora nel 2026.
Gli interessi Usa in Groenlandia
Qui bisogna essere precisi. Donald Trump non è il proprietario del progetto. Greenland Energy è una società privata. Ma il progetto è diventato impossibile da separare dalla politica americana sulla Groenlandia.
Attorno alla società gravitano figure e interessi vicini all’universo Trump. E gli stessi investitori guardano all’interesse del presidente americano per l’isola come a un possibile acceleratore del valore del progetto.
KNR ha scoperto una chat pubblica di investitori nella quale si parlava apertamente di una possibile “Trump pump”: l’idea che l’attenzione di Trump sulla Groenlandia potesse trasformarsi in un vantaggio per Greenland Energy.
In quella discussione compariva anche un messaggio attribuito al presidente del consiglio di amministrazione, Larry G. Swets Jr., secondo cui persone dell’ambiente Trump stavano seguendo molto attentamente gli sviluppi.
Non è la prova che Washington controlli la società. È però la prova di quanto politica americana, finanza e petrolio groenlandese siano ormai intrecciati.
Dr. Phil e la caccia al tesoro
E poi c’è Dr. Phil. La star televisiva americana, Phil McGraw, era stata coinvolta in un progetto di documentario sulla ricerca petrolifera di Greenland Energy. Il viaggio in Groenlandia previsto per luglio, però, è stato successivamente cancellato: la società ha confermato a KNR che Dr. Phil non sarebbe andato a Ittoqqortoormiit né in Groenlandia nel 2026.
Il progetto mediatico resta comunque parte della storia. Perché racconta perfettamente il modo in cui l’operazione è stata presentata negli Stati Uniti: Artico. Petrolio. Miliardi. Trump. Una spedizione. Una caccia al tesoro.
Ma per gli abitanti di Ittoqqortoormiit non è una caccia al tesoro. È casa.
«Possediamo tutto il Jameson Land»
C’è poi una frase di Robert Price che ha attirato l’attenzione di KNR. Intervistato da Dr. Phil, il dirigente americano ha detto: “Possediamo tutto il Jameson Land Basin”.
KNR ha sottoposto la dichiarazione a fact-checking. Il punto è semplice: una licenza di esplorazione e sfruttamento non equivale alla proprietà del territorio.
La distinzione è fondamentale. Perché una cosa è avere diritti minerari secondo una licenza. Un’altra è dire di possedere due milioni di ettari.
Ed è proprio questa differenza che rende la frase politicamente esplosiva in una terra nella quale la parola autodeterminazione pesa più di qualsiasi stima petrolifera.
La promessa dei dieci mesi
Nel frattempo, anche la politica americana aveva accelerato la narrazione. Jeff Landry, governatore della Louisiana e inviato di Trump per la Groenlandia, aveva parlato della possibilità di arrivare alla produzione petrolifera in tempi rapidissimi, nell’ordine di circa dieci mesi.
Ora il progetto non può nemmeno iniziare le perforazioni quest’anno. Il calendario è scivolato al 2027.
È il contrasto perfetto tra due velocità. Washington vuole correre. L’Artico impone di aspettare. E Nuuk ha scelto di far rispettare il proprio tempo.
Non è solo una protesta ambientale
Questo è il punto decisivo. Ridurre tutto a una battaglia fra ambientalisti e petrolieri sarebbe troppo facile. Gli abitanti di Ittoqqortoormiit vogliono sviluppo. Vogliono infrastrutture. Vogliono servizi. Vogliono garanzie. Vogliono sapere che cosa succederà alla propria comunità se il progetto avrà successo. E vogliono sapere cosa succederà se fallirà.
Se sotto Jameson Land ci sono davvero miliardi di barili, la domanda è: quanto di quella ricchezza resterà in Groenlandia?
Se invece il petrolio non sarà trovato, chi avrà sostenuto i costi sociali e ambientali della ricerca? E se ci sarà un incidente, chi risponderà?
Il petrolio è un’ipotesi. La protesta è reale
Questa è la fotografia della Groenlandia nell’agosto 2026. Una società americana vuole perforare. Il suo partner britannico vuole sviluppare le licenze. Gli investitori guardano al potenziale economico. Trump guarda alla Groenlandia come a un territorio strategico. Dr. Phil ha trasformato la storia in un possibile prodotto televisivo.
Ma 313 persone hanno ricordato a tutti che sotto quei numeri esiste una comunità. E circa un terzo di quella comunità è sceso in strada. Poi sono arrivate altre cinque città.
Adesso Nuuk ha fermato il cronometro. La trivella dovrà aspettare il 2027.
La vera domanda
Forse, alla fine, i 13 miliardi di barili ci saranno. Forse saranno molti meno. Forse il progetto dimostrerà che la promessa americana era enorme e il giacimento molto più piccolo. O forse, un giorno, Jameson Land diventerà davvero uno dei grandi nuovi fronti energetici dell’Artico.
Ma c’è una cosa che è già stata scoperta. La Groenlandia non è un territorio vuoto da attraversare con una trivella. È una terra abitata. Una comunità ha protestato. Altre cinque hanno risposto. Nuuk ha imposto il proprio procedimento. E ora la compagnia deve aspettare.
Perché il petrolio può aspettare. Gli investitori possono aspettare. La televisione può aspettare. La Groenlandia no. La gente che ci vive ha già detto la sua. E prima di bucare la terra, qualcuno dovrà ascoltarla.





























