L’economista ospite a Quo Vadis Urbs riflette sul futuro delle città italiane tra urbanizzazione, crescita economica e fuga dei talenti. «I giovani scelgono i Paesi che crescono di più, come la Spagna». Sul Pnrr: «Risorse disperse in migliaia di progetti»
Città e crisi economica. Le campagne si spopolano, le città come Roma si rivelano inospitali, a partire dal costo abitativo, molti giovani, molti romani, si spostano al Nord o all’estero. Che rapporto c’è fra la crisi economica italiana, crisi del capitale umano e sviluppo caotico delle città? Ne parla il professor Carlo Cottarelli, economista, Senatore fra il 2022 e il 2023 e, fra il 2012 e 2013, Commissario straordinario di Governo per la revisione della spesa pubblica. Proprio ieri, a proposito di città, Cottarelli ha dichiarato che se gli chiedessero di candidarsi a sindaco di Milano potrebbe farci pensarci su.
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“Nell’ultimo secolo lo spostamento dalle campagne e l’urbanizzazione sono sempre stati associati a un aumento della produzione. Uno spostamento da lavori a basso valore aggiunto a una situazione in cui si passa a lavorare per industria e servizi ad alta produttività comporta una crescita economica. Questo fenomeno ha caratterizzato l’Italia, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. E sta caratterizzando la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, a partire dalla Cina. La crescita cinese è tutta associata a questo. Centinaia di milioni di contadini cinesi che vivevano nelle campagne e morivano di fame hanno cominciato a lavorare per l’industria e per i servizi ad alta produttività: questo ha creato un boom economico, che fra l’altro continuerà nonostante tutte le previsioni di rallentamento l’economia cinese”.
Uno spostamento che in Cina è ancora in atto.
“Ci sono ancora circa 400-450 milioni di cinesi che vivono in aree rurali e che potenzialmente si sposteranno: lo stesso vale per tutti gli altri paesi in via di sviluppo asiatici. E succederà anche per l’Africa. Naturalmente questa cosa va governata, perché altrimenti appunto si creano tensioni, anche sociali. Attualmente in Italia ci sono ancora spostamenti che continuano a realizzarsi su scala minore, da città più piccole a città più grandi. In città come Milano non soltanto la popolazione cresce, ma il numero delle famiglie cresce più velocemente della popolazione: perché i nuclei familiari tendono a ridursi. Si crea quindi un problema di pressione sulla domanda di abitazioni”.
Nelle aree che si spopolano la fuga provoca un depauperamento del capitale umano.
“Al Sud d’Italia questo indebolimento del numero degli abitanti negli ultimi anni è stato compensato da un aumento della produttività. Fra l’altro una buona parte della spesa del Pnrr è stata associata al Sud. Fatto sta che comunque alcune città italiane subiscono questa pressione sulle strutture, sulla loro capacità abitativa”.
Per questo i giovani se ne vanno all’estero?
“Credo ci siano altri motivi. I giovani italiani preferiscono andare a lavorare da qualche altra parte del mondo e non più soltanto nelle destinazioni tradizionali. Molti giovani italiani ora vanno in Spagna: io credo che il principale motivo sia che la Spagna cresce al 3 percento e noi allo 0,5”.
Finita l’iniezione del Pnrr, che cosa ci aspetta?
“Nel piano nazionale di ripresa e di resilienza la parte di ‘ripresa’ c’è stata. La ‘resilienza’ voleva dire rendere più forte il paese aumentando stabilmente il suo tasso di crescita. Da un lato molti di questi progetti servivano a rendere le nostri città anche più belle, mettere a posto certe aree, certe piazze che non stavano in buone condizioni sono state in questo posto, ma che questo aumenti la capacità di crescita e di produzione è tutto da dimostrare. Altro problema è che volendo accontentare tutti il Pnrr si è disperso in una miriade di progetti che avevano tutti una caratteristica comune: spendere soldi al più presto, perché occorreva rendicontare in certe date. In alcuni casi questo non ha portato a un completamento dei lavori, come sapete. A pochi giorni dalla scadenza del Pnrr alcune cose non saranno completate. Aver disperso i soldi in 8mila comuni, ognuno dei quali si è dovuto inventare un modo brillante per spendere, forse non era la cosa migliore da questo punto di vista”.
Roma ha avuto anche otto miliardi cui si aggiungono anche i poteri straordinari derivanti dal Giubileo,
“Ma non è che quando finisce il Pnrr non si possono più fare le cose: è solo la fine di un accordo tra noi e l’Unione Europea, ma niente ci impedisce di andare avanti: credo che si debba de-enfatizzare l’impatto della fine del Pnrr. È vero che noi spendevamo di più di quanto faremo in futuro, ma questo è legato al fatto che il deficit pubblico scende, Possiamo continuare a fare riforme, anche rispetto a Roma”.
Il clima di polarizzazione ha inghiottito la riforma sulla separazione delle carriere, ha inghiottito in questi giorni la riforma dei medici di famiglia, ora c’è quella sulle PA, ma anche lì stiamo in attesadel del voto finale.
“Zangrillo, il Ministro per la Pubblica amministrazione, sta facendo il possibile, però non tutto il governo si muove in quella direzione. Cambiare la pubblica amministrazione è molto complicato, e quello che viene fatto con una mano magari viene disfatto con l’altra in termini di complicazioni. Il punto fondamentale è avere uno dei due Poli che alla fine riceva un mandato per fare certe cose. E questa responsabilità di cercare un mandato sta prima di tutto nei partiti politici, che devono fare programmi, per le prossime elezioni, che siano concreti in termini di riforme che vogliono fare: non semplicemente presentare una lista di promesse, tipo che taglio le tasse, vi mando in pensione prima, cose di questo genere, perché poi una volta che sei al governo, che hai vinto sulla base di certe promesse, se non hai avuto il mandato per fare riforme fondamentali allora non riesci a farle comunque”.
Professor Cottarelli lei il mandato lo ebbe: a sforbiciare la spesa.
“No no. Anche quella spending review è stata fatta senza che il Governo nominato avesse avuto un mandato dal popolo di ridurre la spesa. Allora quando fai così chiami il tecnico, che si presenta con la lista delle spese da tagliare. La politica a quel punto, ovviamente, dice io queste cose politicamente non le posso fare. Perché non ha avuto il mandato. Questo si applica anche all’episodio in cui io sono stato Commissario della revisione della spesa. Credo non ci siano altre soluzioni se non ricevere un mandato popolare e poi realizzare le promesse elettorali”.

































