Saltano i negoziati previsti al Bürgenstock. Dopo la firma del memorandum tra Washington e Teheran, il vicepresidente americano annulla il viaggio e la Svizzera conferma il rinvio a tempo indeterminato dei colloqui
Tutti a firmare. Trump a Versailles addirittura. Firme in Pakistan, firme elettroniche. Firme come autografi. E tutti a postare sui social le firme che avrebbero iniziato a fermare la guerra. Ma sono diventate solo firme ferme.
I colloqui previsti in Svizzera tra le delegazioni di Washington e Teheran per un accordo tra Stati Uniti e Iran, sono stati rinviati a tempo indeterminato. Il vicepresidente americano JD Vance ha cancellato la propria missione tra le Alpi. Il risultato è un paradosso diplomatico: mentre la Casa Bianca continua a parlare di successo storico, la fase due del negoziato non si sa più dove sia.
Secondo Washington, la cancellazione sarebbe legata a questioni organizzative e alla necessità di definire meglio il calendario dei negoziati tecnici. Ma la coincidenza tra il rinvio della missione e lo stop ai colloqui alimenta inevitabilmente i dubbi sulla tenuta del processo diplomatico.
Per ora il memorandum resta formalmente in vigore. Ma la fase che dovrebbe trasformarlo in un accordo definitivo appare molto più complessa di quanto la Casa Bianca avesse lasciato intendere appena ventiquattro ore fa.
Saltano i colloqui di Lucerna
I negoziati erano previsti al Bürgenstock, il resort affacciato sul lago di Lucerna che nelle ultime settimane era stato indicato come sede della cosiddetta “fase due” dell’accordo. A confermare il rinvio è stato il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero. «I colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati. La Svizzera resta disponibile a facilitare tali colloqui», hanno spiegato le autorità elvetiche, precisando che i preparativi diplomatici proseguiranno nonostante lo stop.
Per il momento non è stata indicata alcuna nuova data.
Vance difende l’accordo
Nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca, Vance ha respinto le accuse di chi considera il memorandum una concessione eccessiva a Teheran.

«Abbiamo tutte le carte in mano», ha dichiarato il vicepresidente, sostenendo che l’Iran non otterrà alcun beneficio reale se non accetterà le condizioni che Washington intende imporre nei prossimi sessanta giorni di negoziato. Secondo Vance, il punto centrale dell’accordo non sono le promesse ma le verifiche. «Le parole non contano. Conta la verifica», ha insistito, ribadendo che gli Stati Uniti pretendono garanzie concrete sul programma nucleare iraniano.
Il vicepresidente ha sostenuto che il memorandum rappresenta una vittoria per gli Stati Uniti e che il futuro economico dell’Iran dipenderà esclusivamente dalla sua disponibilità a rispettare gli impegni assunti.
Le critiche all’intesa
La difesa di Vance arriva però mentre crescono le critiche negli Stati Uniti. Secondo diversi osservatori, il memorandum concede a Teheran vantaggi immediati senza ottenere in cambio risultati definitivi sul nucleare e sul programma missilistico.
Tra i punti più controversi figurano la riapertura dello Stretto di Hormuz, il progressivo allentamento delle restrizioni sulle esportazioni petrolifere iraniane e la prospettiva di un vasto piano internazionale di investimenti destinato alla ricostruzione dell’economia del Paese. I critici sostengono che l’Iran stia già ottenendo importanti benefici economici prima ancora di aver accettato le condizioni richieste dagli Stati Uniti per l’accordo finale.
Il piano da 300 miliardi
Uno degli aspetti più discussi riguarda il fondo da almeno 300 miliardi di dollari previsto per sostenere la ripresa economica iraniana.
Secondo la Casa Bianca, non si tratterebbe di denaro americano ma di investimenti privati e contributi provenienti da partner regionali e internazionali. L’obiettivo dichiarato è favorire la stabilizzazione economica dell’Iran senza utilizzare fondi pubblici statunitensi.
Resta tuttavia il fatto che il memorandum apre la strada a un massiccio afflusso di capitali in un Paese che per anni è stato colpito da pesanti sanzioni internazionali.
Sessanta giorni per il nodo nucleare
Il vero cuore del negoziato resta il programma nucleare iraniano. Il memorandum non risolve la questione dell’uranio arricchito accumulato da Teheran, ma rinvia il tema ai successivi sessanta giorni di trattative. L’intesa prevede che l’Iran proceda al cosiddetto “down-blending”, cioè alla diluizione delle scorte di uranio arricchito sotto la supervisione degli ispettori internazionali.
Restano però molte domande. Non è ancora chiaro quale sarà il destino finale delle scorte di uranio già prodotte né quali limiti verranno imposti alle future attività nucleari della Repubblica islamica. Proprio su questo punto emergono le differenze più evidenti rispetto all’accordo firmato dall’amministrazione Obama nel 2015.
Missili e Israele restano fuori
Un’altra questione irrisolta riguarda il programma missilistico iraniano. Nel testo del memorandum non compaiono impegni specifici sulla riduzione o sull’eliminazione dei missili balistici di Teheran, uno degli obiettivi che l’amministrazione americana aveva indicato all’inizio della guerra.
La scelta ha provocato forti critiche da parte di esponenti politici israeliani e di alcuni settori del Partito Repubblicano.
Vance ha risposto in modo netto, invitando il governo di Benjamin Netanyahu a non attaccare l’unico alleato che continua a garantire sostegno a Israele. Lo scontro conferma come il fronte israeliano e quello libanese restino i punti più fragili dell’intera architettura diplomatica costruita attorno all’accordo.





























