26 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mag, 2026

Umberto Ranieri: «De Luca? Pone problemi che la sinistra ignora»

Vincenzo De Luca

Lo storico volto della sinistra napoletana Umberto Ranieri commenta a caldo la vittoria, l’ennesima, di Vincenzo De Luca


C’è un dato, nudo e brutale, che a Salerno spazza via le caricature, i meme, le imitazioni di Crozza, le ironie da salotto radical chic e persino le scomuniche del suo stesso partito: Vincenzo De Luca ha sfondato il muro del 59 per cento correndo senza il simbolo del Pd. Un plebiscito personale. Quasi monarchico. E con un dettaglio politicamente clamoroso: lo ha fatto nonostante il figlio Piero sia il segretario regionale campano del Partito democratico. Il simbolo dem è rimasto fuori dalle liste del sindaco-governatore, come a certificare una separatezza ormai diventata identità politica.

La seconda proiezione Opinio Rai lo fotografa al 59,3%, con il candidato del centrodestra Gherardo Maria Marenghi fermo al 15% e Franco Massimo Lanocita, sostenuto da M5s e Avs, al 14%. Una distanza siderale che non è una vittoria: è una demolizione. E allora vale la pena fermarsi un momento e provare a capire. Non assolvere. Non celebrare. Capire.

L’opinione di Ranieri

Per questo il colloquio con Umberto Ranieri è interessante. Perché Ranieri non è un deluchiano, non è un pasdaran del governatore eterno, non appartiene alla corte. È un uomo della vecchia cultura politica della sinistra italiana, ex sottosegretario agli Esteri, già presidente della Commissione Esteri della Camera, studioso dell’integrazione europea, dirigente formatosi nel Pci napoletano. Uno che pesa le parole. E proprio per questo le sue riflessioni sul “caso De Luca” meritano attenzione.

«Prima di tutto bisogna dirsi la verità», osserva Ranieri. «Di fronte a risultati come questi non basta liquidare tutto come clientelismo o trasformismo. De Luca è un buon amministratore. Lo ha dimostrato guidando Salerno negli anni Novanta e poi la Regione Campania. Possiamo discutere dei modi, del carattere, dell’eccesso di personalizzazione. Ma resta un dirigente profondamente radicato nella realtà sociale ed economica del Mezzogiorno».

Già. Radicamento. È questa la parola che nel Nazareno hanno smesso da tempo di capire. Per anni il Pd ha trattato De Luca come una specie di corpo estraneo: commissariamenti, demonizzazioni, accuse di aver costruito un “sistema”. Il termine “cacicco” diventò quasi un marchio registrato. D’Alema lo usò per primo. Poi altri seguirono. Fino alla segretaria nazionale, che inizialmente cavalcò la linea dura salvo poi correggere il tiro quando la realtà elettorale ha presentato il conto.

In piedi nonostante tutto

Nel frattempo De Luca restava lì. Come Ercolino sempre in piedi. Lo buttavano giù e si rialzava. Più forte. Più rabbioso. Più solo. «Il punto», continua Ranieri, «è che lui non è una candidatura inventata dai gruppi dirigenti nazionali. Non viene dall’alto. Ha costruito in trent’anni un rapporto diretto con il territorio. La città si riconosce in lui. Anche per quella diffidenza verso la politica politicante che lui ha sempre interpretato».

Ed è qui che la fenomenologia deluchiana si fa interessante. Perché il personaggio folkloristico raccontato dalle migliori penne italiane — il megalomane, il governatore-sceriffo, l’uomo dall’ego smisurato — esiste davvero. Ma non basta a spiegare il fenomeno. Anzi, forse lo nasconde.

Perché mentre il centrosinistra nazionale inseguiva le parole d’ordine dei convegni romani, De Luca parlava di ospedali, trasporti, sicurezza urbana, decoro, buche, rifiuti. A volte con toni brutali. Spesso sopra le righe. Ma parlava la lingua che la gente riconosceva. «Lui ha avuto il merito», dice ancora Ranieri, «di capire per tempo questioni che la sinistra tendeva a rimuovere. Penso al tema della sicurezza. Certo, si può discutere sui modi, sul linguaggio, sull’enfasi. Ma aveva colto un problema reale».

Lo “sceriffo”

Fu allora che arrivò l’etichetta di “sceriffo”. E anche lì, ironie, sorrisetti, prese di distanza. Salvo poi scoprire anni dopo che il tema della sicurezza sarebbe diventato centrale persino nella sinistra europea.

Il paradosso è tutto qui: più il Pd cercava di normalizzarlo, più De Luca diventava indispensabile. Lo si è visto plasticamente nella lunga vigilia delle regionali campane, culminata nella candidatura di Roberto Fico. Alla fine il partito ha scelto la linea del dialogo. Della realpolitik. Del coinvolgimento. Perché una cosa era ormai chiara: senza De Luca, il Pd in Campania rischiava l’irrilevanza.

E infatti ieri uno dei primi a complimentarsi è stato Stefano Bonaccini. Parole che suonano quasi come una tardiva ammissione di realtà: «De Luca è bravo e stimato. È un grande amministratore. Ha modi che conosciamo, ma quando i cittadini continuano a votarti o sbagliano tutti oppure percepiscono che sei un grande amministratore». Tradotto dal politichese: forse avevate ragione voi.

«Il Pd», insiste Ranieri, «deve riflettere seriamente su come ha affrontato il problema De Luca. Non si può liquidare tutto con una battuta o con categorie moralistiche. Certamente ci sono stati aspetti discutibili, anche nel rapporto con il partito. Ma questo non basta a spiegare un consenso così duraturo».

Il consenso e la durata

Già, il consenso. Quello vero. Quello che sopravvive ai commissariamenti, alle caricature televisive, agli editoriali scandalizzati, perfino all’assenza del simbolo ufficiale del partito. Perché a Salerno De Luca ha dimostrato una cosa politicamente devastante: può vincere da solo. Persino in una regione dove il segretario dem è suo figlio. Come se il deluchismo fosse ormai qualcosa di autonomo rispetto al Pd: un blocco civico-personale, un sistema di consenso che usa il partito quando serve ma non ne dipende più.

Ed è probabilmente questo che inquieta il Pd più di ogni altra cosa.

«Siamo quasi coetanei», conclude Ranieri. «Abbiamo avuto storie politiche diverse. Io venivo dal Pci napoletano e guardavo relativamente da lontano le vicende salernitane. Ma una cosa è evidente: lui ha costruito un rapporto con la sua città che nessun altro è riuscito a costruire. Ora bisogna augurarsi che questa vittoria non attenui la sua lucidità politica e che riesca ancora a mettere in campo classi dirigenti all’altezza». Poi una pausa. «Anche perché il tempo passa per tutti. Compreso De Luca».

Ed è forse questa l’ultima domanda che resta sospesa sopra il plebiscito salernitano: quanto durerà ancora il deluchismo? E soprattutto: il Pd ha capito qualcosa della sua lunga guerra contro l’uomo che voleva cacciare e che invece continua, ostinatamente, a vincere?

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