22 Ott, 2026

Manovra, scontro tra governo e banche sui 5 miliardi

Meloni riunisce il governo per definire la Manovra, mentre le banche contestano la richiesta di un nuovo contributo dopo l’intesa triennale del 2025. Tajani punta ad allargare il prelievo all’intero settore finanziario, ma restano da definire strumenti e modalità per recuperare le risorse.


La prossima settimana sarà decisiva per la manovra, ma il braccio di ferro tra governo e banche è già entrato nel vivo. Lunedì sera Giorgia Meloni riunirà nuovamente i leader della maggioranza per sciogliere gli ultimi nodi della legge di Bilancio, attesa in Consiglio dei ministri nei giorni successivi e in Parlamento entro la fine del mese. Al centro della trattativa resta il contributo di quasi cinque miliardi di euro richiesto al settore finanziario per il 2027. Una partita che vede gli istituti di credito rivendicare gli accordi sottoscritti appena un anno fa e l’esecutivo intenzionato a chiedere un ulteriore sacrificio. A riaccendere lo scontro è stato il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, che da Milano ha affidato a una citazione giuridica la risposta alle richieste del governo.

«I motti di diritto latino sono stati codificati da Giustiniano imperatore, domando a voi dove è raffigurato Giustiniano imperatore in Italia», ha dichiarato Patuelli a margine del Consiglio direttivo dell’Abi. Una risposta sibillina alla domanda dei cronisti sulla validità del principio «pacta sunt servanda», secondo cui gli accordi devono essere rispettati. Il riferimento all’imperatore, raffigurato anche nei tribunali italiani e autore del Corpus Iuris Civilis, suona come un richiamo agli impegni assunti dall’esecutivo. Senza attaccare direttamente Palazzo Chigi, il presidente dell’Abi ha riportato al centro della discussione il patto triennale raggiunto nel 2025, quando banche e governo concordarono un contributo complessivo di dieci miliardi di euro nell’arco di tre anni.

Il patto triennale da dieci miliardi e il nuovo prelievo

Quell’intesa prevedeva un aumento di due punti dell’Irap per banche e assicurazioni, interventi sulle imposte differite e misure relative alle riserve accantonate. Una soluzione concordata per garantire risorse ai conti pubblici senza introdurre una tassa sugli extraprofitti. A distanza di dodici mesi, però, il governo torna a chiedere denaro al comparto finanziario, aprendo una controversia che riguarda non soltanto l’entità del prelievo, ma anche l’affidabilità degli accordi sottoscritti.

A esplicitare il malcontento degli istituti era stato, il giorno precedente, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. «Non c’è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà, anche a fronte di accordi già presi», aveva osservato, ricordando che l’intesa triennale era stata siglata con il coinvolgimento del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e del viceministro Maurizio Leo. «Io ci ho creduto a quell’accordo», aveva aggiunto. Secondo Messina, furono proprio i rappresentanti del governo a chiedere una durata triennale, mentre le banche avevano inizialmente proposto un’intesa annuale da rinnovare. L’obiettivo dichiarato era garantire stabilità sia ai conti dello Stato sia agli istituti.

Messina: 25 miliardi di imposte su 50 miliardi di utili

Il numero uno di Intesa ha inoltre contestato la rappresentazione dei profitti bancari nel dibattito politico. «A fronte dei 50 miliardi di utili, lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte», ha ricordato, sottolineando il contributo già assicurato dal settore alla spesa pubblica. Una presa di posizione accompagnata, tuttavia, dal riconoscimento del lavoro svolto dal governo sul bilancio. Messina ha elogiato l’azione di Giorgetti e Meloni nella tutela dei conti pubblici, invitando a fare squadra in una fase di crescente incertezza economica internazionale.

Sul fronte politico, la maggioranza conferma la volontà di ottenere nuove risorse, pur mostrando sensibilità differenti sulle modalità del contributo. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha ribadito che alle banche può essere richiesto uno sforzo superiore a quello previsto. «Le banche in questi anni hanno fatto tanti profitti e se viene chiesto loro un sacrificio in più non credo sia uno scandalo», ha spiegato, escludendo qualsiasi «intento punitivo». Per Ciriani si tratta di contribuire secondo le proprie capacità, anche alla luce delle difficoltà economiche e delle tensioni internazionali. «Non mi pare un sacrificio insopportabile, come ha detto il ministro Giorgetti alla fine non morirà davvero nessuno».

Tajani punta ad allargare il contributo a tutto il settore finanziario

Una posizione più orientata alla mediazione arriva invece da Antonio Tajani. Il vicepremier e leader di Forza Italia insiste sulla necessità di allargare il contributo all’intero settore finanziario, evitando di concentrare il peso della manovra su banche e assicurazioni. «Più si allarga e meglio è», ha osservato, indicando esplicitamente anche Cassa Depositi e Prestiti tra i soggetti da coinvolgere. Per Tajani non esistono extraprofitti e non deve prevalere una visione punitiva del sistema bancario. Il ministro ha inoltre chiesto di tutelare le specificità delle banche di prossimità, delle popolari e degli istituti che finanziano famiglie e piccoli imprenditori.

Resta però da definire il meccanismo attraverso il quale raccogliere i quasi cinque miliardi previsti dal Documento programmatico di bilancio. Il testo non chiarisce la ripartizione tra i diversi operatori finanziari né le modalità del nuovo intervento. Tra le ipotesi figurano un ulteriore aumento dell’Irap, modifiche al trattamento dei crediti fiscali e un possibile incremento dell’Ires per le banche. Per le assicurazioni si valuta invece di portare dall’85 al 100% l’anticipo dei contributi sui premi delle polizze destinati al Servizio sanitario nazionale. Quanto a Cassa Depositi e Prestiti, si ragiona su un anticipo fiscale legato ai dividendi oppure su una distribuzione straordinaria di utili.

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