Il motivo del viaggio di Alexis de Tocqueville negli Stati Uniti era un’inchiesta sugli istituti penitenziari commissionata dal governo francese. Lui ne vide lo specchio di una società
Verso il confine con il Canada, nella zona che gli americani chiamano “New York Upstate”, si trova uno dei più antichi sistemi penitenziari degli Stati Uniti. È il carcere di Auburn, il cui sistema di sorveglianza ha ispirato le celebri teorie esposte da Foucault in Sorvegliare e punire. Che cosa c’è di meglio, per il carceriere che deve vigilare sulla buona condotta dei detenuti, che vedere senza essere visto? È il paradigma a cui ogni sistema di sorveglianza può essere ricondotto. Il sorvegliato non è chi si trova costantemente sotto l’occhio di qualcuno, ma colui che vive nel dubbio, nel sospetto e nel timore di essere osservato. Il sorvegliato non è “disciplinato” da una forza esterna, ma si trova coinvolto in un dispositivo disciplinare a cui si sottomette spontaneamente e quasi liberamente.
Auburn
I laboratori di Auburn dove i detenuti vengono fatti lavorare sono circondati da una galleria nella quale il sovrintendente della prigione può vagare senza che i detenuti sappiano della sua presenza. La conseguenza? Il loro lavoro è continuo, il silenzio assoluto. Lo racconta, non senza una certa ammirazione, Alexis de Tocqueville. Il suo viaggio negli Stati Uniti è noto per aver dato origine a uno dei testi fondativi del pensiero liberale, La democrazia in America. Meno noto è che Tocqueville venne incaricato dal governo francese di svolgere un’inchiesta sul sistema penitenziario americano. Anzi, un resoconto sulle carceri americane, molto più che un’analisi astratta del sistema di potere statunitense, era lo scopo iniziale del suo viaggio.
Le tesi
Se qualcuno ritiene che interessarsi di prigioni e di condizioni dei carcerati sia solo una cosa da vecchi radicali, da pannelliani nostalgici, può quindi restare deluso dalla lettura degli scritti sul sistema penitenziario di Tocqueville da poco tradotti in italiano (a cura di Lucia Re, Mimesis). Ma deluso può restare anche chi si aspetta un Tocqueville pannelliano ante litteram. Si tratta pur sempre di un aristocratico francese i cui genitori erano sfuggiti per miracolo alle ghigliottine di Robespierre. Non c’è quindi da stupirsi se sostiene che sia fondamentale evitare ogni tipo di comunicazione tra i detenuti affinché non si corrompano reciprocamente. E non c’è da scandalizzarsi se preferisce non esprimersi circa l’opportunità di vietare le punizioni corporali nei penitenziari, visto il rischio che «privata di questo potente ausilio», la disciplina delle prigioni possa «essere assediata da ostacoli difficili da superare».
Il controllo dell’opinione pubblica
Ma oltre a tesi figlie del tempo in cui furono sostenute, c’è nelle pagine di Tocqueville (e di Gustave de Beaumont, co-autore dell’inchiesta sulle carceri e compagno di viaggio di Tocqueville) la convinzione che il livello di civiltà di uno Stato si misura anche, e in buona parte, sul modo in cui quello Stato tratta coloro a cui toglie la libertà personale. Tocqueville non nasconde la sua meraviglia nell’apprendere che i direttori delle prigioni sono uomini onorevoli, non i vecchi volgari carcerieri delle carceri francesi.
Negli Stati Uniti, poi, i sovrintendenti sono sottoposti al controllo degli ispettori della prigione e all’ulteriore controllo di «un’autorità più forte di tutte le altre, non scritta nelle leggi, ma onnipotente in un paese libero: è quella dell’opinione pubblica». A rendere il sistema penitenziario americano migliore di quello francese è anzitutto il fatto che i penitenziari sono considerati proprietà dell’intera società, non di qualche singolo: i cittadini li possono visitare e chi li dirige è tenuto a fornire resoconti dettagliati che verranno resi noti dagli organi di stampa.
Prigione e progresso
La nascita degli istituti carcerari è segno del progresso della società. Ma non basta sostituire la pena di morte con la prigione perché una civiltà possa dirsi progredita, e non basta costruire prigioni perché uno Stato possa considerarsi dotato di un sistema penitenziario degno del nome. Occorre che il reo che vi viene rinchiuso ne esca, se non migliore, almeno non più corrotto di quando vi ha fatto ingresso. Tocqueville non cede a illusioni o idealismi: se non si può ancora essere certi della capacità della prigione di rieducare il reo, certo se ne conosce la potenza nel renderlo peggiore.
Le riforme
Tornato in Francia nel 1832, pochi anni più tardi Tocqueville fu eletto deputato. Dopo avervi dedicato sforzi intellettuali, al sistema penitenziario e alla sua riforma dedicò le sue energie politiche. Oggi le carceri francesi, in compagnia di quelle italiane, sono agli ultimi posti per le condizioni di detenzione. Lo testimonia, tra gli altri, il Comitato per la prevenzione della tortura pubblica.
Il tasso di sovraffollamento orbita attorno al 140% in entrambi i Paesi, per citare un problema. Strutture alternative al carcere per le madri con figli piccoli o neonati non ci sono, o non abbastanza, per citarne un altro. Il diritto all’affettività, riconosciuto dalla Consulta con una sentenza del 2024, non ha ancora trovato piena e concreta applicazione. Non basterà un viaggio al di là dell’Atlantico per recuperare posizioni in classifica. Un buon inizio sarebbe smettere di pensare che quello delle carceri sia un problema che riguarda solo chi vi è rinchiuso.
































