La ministra per le Riforme istituzionali, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ospite di “Quo Vadis Urbs”: «Il Pd sta affossando il ddl per Roma capitale per fare gli interessi del campo largo. Nuova legge elettorale? Le preferenze favoriscono il voto di scambio»
La crescita delle città, il futuro delle aree interne, la riforma di Roma Capitale, il premierato, la legge elettorale e il fenomeno Vannacci. Sono i temi affrontati dalla ministra per le Riforme istituzionali Elisabetta Casellati nel dialogo con Alessandro Barbano durante la prima giornata di “Quo Vadis – Le città del futuro”.
La ministra rivendica il lavoro compiuto sulla riforma di Roma Capitale, critica il Partito democratico per aver scelto «gli interessi del campo largo» e difende sia il bipolarismo sia l’impianto della nuova legge elettorale, ribadendo la propria contrarietà al ritorno delle preferenze.
Ministra, il professor Sabino Cassese ha definito questo il «secolo delle città». Condivide questa lettura?
«Assolutamente sì. Oggi le città rappresentano il baricentro delle nazioni. I numeri parlano chiaro: il 76% dei cittadini europei vive nei centri urbani e in Italia oltre il 70% della popolazione risiede nelle città metropolitane e nelle aree urbane. È un fenomeno che porta con sé opportunità importanti, perché nelle città si concentrano servizi, occupazione e sviluppo economico».
Ma questo processo rischia di accentuare lo spopolamento delle aree interne.
«Ed è proprio questo il problema. Le aree più fragili sono spesso quelle che dispongono di meno servizi e, di conseguenza, i giovani sono portati a lasciare i propri territori per trasferirsi nei grandi centri. È una questione che non possiamo ignorare. Occorre una visione complessiva che consenta alle città di crescere senza compromettere i diritti e i servizi essenziali dei territori meno centrali».
Qual è il contributo del governo italiano?
«Abbiamo introdotto nella legge di semplificazione entrata in vigore nel novembre 2025 la Valutazione di impatto generazionale. Significa che il legislatore, quando approva una norma, deve valutare quali effetti essa produrrà sulle nuove generazioni. È un modo per consentire ai giovani di programmare la propria vita e sviluppare i propri talenti senza essere costretti a cercare altrove le opportunità».
La riforma di Roma Capitale porta il suo nome. Perché si è arenata?
«Perché eravamo partiti da un lavoro condiviso. La norma era stata elaborata insieme al sindaco Roberto Gualtieri e al presidente della Regione Lazio. Non si è mai parlato di trasformare Roma in una regione dentro la regione. Si è semplicemente previsto di attribuire a Roma alcune competenze legislative specifiche, come quelle sui trasporti, sulla polizia locale e sulla tutela del patrimonio, cioè materie strettamente connesse alla funzione di capitale».
Sabino Cassese sostiene che la priorità dovrebbe essere il rafforzamento dei poteri amministrativi più che quelli legislativi.
«E infatti abbiamo lavorato anche in quella direzione. Il rafforzamento dei municipi e il decentramento amministrativo vanno proprio nella direzione di una maggiore prossimità ai cittadini. Roma Capitale rappresentava una novità storica dopo oltre vent’anni di discussioni e avrebbe rafforzato ulteriormente il ruolo internazionale e lo sviluppo economico della città».
Lei ha attribuito la responsabilità dello stop al Partito democratico.
«Certamente. È una grande responsabilità. Trovo singolare che un sindaco espressione del Pd abbia contribuito ad affossare una riforma che avrebbe garantito a Roma uno status speciale, analogo a quello delle altre capitali europee. Oggi sento parlare di legge speciale per Roma, ma la riforma di Roma Capitale andava molto oltre. La legge speciale sarebbe qualcosa di meno, non di più».
Perché il centrodestra non è andato avanti da solo?
«Perché avevamo lavorato insieme proprio per arrivare ai due terzi del Parlamento e consentire alla riforma di entrare immediatamente in vigore senza passare dal referendum. Si parla continuamente di dialogo e di riforme condivise, ma se uno dei commensali si alza dal tavolo all’ultimo momento è difficile comprendere il senso di questo comportamento».
Lei ritiene che la Costituzione venga utilizzata come argomento di scontro?
«Molto spesso sì. Sembra che ogni iniziativa legislativa o costituzionale comporti automaticamente una violazione dei principi costituzionali».
Questo vale anche per la nuova legge elettorale?
«Certamente. La legge che stiamo elaborando è costruita pienamente nel rispetto della Costituzione e delle sentenze della Corte costituzionale».
Uno dei punti più discussi riguarda il mancato ritorno delle preferenze. Perché lei è contraria?
«Perché considero le preferenze un tema molto suggestivo, ma poco risolutivo. Anche con le preferenze sono i partiti a scegliere i candidati. Il cittadino può soltanto esprimere una preferenza all’interno di una rosa già selezionata. Inoltre, e questa è una patologia che abbiamo purtroppo conosciuto, la ricerca delle preferenze può favorire fenomeni di voto di scambio. Non voglio generalizzare, ma ritengo che spesso rappresentino una fonte di illegalità».
Lei difende anche il bipolarismo.
«Sì, perché garantisce chiarezza. I cittadini devono sapere prima del voto quale programma e quale coalizione saranno chiamati a governare. È il contrario di quanto avvenuto spesso negli anni precedenti al 2022, quando in dieci anni si sono succeduti sei governi, alcuni dei quali del tutto inediti. Quando il cittadino vota una coalizione e poi si ritrova un’altra maggioranza, cresce inevitabilmente la disaffezione verso la politica».
La crescita di Roberto Vannacci può mettere in discussione questo schema?
«Oggi Vannacci suscita molta curiosità e molta attenzione. Ma francamente non mi è ancora chiaro quale sia la sua collocazione politica. Viene descritto come espressione della destra più radicale, ma in alcune occasioni ha votato insieme alla sinistra. Prima di esprimere giudizi preferisco capire quale sia davvero la sua idea politica. Ogni giorno si parla di Vannacci e questo inevitabilmente aumenta l’attenzione nei suoi confronti. Ma alla fine saranno gli elettori a decidere. La storia del nostro Paese ci insegna che gli italiani sono un popolo sostanzialmente moderato e credo che questa caratteristica continui a rappresentare un elemento importante».

































