Regno Unito, divieto social under 16 in arrivo entro la prossima primavera. Starmer annuncia una stretta senza precedenti contro le piattaforme digitali per proteggere minori e adolescenti dai rischi della rete
Keir Starmer ha scelto la via più diretta. Il 15 giugno il premier britannico ha annunciato il divieto totale dei social per gli under 16: Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, Facebook e X fuori dalla portata dei minori, con una legge da approvare entro dicembre e in vigore dalla primavera 2027.
Le piattaforme, ha spiegato, rendono i ragazzi infelici, li espongono a contenuti dannosi e sono progettate per creare dipendenza. Difficile dargli torto nel merito, e infatti il consenso intorno all’annuncio è stato ampio. Resta però un’eccezione che merita attenzione: la messaggistica è esclusa, WhatsApp non rientra nel divieto. Il modello dichiarato è l’Australia, primo Paese al mondo a introdurre la misura, in vigore dal 10 dicembre 2025, a cui Starmer attribuisce «buoni risultati».
Le reazioni politiche
A Londra l’annuncio ha diviso. I conservatori lo giudicano tardivo; YouTube avverte che un divieto generalizzato potrebbe spingere i ragazzi verso «servizi meno sicuri»; e Nigel Farage, leader del Reform Uk, prevede che la norma verrà aggirata con le Vpn e che il vero approdo sarà l’identità digitale «per vie traverse». È un’obiezione di parte, ma indica un nodo reale: un divieto per età richiede, a monte, un sistema capace di accertare l’età di ogni utente. Anche degli adulti. Ed è il costo meno discusso dell’intera operazione.
Quanto ai «buoni risultati» australiani, vale la pena guardare i dati prima delle dichiarazioni. A marzo il Commissario eSafety australiano ha riferito al Parlamento di Londra che il divieto era stato «molto efficace nei primi giorni». La prima indagine indipendente su larga scala fra i ragazzi australiani di 12-15 anni, condotta dalla Molly Rose Foundation, restituisce però un quadro più cauto. Tre quinti di chi aveva un account sulle piattaforme vietate continua a usarlo, e il 70% di loro afferma che aggirare il blocco è stato «facile».
Spesso senza alcuno stratagemma: per YouTube, Instagram, TikTok e Snapchat, sei ragazzi su dieci riferiscono che le piattaforme non hanno provato a rimuovere i loro account preesistenti. Sul fronte della sicurezza percepita, il 51% non nota differenze e il 14% si dichiara meno sicuro di prima. La Fondazione, che pure sostiene la via regolatoria, segnala il rischio che una misura del genere offra ai genitori una rassicurazione solo apparente, lasciando alle piattaforme un margine ampio di inerzia. Un avvertimento che chi guarda all’Australia come modello dovrebbe tenere presente.
La Francia segue?
Il movimento normativo, intanto, si allarga. La Francia ha approvato a gennaio il divieto per gli under 15, ora atteso al Senato; la Turchia attende la firma di Erdoğan; l’Indonesia vieta dai 16 anni da marzo; la Malaysia si muove entro l’anno. In Europa la Danimarca ha un accordo per i 15 anni, la Grecia partirà nel 2027, la Spagna ha annunciato la soglia dei 16. Il Parlamento europeo ha votato per fissare a 16 anni l’età minima continentale, e von der Leyen ha presentato un’app comune per la verifica dell’età. Lo strumento, basato su tecnologie che certificano l’età senza rivelare l’identità, dovrebbe consentire agli Stati membri di integrarlo nei rispettivi sistemi di identità digitale. Resta da vedere quanti vorranno adottarlo davvero.
A che punto è l’Italia
E da noi a che punto siamo? Oggi è sufficiente il consenso dei genitori per gli under 14. Il testo più avanzato è il ddl bipartisan Madia-Mennuni-Malpezzi, che introduce la «maggiore età digitale» e controlli parentali nativi. Dopo un anno e mezzo di audizioni e il via libera di tutte le forze politiche, e a un passo dall’approvazione, è fermo in commissione al Senato dal 21 ottobre 2025. Dopo l’accoltellamento di una professoressa da parte di un tredicenne a Trescore Balneario, il 25 marzo, il governo ha messo a punto una propria bozza. Molte proposte, nessuna legge ancora approvata: l’annuncio che finisce per sostituire la norma.
Resta una domanda, ed è quella che più conviene porsi. Se i social preoccupano perché veicolano bullismo, adescamento e contenuti autolesionistici, perché lasciare aperta proprio la messaggistica, dove quegli stessi contenuti circolano con analoga facilità, e per giunta lontano dallo sguardo degli adulti? L’esenzione di WhatsApp non è un dettaglio: mette in discussione la stessa categoria di «social media» su cui poggia il divieto. E suggerisce che il rischio, qui, è di affidarsi a una misura rassicurante più che risolutiva — individuare un bersaglio circoscritto e affidare a singoli minori e singole famiglie un problema che è, in realtà, collettivo.
LEGGI Grecia vieta social ai minori di 15 anni dal 2027. Mitsotakis: «Necessario»
Perché molti degli attori che oggi invocano l’emergenza — le istituzioni, il mercato pubblicitario che ha monetizzato l’attenzione dei più giovani, le piattaforme che hanno fatto della permanenza online un modello di business — sono gli stessi che in vent’anni hanno contribuito a costruire questo ecosistema. Per anni la diffusione di smartphone e piattaforme tra i giovanissimi è stata accolta come un segno di modernità, raramente accompagnata da educazione all’uso o da limiti effettivi; oggi quella stessa diffusione viene descritta come un’emergenza da arginare.
Un fenomeno che riguarda tutti difficilmente si governa proibendolo ai quindicenni. Più probabilmente lo si affronta con il concorso di scuola, famiglie, istituzioni e piattaforme. Il divieto, da solo, rischia di essere soprattutto la risposta più rapida, e non necessariamente la più efficace.































