15 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Set, 2026

La Difesa che verrà: più soldati, droni e cyber. La sfida di Crosetto alle nuove guerre

Guido Crosetto

Il governo prepara le Forze armate dei prossimi vent’anni: 160mila uomini entro il 2033, una riserva di volontari e un comando unico per le minacce cyber e ibride. Ma sulle competenze dell’intelligence si profila il braccio di ferro con Mantovano


Il governo lo ha approvato alla chetichella, senza grandi annunci, il 7 agosto, ultimo Consiglio dei ministri utile prima della pausa estiva.

Distratti dal gran caldo e dal caro carburanti, con le polemiche sul Safe e lo scostamento di 26 miliardi per combattere il caro energia ma anche finanziare la sicurezza del Paese. Ci mancava solo di aprire il dibattito sulla nuova Difesa italiana.

Che tradotto significa più uomini, più mezzi, più intelligence (in capo alla Difesa) per combattere le minacce cyber e ibride che ormai coinvolgono non solo terra e cielo ma anche spazio e fondali marini.

«Questo disegno di legge non risponde alle esigenze di un ministro pro tempore – avvertì il ministro Crosetto – ma definisce lo strumento militare di cui il Paese avrà bisogno nei prossimi vent’anni». Il senso è: è cambiato tutto – dai droni alla tipologia della minaccia – e dobbiamo in fretta adeguare anche il nostro sistema di reazione. Il ragionamento non farebbe una grinza.

E sarebbe anche bello e utile parlarne in pubblico. Coinvolgendo se non subito l’opinione pubblica almeno il Parlamento dove invece si sa poco o nulla di un ddl a suo modo rivoluzionario.

LEGGI Tutti gli articoli di Claudia Fusani

In realtà leggendo le 23 pagine della Relazione tecnica che accompagna il testo di 15 articoli, la sensazione è quella di modifiche urgenti che dovrebbero essere accompagnate da un dibattito lontano da posizioni ideologiche a destra come a sinistra.

Nel momento in cui si dimostra quotidianamente come i velivoli senza conducente (droni) possano sostituire interi eserciti, penetrare le linee nemiche come e meglio di un caccia e attaccare (vedi treno al confine con la Polonia, che è solo l’ultimo episodio di una scia lunghissima) con precisione gli obiettivi, è chiaro che anche l’Italia come il resto di Europa non possa stare a guardare.

Più uomini, più mezzi, più cyber

Le modifiche sono necessarie e, quindi, neppure chirurgiche «per adeguare – si legge – lo strumento militare al contesto geopolitico». I punti fondamentali sono portare le forze armate a 160mila unità entro il 2033. La nascita di una riserva di volontari da mobilitare in caso di emergenza. L’unificazione delle competenze cyber in un unico comando dedicato potenziando il reclutamento di esperti cyber.

Nasce lo spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa, il vertice militare si sdoppia (nasce il Capo di Stato maggiore con funzioni operative).

Il testo modifica il Codice dell’ordinamento militare per snellire le procedure operative e ridefinire la catena di comando e governance.

Il braccio di ferro tra Crosetto e Mantovano

Diciamo subito che uno dei punti più divisivi, a livello di maggioranza, sarà quello che attribuisce le competenze cyber a una unica agenzia. È una lunga guerra silenziosa e non per questo meno difficile quella che da un paio d’anni “divide” il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che ha la delega all’intelligence dal ministro della Difesa Guido Crosetto che rivendica a sé maggiore autonomia nell’acquisizione ed elaborazione di info sensibili.

In pratica, se la nuova Difesa trovasse le gambe, Crosetto andrebbe a togliere potere a Mantovano.

Sarebbero riferibili a questa tensione tra i due alcune delle pagine più complesse nella gestione della nostra intelligence negli ultimi quattro anni.

I quindici articoli della nuova Difesa

Ma torniamo al disegno di legge. Quindici articoli, suddivisi in tre aree tematiche che modificano per lo più il Codice dell’ordinamento militare: organizzazione e funzioni del ministero della Difesa, operazioni e domini emergenti; semplificazioni e attività negoziale del ministro della Difesa; disposizioni finanziarie finali.

La ciccia è per lo più nei sette articoli del Capo I. L’articolo 2 prevede la nascita del “Comando interforze cyber che opererà con il Reparto informazioni e sicurezza dello Stato maggiore della Difesa”. Un paio di comma più sotto, sempre l’articolo 2 vede la nascita del “Centro interforze di addestramento per il combattimento e per il contrasto alla minaccia ibrida”.

Il Centro contro la minaccia ibrida

Si tratta di un Centro ad alta specializzazione, «indispensabile – si legge – rispetto alle attuali modalità di configurazione e di connotazione delle minacce effettive, volto ad adeguare le modalità di reazione per una effettiva ed efficace difesa nazionale». Se fossimo attaccati da una squadra di droni, come succede ogni settimana nel nord Europa, la macchina della Difesa avrebbe oggi come oggi difficoltà nella reazione.

Il Centro, alle dirette dipendenze del Capo di stato maggiore della difesa, dovrà «analizzare modalità, tipologie di minaccia ibrida e i relativi mezzi di contrasto». Organizza esercitazioni «su scenari complessi orientati anche al contrasto congiunto alla minaccia ibrida, all’integrazione multi-dominio, alla sperimentazione e alla validazione di nuovi concetti operativi».

Cioè, chi, come, quando, dove, con quali mezzi il Paese dovrà reagire ad un attacco ibrido che può arrivare dai più svariati domini. Dallo spazio (cyberattack), dal cielo (droni), dai fondali marini (flotta fantasma e taglio di cavi sotterranei).

Il nodo dell’intelligence

Al capo di Stato Maggiore della Difesa sono riconosciute la qualifica di “Autorità cyber del ministero della Difesa e la responsabilità unica dei dati del ministero” fatte salve – si specifica – le competenze del Consiglio dei ministri, del ministro dell’Interno, degli Organismi di informazione, dell’Agenzia per la cybersicurezza.

C’è aria di doppione. O di scontro.

Sono anche introdotte «semplificazioni in materia di esportazione dei materiali d’armamento, con l’inclusione della realizzazione di opere infrastrutturali tra le attività eseguibili all’estero e la possibilità di istituire una contabilità speciale per i flussi finanziari derivanti dalle attività contrattuali svolte per conto di Stati esteri».

Tra i 15 articoli possiamo immaginare che questo sarà uno di quelli più attenzionati. Se e quando la stessa maggioranza vorrà discutere questo il testo.

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