La conclusione della guerra tra Usa, Israele e Iran lascia un Medio Oriente cambiato che segnala come sconfitti gli alleati che hanno tentato una spallata all’Asse della Resistenza
L’alba del giorno dopo consegna l’immagine di un Medio Oriente (precariamente) pacificato ma anche in procinto di assistere a uno storico cambio di equilibri. Del resto, quello era l’obiettivo della guerra scatenata da Stati Uniti e Iran lo scorso 28 febbraio, anche se probabilmente l’esito non corrisponderà ai loro desiderata. Non a caso il presidente americano Donald Trump si sta sforzando per presentare l’accordo come un successo. «L’Iran non ha armi nucleari. Una grande vittoria», ha detto il vicepresidente J.D. Vance trascurando di dire che Teheran la Bomba non l’aveva nemmeno prima della guerra e si era (almeno a parole) già impegnata a non svilupparla nel 2015.
Dietro la vuotezza della retorica emerge la realtà di una guerra di cui si è perso il controllo e di cui adesso tocca pagare il conto. «Non mi è mai importato del regime change», ha detto Trump. Ma è difficile credere che quella non fosse la missione principale, dal momento che il primo colpo sparato fu diretto all’eliminazione dei maggiori leader iraniani. In primis la Guida Suprema Alì Khamenei.
Dietro la vuotezza della retorica, c’è la realtà di una guerra di cui si è perso il controllo e di cui adesso tocca pagare il conto. Solo poche settimane fa il presidente americano aveva preteso l’adesione di tutto il mondo arabo (e della Turchia e del Pakistan) agli Accordi di Abramo. Vale a dire all’ordine regionale a guida israeliana pensato dagli Stati Uniti per fare del proprio alleato il perno del Medio Oriente.
Il ridimensionamento dell’ordine regionale
Oggi quello scenario appare lontanissimo. Mentre ancora si attendono i dettagli precisi dell’accordo, sembra probabile che l’Iran riuscirà ad esercitare una qualche forma di supervisione sullo stretto di Hormuz. Lo detta la geografia prima ancora che la politica. Teheran si affaccia sul braccio di mare conteso, gli Stati Uniti invece si trovano dall’altra parte del mondo. L’Iran ha ridotto in briciole l’illusione di deterrenza militare che ammantava le basi americane nel Golfo Persico innescando sommovimenti geopolitici che probabilmente non deporranno a favore di Washington. Non solo, ma l’Iran ha imposto agli Stati Uniti di considerare il fronte libanese come parte del conflitto più ampio con Teheran. E, con questo, di mettere sotto stress il rapporto tra America e Israele.
Non è implausibile se dietro la stizza riservata da Trump al premier israeliano Benjamin Netanyahu negli ultimi giorni non si celi anche una forma di rivalsa. Fu proprio Netanyahu, infatti, a convincere il tycoon a imbarcarsi nell’impresa iraniana, contro le obiezioni della CIA e del Pentagono. Il fatto che ora il leader israeliano faccia ostruzionismo ai tentativi di Trump di chiudere (malamente) il disastro che lui stesso ha fatto deflagrare difficilmente sarà andato a genio al capo della Casa Bianca. Sicuramente un grande perdente è Israele, in generale, e Netanyahu, in particolare.
Israele tra sconfitta e isolamento
Il premier che alle ultime elezioni con il soprannome di “Mr Sicurezza” – un operatore politico controverso, moralmente opaco e coinvolto in pesanti scandali ma brutalmente efficace nel garantire l’inviolabilità dello Stato Ebraico – rischia ora di arrivare alle urne, previste per il prossimo autunno, sotto la cappa di un fallimento inescusabile. Tel Aviv infatti esce dal conflitto tra gli sconfitti. Fallita la prospettiva di una spallata finale al regime di Teheran, Israele oggi osserva con preoccupazione crescente la nascita di un ambiente regionale sempre meno favorevole agli interessi israeliani. Lontani sembrano i tempi dello Stato Ebraico «superpotenza globale» a capo di un nuovo «ordine regionale».
Composto da un Iran ridotto al rango di Stato fallito assieme alla Siria. Dei Paesi arabi sunniti cooptati all’interno degli Accordi di Abramo. Del Libano sterilizzato manu militari. Il tutto garantito dalla generosa coperta dell’alleato americano. Proprio la scornata presa da quest’ultimo contro la “fortezza Persia” ha vaporizzato tutti i piani di Netanyahu. Ora il rischio è che una Washington indebolita entri quasi per inerzia in una spirale di disimpegno dalla regione. Spirale che garantisca a una Teheran ringalluzzita nuovo spazio di manovra per ripristinare la potenza perduta negli ultimi anni.
La guerra ha rinsaldato il regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Offrendogli un cemento popolare con cui ricostruire una reputazione appannata dopo le proteste e la crisi dell’ultimo decennio. Una nuova “guerra santa patriottica” come quella rivoluzionaria contro l’Iraq del 1981-1989. Il mondo arabo, da parte sua, ha preso atto dello sgretolarsi dell’affidabilità del protettore americano e si sta riorganizzando per conto suo, avendo constatato la pericolosità dell’Iran ma anche i rischi legati al comportamento del “cane pazzo” israeliano.
Il Patto di Maometto e la nuova partita sunnita
La prospettiva della nascita di un blocco militare sunnita – il cosiddetto Patto di Maometto tra Pakistan, Arabia Saudita, Egitto, Turchia ed eventualmente i Paesi del Golfo – rischia così di rivelarsi un clamoroso autogol. A lungo agognato a Washington e Tel Aviv come contrappeso anti-iraniano, la “Nato araba” potrebbe rivelarsi invece il veicolo di influenza perfetto per la Turchia, sempre più schiacciata su posizioni anti-israeliane.
Del resto, il Golfo Persico è un altro dei grandi sconfitti. Ora che la loro prosperità e le loro ambizioni appaiono drasticamente ridimensionate la svolta prefigurata nel Patto di Maometto è la risposta a una regione che sta correndo più veloce di loro.
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Ma, mentre l’Iran esce provato pesantemente dal conflitto, la sua stessa sopravvivenza come regime anti-americano testimonia il fallimento – dolorosa consapevolezza destinata ad aver pesanti riverberi su tutto il mondo – della mossa a tenaglia con cui Washington e Tel Aviv avevano pensato di poterlo chiudere in una morsa. Contro la netta superiorità di mezzi e di risorse, il nuovo “asse della resilienza” iraniano si è dimostrato più coriaceo del previsto. Forse la prossima volta che qualcuno vorrà imbarcarsi in un’aggressione militare ci penserà due volte.































