L’ex capo di Stato maggiore della Difesa promuove il ddl che ridisegna la sicurezza nazionale: «Necessario e quasi tardivo». E sulla cybersicurezza difende la primazia dei militari
«La cronaca con gli attacchi e la minaccia dei droni ci ricorda tutti i giorni che siamo già in guerra. Mi auguro che questo disegno di legge venga presto approvato dal Parlamento perché si tratta di una riorganizzazione in generale della nostra sicurezza non più rinviabile».
Il generale Vincenzo Camporini è stato capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e tra 2008 e 2011 della Difesa. Nel 2024 ha tentato l’elezione al Parlamento europeo con Azione.
Che idea s’è fatto del disegno di legge che riordina la Difesa in funzione della minaccia cyber?
«È un provvedimento necessario e quasi tardivo. Dunque, ben vengano le modifiche soprattutto per quello che riguarda l’aspetto dei droni, dei nuovi domini militari e sui poteri alla Difesa contro la minaccia cyber. Ottimo segnale anche il fatto che l’avanzamento in carriera sarà deciso da una commissione interforze e non della singola forza armata e solo dopo aver maturato esperienza in ambiente interforze».
Aumento degli uomini e delle donne in divisa (40 mila in più entro il 2033, tra i 5 e i 7mila in più ogni anno), la creazione di una “riserva” operativa, nazionale e territoriale. Tra i 17 articoli del ddl per il Rafforzamento e l’adeguamento per la capacità di difesa nazionale, cosa la colpisce di più?
«La parte dedicata alla cybersicurezza. Il fatto che sia conferita alla Difesa una primazia nell’ambito del cyber warfare sia sul fronte del reclutamento di specialisti sia su quello dell’organizzazione, dimostra che abbiamo compreso come si è evoluta la minaccia in questi ultimi quattro anni».
È anche la parte che rischia di suscitare più gelosie all’interno del governo. È chiaro infatti che il sottosegretario Mantovano, che ha la delega all’intelligence comprensiva della dimensione cyber, potrebbe non gradire l’aumento di poteri alla Difesa.
«Comprendo la dinamica ma è giusto che alla Difesa sia riconosciuta una primazia che esalta le competenze maturate negli anni in questo settore. La Difesa si sta occupando, spesso inascoltata, di minaccia cyber dal 2011, io ero ancora in servizio. Già allora si discuteva di questo nuovo “campo di battaglia” anomalo, della necessità di nuove competenze sia professionali che normative».
La cyber warfare ha mille facce e può, ad esempio, mandare in tilt le migliaia di sistemi informatici che regolano le nostre vite, dai circuiti bancari a quelli energetici o sanitari. È giusto mantenere competenze anche a livello civile?
«Senza dubbio e infatti il ddl precisa “fatte salve le competenze di…”. Non dico che militari e Difesa debbano avere pieni poteri. Ma è bene mettere a disposizione prima di tutto dei militari le migliori tecnologie e professionalità perché sono e saranno loro i primi ad aggiustare tattiche e mezzi in base a ciò che succede sul terreno. Lo vediamo tutti i giorni: in Ucraina nell’arco di ore cambiano i sistemi di guida e la capacità offensiva dei droni. Ecco perché la Difesa ha bisogno di agibilità e autonomia».
Rispetto ad eventuali tensioni su questo punto, qual è il consiglio del militare?
«La prendo larga e parto dalla riforma voluta dal presidente Cossiga che tolse alla Difesa la competenza sull’allora Sismi, il servizio esterno, per portare tutto sotto il cappello del Dis. Per chi opera sul terreno, è vitale avere un filo diretto con chi acquisisce le informazioni. Negli anni quella riforma ha fatto sì che le comunicazioni diventassero formali e questo ha creato potenziali pericoli. Ora siamo nel pieno di una guerra ibrida combattuta sui più svariati domini – cielo, terra, spazio, cyber, fondali marini, informazione – e un ruolo più intrusivo della Difesa risponde alle esigenze operative sul terreno».
C’è un passaggio nel ddl che crea allarme. Quando si parla di “semplificazioni in materia di esportazione dei materiali d’armamento e la possibilità di istituire una contabilità speciale per i flussi finanziari derivanti dalle attività contrattuali svolte per conto di Stati esteri”. Suona come un libera-tutti per import-export di armi.
«Capisco che scritto così possa colpire. In realtà i rapporti internazionali sono tali per cui a volte si creano flussi finanziari paralleli leciti. Le missioni delle Nazioni Unite prevedono il pagamento di una diaria al Paese di origine per ogni singolo soldato. In Italia queste rimesse vanno al Tesoro che spesso non le trasferisce. La garanzia, rispetto ai suoi timori, è che non viene modificata la legge 25 sul commercio delle armi».
Il ddl chiarisce le competenze in caso di minaccia/attacco dei droni.
«Anche questo è necessario, anzi urgente. Faccio alcuni esempi: chi e come si deve difendere la fabbrica che produce sistemi militari? E chi deve proteggere un aeroporto o una stazione civile? Al momento c’è un vuoto normativo che va riempito autorizzando, ad esempio, questi siti con un sistema che spara onde elettromagnetiche che inibiscono il volo del drone. Serve un sistema di protezione della vita civile. È necessario fissare competenze e responsabilità».
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Andava fatto prima?
«L’importante è farlo e mi auguro che il Parlamento sia solerte in questo. È un passo importante, per cui serve la consapevolezza del momento che stiamo vivendo. Oggi mi pare che questa consapevolezza sia presente nella società civile e anche nella comunità politica: siamo già in guerra, gli attacchi con i droni ne sono l’aspetto più evidente».

































