13 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Mag, 2026

Nordio: «Il caso Garlasco è una anomalia, la legge va cambiata»

Carlo Nordio

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a proposito del caso Garlasco, torna sull’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento


«Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannarla quando è già stata assolta due volte da una Corte d’Assise e da una Corte d’Appello?».

L’interrogativo del Guardasigilli Carlo Nordio, nel bel mezzo dello show mediatico che prosegue senza tregua sul caso Garlasco, riapre l’annosa questione della modifica più volte invocata sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento nel mare magnum della riforma delle impugnazioni. Così le indagini sul delitto di Chiara Poggi diventano il caso ‘simbolo‘ di un meccanismo che fa acqua da tutte le parti, se si guarda con fiducia alle regole del giusto processo. Un terreno dove si scontrano apertamente e duramente – come accaduto durante la campagna referendaria sulla separazione delle carriere – magistrati e penalisti.

Il Guardasigilli: «Situazione paradossale»

Una «situazione paradossale» quella che emerge dalla vicenda Garlasco, fa notare il ministro, che «nasce da una legislazione che dovrebbe essere cambiata – ma è molto difficile – per la quale una persona assolta in primo grado e assolta in secondo grado può, senza l’intervento di nuove prove, poi essere condannata». E torna come ha fatto più volte sul sistema anglosassone dove, afferma Nordio, «tutto questo è assolutamente inconcepibile».

E da lì, aggiunge il Guardasigilli, «nasce una situazione sulla quale oggi il cittadino italiano si domanda perplesso come possa essere che una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole, mentre attualmente si indaga su un altro sulla base di prove per le quali, secondo l’accusa, l’autore del delitto sarebbe diverso dal primo». Questa, è una «situazione anomala, che non ho mai visto». Allo stesso tempo Nordio precisa che deve essere «chiarissimo che non ho la più pallida idea della dinamica del delitto e del suo autore, ma ho un’idea chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata».

Gaetano Pecorella e la scure della Consulta

Parole che evidenziano prima di tutto che la riforma che ha visto in Gaetano Pecorella, avvocato, giurista, past president dell’Unione Camere Penali ed ex parlamentare, il primo vero simbolo di questa battaglia, non vedrà la luce in questo ultimo scorcio di  legislatura. I tempi non sarebbero infatti sufficienti per portare a termine la riforma a cui anche la Cedu guarda con attenzione.

Era il 2006 quando sull’onda del caso Andreotti, il dibattito politico e giuridico sul tema era altrettanto infuocato: in quel momento Pecorella era presidente della Commissione Giustizia della Camera e la norma sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento finì sotto la scure della Consulta che agitò lo spauracchio del berlusconismo e il palese conflitto di interessi.

I nodi: ragionevole dubbio e presunzione di innocenza

Si disse, come ricordato più volte dallo stesso Pecorella, che era una norma ad personam in favore di Silvio Berlusconi, «peccato – ha evidenziato il giurista – che non ci fosse nessuna sentenza di assoluzione di primo grado che lo riguardasse». Ebbene, ancora oggi a distanza di 20 anni la questione del ragionevole dubbio, ossia il principio per cui un imputato deve essere considerato innocente fino a quando non venga dimostrata la sua colpevolezza, non trova un punto fermo. Se allora la ratio della legge Pecorella muoveva proprio dalla necessità di rifarsi al tipico modello accusatorio di origine anglosassone – citato da Nordio – ed in particolare al principio di presunzione di innocenza dell’imputato (l’intera riforma era infatti ispirata al principio per cui, qualora il pm non riesca a vincerla in primo grado, tale presunzione diviene assoluta), ancora oggi si dibatte sulla questione.

Petrelli (Ucpi): “Il sistema favorisce l’errore giudiziario”

Non a caso, a ricordare quella battaglia, dopo le parole del Guardasigilli e forte del proprio passato, è proprio l’Unione delle Camere Penali: il presidente Francesco Petrelli non usa mezzi termini: «Il nostro sistema processuale – afferma – favorisce l’errore giudiziario a causa dello sbilanciamento a favore dell’accusa. Per non dire dei mancati limiti alle impugnazioni delle procure cui seguono condanne dopo doppie assoluzioni e discutibili ribaltamenti di decisioni liberatorie, in assenza di nuove prove». E aggiunge che è «ovvio lo sconcerto dell’opinione pubblica di fronte a simili oscillamenti che superano la soglia del fisiologico». Per questo è «urgente una profonda riforma culturale – incalza il leader dei penalisti – oltre che strutturale che investa il nostro processo e lo restituisca alla sua radice liberale».

Zaccaro (AreaDg): “Garlasco occasione per fare audience”

Immediata la reazione di Giovanni Zaccaro, segretario nazionale di AreaDg (il gruppo delle toghe progressiste), al parere di Nordio e Petrelli, secondo cui il caso Garlasco è «diventato un’occasione per fare audience e per speculare sui temi della giustizia italiana. Non mi stupisce lo facciano gli opinionisti – attacca il magistrato – mi dispiace che al coro si uniscano il ministro della Giustizia e del presidente delle Camere penali, che hanno frequentato le aule di giustizia e che conoscono le difficoltà tecniche e i drammi umani che vi si incontrano». Per Zaccaro è necessario «evitare di usare espressioni improprie e giudizi affrettati, lasciando lavorare con serenità chi si sta occupando della vicenda e soprattutto rispettando le ansie e le aspettative di chi è direttamente coinvolto, come vittima, come condannato, come nuovo indagato, nella vicenda».

I penalisti: “Interrogarsi su garanzie dei cittadini”

Ma il dibattito è più infuocato che mai, e l’Unione Camere Penali replica a sua volta ad AreaDg bollando il riferimento del segretario al ‘coro’ mediatico come «del tutto fuori luogo. Una cosa sono le strumentalizzazioni televisive o le semplificazioni giornalistiche. Altra cosa – sottolineano i penalisti – è il diritto-dovere dell’avvocatura di interrogarsi pubblicamente sul funzionamento del processo e sulle garanzie che presidiano la libertà dei cittadini». La giustizia, del resto, «non appartiene alle corporazioni, ma ai cittadini. E forse sarebbe opportuno – concludono – abituarsi all’idea che anche sull’operato della magistratura possano esercitarsi riflessioni critiche, senza che ogni volta si debba evocare una sorta di impropria lesa maestà».

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