La parte inferiore della crosta si sta lentamente staccando e sprofonda nel mantello. Un processo iniziato milioni di anni fa che, secondo un nuovo studio, cambia la spiegazione della sismicità lungo la catena appenninica
Sotto gli Appennini, a decine di chilometri di profondità, la crosta terrestre sta lentamente cambiando forma. La sua parte inferiore, più densa, si separa progressivamente da quella superiore e sprofonda nel mantello.
Un movimento lentissimo, iniziato milioni di anni fa, che secondo un nuovo studio rappresenta oggi il principale motore della sismicità lungo la catena appenninica.
È un processo chiamato delaminazione e, secondo i ricercatori, obbliga a rivedere almeno in parte il modo in cui finora abbiamo spiegato i terremoti dell’Italia centrale e dell’Appennino.
«Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui vediamo il motore della sismicità in Appennino», spiega Stefano Tavani, geologo dell’Università di Firenze e primo autore dello studio.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Communications Earth & Environment, è stata realizzata dai geologi dell’Università di Firenze e dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del Cnr insieme a Sapienza Università di Roma, Università di Pisa, Università di Palermo, Ingv e Istituto di Scienze Marine di Barcellona.
Che cosa sta succedendo sotto gli Appennini
Per immaginare il fenomeno si può pensare a una cerniera che lentamente si apre.
Circa dieci milioni di anni fa è cominciato il distacco della parte inferiore della crosta, più pesante, dalla porzione superiore. Lo strato più profondo tende così a sprofondare nel mantello terrestre.
Con la conclusione del processo che ha portato all’apertura del Mar Tirreno, questa dinamica profonda sarebbe rimasta il principale motore della deformazione della catena e quindi della sua attività sismica.
Ed è qui che lo studio introduce la novità più importante.
Non è più soltanto una questione di placche
Finora la spiegazione prevalente collegava direttamente i terremoti dell’Appennino alla spinta delle placche tettoniche.
Secondo il nuovo modello, però, quella spinta avrebbe ormai sostanzialmente esaurito il proprio ruolo nella deformazione attiva della catena.
«Finora si pensava che i terremoti fossero collegati direttamente alla spinta delle placche», spiega Tavani, «ma in realtà questa spinta in Appennino è arrivata al capolinea e la deformazione attiva è guidata da questo processo profondo».
In altre parole, per capire perché gli Appennini continuino a essere una delle aree sismicamente più attive d’Italia bisogna guardare ancora più in profondità.
Vent’anni di movimenti osservati dallo spazio
Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno messo insieme fonti di dati differenti.
Hanno incrociato il catalogo dei terremoti con vent’anni di misurazioni dei movimenti della crosta terrestre, ottenute attraverso sistemi satellitari Gnss e tecniche interferometriche InSar, aggiungendo poi i rilievi geologici.
Da questo enorme insieme di informazioni è nato un nuovo modello di flessione elastica della crosta.
Il risultato mostra che la delaminazione non è ferma: sta progressivamente migrando dal Tirreno verso l’Adriatico.
Perché Amatrice e l’Emilia hanno terremoti diversi
Il modello permette anche di dare una spiegazione a un apparente paradosso della sismicità italiana.
Sul versante adriatico si verificano terremoti di tipo compressivo, come quelli osservati in Emilia-Romagna o nel Pesarese. Lungo l’asse della catena appenninica, invece, prevalgono terremoti distensivi, come quelli che hanno colpito Amatrice, Norcia, L’Aquila e l’Irpinia.
Due comportamenti apparentemente opposti che, secondo i ricercatori, possono essere prodotti dalla stessa grande dinamica profonda.
«Questa dinamica», spiega Tavani, «ci aiuta anche a comprendere meglio il paradosso della coesistenza» dei due diversi tipi di terremoti.
La scoperta non permette di prevedere quando o dove avverrà il prossimo terremoto. Ma offre qualcosa di diverso: un nuovo modello per capire che cosa, milioni di anni dopo l’inizio della trasformazione degli Appennini, continua a deformare la crosta sotto una delle aree più sismiche del Paese.
E la risposta sembra trovarsi molto più in profondità di quanto si pensasse.































