La guerra in Ucraina rimane aperta, sporca e sanguinosa, ma Kiev dimostra che l’impegno per la libertà può diventare intelligenza strategica
Negli ultimi mesi lo sguardo del mondo si è spostato più sull’Iran che sull’Ucraina. È comprensibile. Intanto, però, qualcosa è cambiato sul secondo fronte. Si è spostata, cioè, la percezione della forza. Alla vigilia della parata del 9 maggio, il rito più sacro della religione civile putiniana, Mosca ha rafforzato la sicurezza e ridotto l’esibizione. Zelensky, non senza ironia, ha “concesso” alla Russia il permesso di celebrare la sua parata. Il Cremlino ha risposto che la Russia non aveva bisogno del permesso di nessuno. Formalmente è vero. Politicamente, però, un potere sicuro di sé non sente il bisogno di precisare di non aver paura. Ciò che è cambiato, dunque, è il fatto che adesso Mosca deve mettere in conto di poter essere colpita.
Il mito fondativo di Putin
La distanza, che per secoli ha protetto gli imperi, si è accorciata. La profondità strategica russa, mito geografico e psicologico, si è riempita di piccoli oggetti volanti, economici, mobili, difficili da intercettare, capaci di trasformare il centro simbolico del potere in una zona di vulnerabilità. La parata del 9 maggio si è svolta, infatti, in un clima di forte allerta, per i timori di attacchi ucraini dal cielo con i droni. È questa la vera umiliazione per Putin: avere trasformato la Grande Guerra Patriottica, cioè il mito fondativo della Russia contemporanea, nello sfondo grottesco di una guerra che non riesce più a presentarsi come epopea. La Russia voleva restaurare la propria grandezza imperiale attraverso l’invasione dell’Ucraina. Si ritrova invece con una guerra lunga, logorante, costosissima, più vicina alla decomposizione di un sistema che alla marcia trionfale di una potenza. I 352.000 cittadini russi maschi tra i 18 e i 59 anni morti nella guerra, dall’inizio dell’invasione su larga scala fino alla fine del 2025, rappresentano una cifra che dichiara da sola il fallimento morale di un regime che ha chiesto ai propri sudditi di morire per una fantasia storica.
La stanchezza della Russia
La Russia è stanca. Naturalmente questa stanchezza non va scambiata per ribellione. Le autocrazie non crollano perché la gente soffre; spesso sopravvivono proprio organizzando la sofferenza, censurandola, trasformandola in destino nazionale. Tuttavia il consenso imperiale ha bisogno di una narrazione semplice, basata su tre concetti facili: noi avanziamo, il nemico cede, la storia ci dà ragione. Quando l’avanzata diventa lenta, le conquiste costano centinaia di migliaia di morti e la guerra entra nelle città russe sotto forma di droni, incendi, aeroporti bloccati e infrastrutture colpite, ecco che quella narrazione si incrina. Secondo i sondaggi il consenso verso Putin resta alto, ma un calo dall’inizio dell’anno c’è stato, così come una diminuzione più netta tra quanti pensano che il Paese stia andando nella direzione giusta.
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La posizione di Zelensky
Dall’altra parte, Zelensky appare meno prigioniero della gratitudine obbligatoria. Per anni l’Ucraina ha dovuto recitare la parte della vittima riconoscente, chiedendo armi, denaro, attenzione, misurando ogni parola per non irritare Washington, Berlino, Parigi, Bruxelles. Ora qualcosa cambia. Kyiv resta dipendente dagli alleati, soprattutto dagli Stati Uniti, però non è più soltanto destinataria di aiuti. È diventata laboratorio militare e officina tecnologica. Un Paese devastato dall’invasione si è trasformato in una delle principali scuole mondiali della guerra con i droni. In marzo, Zelensky ha dichiarato che Kyiv ha inviato droni intercettori ed esperti in Giordania per aiutare a proteggere basi militari americane dagli attacchi iraniani. La modernità politica ci aveva abituato a pensare la potenza come accumulo. La guerra dei droni introduce una logica diversa, basata sulla diffusione e la velocità, sull’adattamento e la riduzione del costo, e soprattutto sulla moltiplicazione dei punti di vulnerabilità.
La guerra sanguinosa
Naturalmente sarebbe ingenuo dedurne che la Russia stia perdendo la guerra, che resta aperta, sporca, sanguinosa. Dopo la fine della tregua di tre giorni legata al 9 maggio, Mosca ha lanciato oltre duecento attacchi aerei contro l’Ucraina, con vittime nella regione di Dnipropetrovsk e nuove incursioni contro infrastrutture civili. La superiorità tecnologica ucraina in alcuni settori non cancella la brutalità russa, né risolve il problema politico decisivo: quanto l’Occidente sarà disposto a sostenere Kyiv senza trasformare la pace in una resa con altro nome. Se Trump dovesse usare il proprio peso residuo per spingere Kyiv verso un accordo favorevole a Mosca, Putin potrebbe ottenere al tavolo ciò che non è riuscito a ottenere pienamente sul campo. Sarebbe il capolavoro dell’autoritarismo contemporaneo: perdere slancio militare e vincere per l’impazienza dell’Occidente.
L’Europa
Per questo l’Europa dovrebbe guardare con attenzione al mutamento in corso. L’Ucraina sta dimostrando che la libertà politica, quando è costretta a difendersi, può diventare anche intelligenza tecnica, adattamento e invenzione, può essere, cioè, una forma di energia collettiva, purché non venga lasciata sola a dimostrare ogni giorno di meritare la propria sopravvivenza. La scena della Piazza Rossa impaurita vale allora più di molti bollettini militari. Putin voleva insegnare all’Ucraina che la Storia appartiene ai forti. L’Ucraina sta mostrando alla Russia che può anche non essere vero. Non è una vittoria, certo, ma resta una ferita simbolica.
E le autocrazie, più delle democrazie, temono le ferite simboliche, perché vivono di apparenza e di liturgie del comando. Forse la guerra non è entrata in una fase risolutiva. Forse il fronte tornerà a muoversi a favore di Mosca, ma qualcosa si è rotto nell’immagine della potenza russa. Il Cremlino può ancora bombardare, occupare, mentire, consumare uomini e parole. Quello che non può più fare con la stessa facilità è fingere che la guerra resti lontana da casa. L’Ucraina ha portato la paura dentro la mitologia imperiale russa. È poco, rispetto alle città distrutte e ai morti. È moltissimo, rispetto all’immaginario del potere. Perché il potere comincia davvero a vacillare quando scopre che il cielo sopra la propria parata non gli appartiene più.






























