Netanyahu Libano accordo Usa Iran, il premier israeliano prende le distanze dall’intesa raggiunta da Washington con Teheran e assicura che le forze israeliane resteranno nelle zone di sicurezza del sud del Libano
A poche ore dall’intesa tra Stati Uniti e Iran che dovrebbe aprire una nuova fase di de-escalation in Medio Oriente, Benjamin Netanyahu prende le distanze dall’accordo e manda un messaggio chiaro sia a Teheran sia a Washington: Israele non ritirerà le proprie truppe dal Libano.
In un discorso rivolto agli israeliani, il premier ha sottolineato che «la lotta non è finita», lasciando intendere che il governo israeliano non si considera vincolato da alcuni degli aspetti più delicati dell’intesa raggiunta dagli Stati Uniti con la Repubblica islamica.
La sfida di Netanyahu
«Voglio essere chiaro: resteremo nelle zone di sicurezza per tutto il tempo necessario a difendere il nostro Paese», ha dichiarato Netanyahu.
Le parole del premier arrivano mentre emergono dettagli e interpretazioni contrastanti sul memorandum negoziato tra Washington e Teheran. Tra le richieste avanzate dall’Iran durante i colloqui c’era infatti anche il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano, dove l’esercito continua a combattere Hezbollah, il movimento sciita sostenuto da Teheran.
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Israele non ha partecipato direttamente ai negoziati e ora Netanyahu sembra voler rivendicare la propria autonomia rispetto alle scelte dell’alleato americano.
Il nodo Libano
L’attuale presenza militare israeliana in Libano è una conseguenza diretta dell’allargamento del conflitto regionale. Dopo l’inizio della guerra tra Israele e Iran, Hezbollah aveva intensificato gli attacchi contro il territorio israeliano in segno di solidarietà con Teheran. In risposta, le forze israeliane hanno occupato una fascia di territorio nel sud del Libano definita da Netanyahu una «zona di sicurezza».
Negli ultimi mesi l’aviazione israeliana ha continuato a colpire obiettivi riconducibili a Hezbollah anche nei pressi di Beirut, contribuendo a mantenere alta la tensione nella regione. Secondo i dati diffusi dalle autorità dei due Paesi, nei combattimenti tra Israele e Hezbollah sono morte oltre 3.700 persone in Libano e almeno 30 in Israele.
Le prime crepe nella tregua
Le dichiarazioni del premier israeliano rappresentano uno dei primi segnali di difficoltà per l’accordo promosso dall’amministrazione Trump. Con il testo definitivo non ancora reso pubblico, restano numerosi punti controversi e interpretazioni divergenti sugli impegni assunti dalle parti. Netanyahu ha evitato di attaccare frontalmente il presidente americano ma ha sottolineato che l’intesa è stata una scelta di Washington.
«Questo accordo è stato fatto dagli Stati Uniti, dal presidente degli Stati Uniti. È una sua decisione», ha affermato, ripetendo il concetto due volte per sottolineare la distanza del governo israeliano dal negoziato.
«Abbiamo i nostri interessi»
Il premier ha ribadito che il rapporto con Trump resta solido. Definendolo «un rapporto tra partner». Ma ha anche precisato che Israele continuerà a perseguire i propri obiettivi strategici. «Abbiamo i nostri interessi», ha detto. Netanyahu ha inoltre rivendicato il ruolo svolto da Israele nella guerra contro l’Iran, sostenendo che senza l’intervento congiunto di Stati Uniti e Israele Teheran sarebbe oggi molto più vicina a dotarsi di armi nucleari.
Il futuro dell’accordo
Le parole del premier israeliano rischiano di complicare il percorso dell’intesa appena raggiunta. Uno degli obiettivi dichiarati del memorandum era infatti favorire una più ampia stabilizzazione regionale, a partire proprio dal fronte libanese. La decisione di mantenere le truppe nel sud del Paese potrebbe invece alimentare nuove tensioni con Hezbollah e con l’Iran. Per questo il discorso di Netanyahu viene letto come il primo vero test politico della tregua. L’accordo tra Stati Uniti e Iran è stato firmato, ma la sua applicazione passa anche dalle scelte di Israele.































