23 Ott, 2026

Guerra all’Iran, la Casa Bianca di Trump si spacca in vista delle midterm

Tra indiscrezioni su nuovi attacchi all’Iran, timori per le elezioni di midterm e rivalità personali, l’amministrazione Trump è attraversata da una lotta interna sempre più aspra. Da Pete Hegseth a J.D. Vance, passando per Jared Kushner e Stephen Miller, lo scontro riguarda anche chi dovrà pagare il prezzo politico di un’eventuale disfatta repubblicana.


L’amministrazione Trump sarebbe pronta ad attaccare l’Iran. Anzi no, avrebbe fermato Israele dall’aggredirlo nuovamente, nel timore di una ricaduta negativa sul voto di medio termine. Contrordine: la Casa Bianca, dando ormai per perso il Congresso, vorrebbe attaccare a ridosso del voto così da strappare qualche vittoria da rivendersi nell’urna. Al contrario, i piani del Pentagono scatteranno solo a urne chiuse, così da evitare qualunque conseguenza elettorale. I continui cambi di linea che filtrano da Washington D.C. possono spiegarsi in molti modi. Secondo alcuni analisti, fa tutto parte di una precisa strategia di guerra informativa per intorbidare le acque in vista delle prossime scelte belliche dell’amministrazione targata Donald Trump. Per altri invece sarebbe solo incompetenza e confusione.

Ma esiste una terza pista: che dietro le candide mura dei palazzi del potere americani sia in corso una selvaggia lotta di corridoio tra i membri dell’amministrazione. Contesa che ha molto a che vedere con il (non) esito della guerra e ancor di più con le sue ricadute domestiche, in special modo se le elezioni di medio termine dovessero andare male come molti sondaggi prospettano. Uno degli epicentri di questo scontro sarebbe il segretario della Guerra Pete Hegseth. Una figura che non ha certo brillato durante la guerra, al punto che voci di corridoio lo vorrebbero scaricato subito dopo le elezioni, ma che sembra aver conservato la fiducia di Trump, almeno per il momento.

Pete Hegseth e Netanyahu spingono per nuovi attacchi

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, sarebbe proprio il capo del Pentagono a premere per una ripresa delle ostilità in asse con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Uno schema già visto, dal momento che nel febbraio scorso furono proprio loro due, millantando informazioni riservate che la CIA cercò invano di smentire, a convincere il presidente ad attaccare l’Iran. Del resto, il futuro di Hegseth è intrinsecamente legato al successo nel conflitto, al punto che circolano con insistenza indiscrezioni che lo vedrebbero pronto a candidarsi alle presidenziali del 2028.

Ma non tutti la pensano allo stesso modo sulla guerra e la spaccatura nel cerchio magico presidenziale ormai coinvolge attori di primo piano. Ieri, infatti, Peter Thiel – il controverso proprietario della compagnia di droni e intelligenza artificiale Palantir – ha condannato il conflitto mediorientale sostenendo che non avrebbe mai dovuto essere lanciato. Non sfugge a nessuno che Thiel sia uno stretto alleato politico e il principale sponsor del vicepresidente J.D. Vance. Il numero due dell’amministrazione per ora tace, anche se i suoi dubbi sul conflitto sono noti da tempo, tanto da aver spinto gli iraniani a chiedere a più riprese di interfacciarsi con lui e non con altri esponenti del governo americano. Ma non è passato inosservato il non endorsement di Vance nei confronti di Netanyahu, dopo l’appoggio entusiasta offertogli da Trump.

Donald Trump Jr. teme il tradimento delle promesse elettorali

Secondo i retroscena Donald Jr, figlio primogenito del tycoon, avrebbe provato a mettere in guardi suo padre dall’attaccare l’Iran. Per il “First Son” infatti la guerra in Medio Oriente avrebbe rappresentato un tradimento delle promesse elettorali che la base repubblicana non gli avrebbe perdonato. Un tema questo che fa da perno un po’ di tutta la frattura interna all’amministrazione presidenziale. E che lascia già presagire quale sia la posta in palio: addossare ad altri la colpa nel caso (sempre più probabile) che le elezioni di medio termine si traducano in una disfatta per il Partito Repubblicano.

Questo tema avrebbe già creato tensioni tra il genero di Trump, Jared Kushner, accusato di aver consigliato male il suocero per favorire i propri interessi in Medio Oriente e in Europa e per tutelare i propri legami con Netanyahu, e il vicecapo di gabinetto Stephen Miller, ascoltato consigliere presidenziale ed autore della strategia contro l’immigrazione clandestina. Per Kushner sarebbe proprio quest’ultima, con i suoi spericolati raid dell’ICE che avrebbero provocato una reazione negativa tra gli elettori americani. Al contrario, per Miller ciò che rischia davvero di affossare i conservatori in vista del voto di novembre è la guerra nel Golfo Persico.

Il caso Katie Zacharia e lo scontro ai vertici della Casa Bianca

Al centro della contesta ci sarebbe anche il ruolo del capo di gabinetto Susie Wiles, da molta ritenuta responsabile di aver gestito l’accesso al presidente in modo tale da favorire i consiglieri meno affidabili. Una autentica guerra di palazzo, insomma, la cui prima avvisaglia è stato il licenziamento in tronco della nuova portavoce della Casa Bianca Katie Zacharia ad appena 24 ore dalla sua nomina. Trump aveva nominato Zacharia senza consultarsi prima con Wiles e al suo primo scivolone il potente capo dell’amministrazione presidenziale non avrebbe esitato a ricorrere alla terra bruciata per rimuovere la sgradita collaboratrice.

In questo modo, il circolo presidenziale sembra di giorno in giorno assomigliare sempre più a un insieme di cortigiani ambiziosi e cordate di affaristi senza scrupoli. Complice anche la figura sempre più erratica dello stesso presidente. La lotta si intensifica di giorno in giorno all’appropinquarsi del voto del 3 novembre. Ancora due settimane e poi le idi di marzo saranno arrivate. Fuori i coltelli.

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