Il presidente Trump rompe con decenni di politica americana e come Cina e Mosca, apre all’“hack back” delle aziende private contro cyberattacchi di gruppi criminali stranieri. Gli esperti temono un Far West digitale
L’amministrazione Trump cambia rotta sulla cybersicurezza e apre per la prima volta alla possibilità che aziende private americane conducano operazioni offensive contro gruppi di hacker criminali stranieri.
La novità è contenuta in un memorandum sulla sicurezza nazionale firmato dal presidente. Il piano prevede che alcune società selezionate possano collaborare con il dipartimento di Giustizia e con quello per la Sicurezza Interna per colpire reti criminali responsabili di ransomware, frodi e altri attacchi informatici transnazionali.
Non si tratterebbe di un via libera generalizzato alla guerra informatica privata, ma di un programma regolato e supervisionato dal governo federale.
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Una svolta rispetto a decenni di politica americana
La decisione segna una rottura importante rispetto alla linea seguita per decenni dalle amministrazioni repubblicane e democratiche.
Finora Washington aveva concentrato gli sforzi soprattutto sul rafforzamento delle difese digitali delle aziende e aveva riservato le operazioni offensive alle forze armate, alle agenzie di intelligence e alle strutture federali specializzate.
Con il nuovo memorandum, invece, una parte del settore privato potrà essere coinvolta direttamente in operazioni di “hack back”, cioè di contrattacco contro infrastrutture e reti usate dai cybercriminali.
Le operazioni potranno includere sorveglianza, interruzione di servizi, manipolazione o distruzione di sistemi informatici e, in alcuni casi, anche di infrastrutture virtuali o fisiche legate alle attività criminali.
Solo aziende selezionate e con autorizzazione scritta
La Casa Bianca ha però previsto una serie di limiti. Le imprese interessate dovranno essere sottoposte a una procedura di selezione, firmare un contratto con il governo e ottenere un’autorizzazione scritta dal dipartimento di Giustizia e da quello per la Sicurezza Interna prima di ogni operazione.
Per le violazioni delle regole sono previste sanzioni fino a un milione di dollari. Il memorandum esclude inoltre gli attacchi che potrebbero provocare la morte di persone, lesioni gravi o configurarsi come uso della forza o attacco armato ai sensi del diritto internazionale.
Il rischio del “Far West” digitale
La svolta divide gli esperti. I sostenitori della misura ritengono che il volume degli attacchi informatici sia ormai troppo alto per essere gestito soltanto dalle strutture militari e di intelligence. L’aumento dei ransomware e l’uso dell’intelligenza artificiale rischiano di rendere il problema ancora più difficile da contenere.
I critici, però, temono che affidare capacità offensive anche a soggetti privati possa aumentare il rischio di errori, ritorsioni e escalation. Uno dei problemi principali è l’attribuzione degli attacchi: individuare con certezza chi si nasconde dietro un gruppo di hacker è spesso molto complesso. Un’organizzazione criminale può operare autonomamente, collaborare occasionalmente con un governo straniero o mascherare deliberatamente la propria origine.
Un errore nell’identificazione del bersaglio potrebbe quindi avere conseguenze diplomatiche o militari molto più ampie.
Più vicini al modello di Cina e Russia
La nuova strategia avvicina in parte gli Stati Uniti a modelli già utilizzati da Cina e Russia, dove le agenzie di intelligence hanno da tempo rapporti con hacker e società private che possono essere impiegati anche in operazioni legate alla sicurezza nazionale.
Negli Stati Uniti le aziende della difesa e della cybersicurezza collaborano già con la National Security Agency e con lo U.S. Cyber Command, ma tradizionalmente forniscono strumenti, intelligence e competenze tecniche senza condurre direttamente attacchi. Il nuovo memorandum supera proprio questa linea.
Secondo alcuni analisti, è un rovesciamento curioso: per anni Pechino ha studiato e replicato modelli americani nel settore cyber, mentre ora Washington sembra interessata ad adottare alcuni elementi del sistema cinese di collaborazione tra Stato e hacker privati.
Restano molte incognite
Non è ancora chiaro quali aziende aderiranno al programma. Per le società quotate in Borsa, in particolare, la partecipazione potrebbe comportare rischi operativi e legali considerevoli. Un’impresa autorizzata a condurre operazioni offensive dovrebbe infatti valutare anche gli effetti su clienti, infrastrutture e responsabilità internazionali.
Il memorandum contiene inoltre un allegato classificato che dovrebbe stabilire come evitare sovrapposizioni tra le operazioni private e quelle condotte direttamente dal governo americano.
Il problema è questo: dare al settore privato capacità offensive senza trasformare il cyberspazio in un campo di battaglia fuori controllo.































