Le minacce di suicidio, il tentato strangolamento, una denuncia per stalking e una relazione segnata da separazioni e riavvicinamenti: nel caso di Tania Terrin, gli indizi di rischio erano già una storia.
Dino Keber, l’uomo che ha ucciso la sua ex Tania Terrin nella casa di lei a Camponogara la sera di Ferragosto, e dopo il delitto è tornato nella propria abitazione di Dolo e si è impiccato, a quanto pare si era già costruito un cappio. Secondo il racconto della madre di Tania, lo mostrava alla donna ogni volta che lei lo lasciava, minacciando di suicidarsi. Non è un dettaglio marginale. Anzi.
Minacce di suicidio: quando il controllo entra nella relazione
Vuol dire che il suicidio dell’uomo era già entrato come una forma di controllo in quella relazione durata circa due anni e segnata da continue separazioni e riavvicinamenti. Ieri si è appreso poi che Keber aveva ricevuto altre tre denunce, la prima nel 2002.
Già dal 1995, il Danger Assessment – il questionario elaborato dieci anni prima da Jacquelyn Campbell per valutare il rischio di violenza letale per una donna in una relazione – includeva tra gli indicatori di rischio la domanda se l’uomo abbia mai minacciato o tentato il suicidio. Nello stesso questionario – che è diventato uno dei principali modelli di riferimento per gli strumenti di valutazione utilizzati nei centri antiviolenza e nelle case rifugio, nei servizi sanitari e di pronto soccorso, dalle forze di polizia e nei servizi di assistenza alle vittime – è presente anche la domanda: “Ha mai tentato di strangolarti o di impedirti di respirare?”. Nel caso di Tania Terrin, stando alle testimonianze finora raccolte, entrambe le domande avrebbero ricevuto una risposta affermativa, permettendo di far scattare un livello di allerta che qui è mancato. Ad aprile scorso, infatti, Keber avrebbe stretto le mani al collo della donna fino a farle perdere i sensi, per poi accompagnarla lui stesso al pronto soccorso. Ma dalla successiva querela per stalking presentata dalla vittima non sarebbe emersa nella sua completezza la dinamica di quell’episodio, cosicché a giugno è seguito soltanto l’ammonimento del questore. Il cappio e le mani intorno al collo erano già due segnali, dunque, della medesima possibilità di annientamento.
Danger Assessment e pronto soccorso: quali segnali rilevare
Eppure la minaccia di suicidio non compare nella versione breve del Danger Assessment recepita dalle linee guida nazionali italiane per i pronto soccorso (solo 5 domande di contro alle 20 del DA statunitense). Che cosa implica questa assenza? Forse una più ampia carenza culturale nella capacità di raccogliere e collegare i segnali che possano essere ricomposti in un’unica storia di rischio. Anche il “riavvicinamento” che sembrerebbe avvenuto tra Tania e l’uomo che l’ha uccisa è stato interpretato, evidentemente, come un’attenuazione del pericolo. Ma una sera in pizzeria non può annullare una denuncia mai ritirata. In un bellissimo libro intitolato L’invincibile estate di Liliana (Sur), la scrittrice messicana Cristina Rivera Garza ha raccontato il femminicidio di cui è stata vittima nel 1990 la sorella, assassinata dal suo ex fidanzato. A un certo punto cita la giornalista statunitense Rachel Louise Snyder, che descrive così quella zona grigia che si crea tra vittima e carnefice: «Le vittime restano perché sanno che qualunque movimento improvviso potrebbe provocare l’orso. Restano perché con il tempo sono riuscite a sviluppare alcune strategie capaci di calmare, a volte con successo, il partner furioso: pregano, supplicano, promettono, adulano, dimostrano pubblicamente il proprio affetto per l’aggressore e gli si dimostrano alleate perfino contro le persone – come la polizia o gli avvocati o gli amici o la famiglia – che potrebbero salvar loro la vita. Le donne maltrattate restano perché vedono che l’orso si avvicina. E vogliono vivere». Questa “strategia dell’orso” è parte di una cultura che non sa decifrare la violenza che circonda la vittima, perché non sa darle nome.
I femminicidi di partner ed ex partner restano un’emergenza
Il caso di Tania dimostra quanto sia ancora urgente smontare questo analfabetismo. Perché non possiamo certo lasciare che tutto dipenda dalla previsione individuale di un magistrato o dalla successiva condotta della donna per attivare una reale rete di prevenzione. Nel 2025 sono diminuite le donne complessivamente uccise, ma non sono diminuiti i femminicidi commessi dal partner o dall’ex partner. Il che vuol dire che il nucleo più tipico del femminicidio è rimasto esattamente invariato.
Prevenire il femminicidio: proteggere le donne, intervenire sugli uomini
Che fare dunque? Vanno bene la custodia cautelare, il braccialetto elettronico, l’ammonimento e i tempi d’intervento, ma non bastano. Il nuovo reato di femminicidio nomina e punisce ciò che è già avvenuto, mentre bisogna intervenire per impedire che avvenga. L’ergastolo, tra l’altro, difficilmente può esercitare un potere deterrente su un uomo che ha già incorporato il proprio suicidio nel progetto omicida, mosso com’è da una pulsione di possesso nichilista che non si fermerebbe davanti a nulla. Occorre, allora, che la denuncia attivi una valutazione standardizzata e periodicamente aggiornata del rischio, capace di ricomporre le informazioni raccolte da forze dell’ordine, magistratura, pronto soccorso, centri antiviolenza e servizi territoriali; un piano di sicurezza concordato con la donna; il controllo effettivo delle violazioni. Ma nemmeno questo, da solo, può bastare, perché la protezione riguarda soltanto la donna minacciata, mentre è necessario soprattutto intervenire sull’uomo, andare cioè alla radice del problema. Come? Avviando percorsi specialistici che permettano di lavorare sul rifiuto e sulla perdita, sulla ferita narcisistica provocata dalla separazione. Lavorare, cioè, sulla cura della relazione, insieme agli interventi per dipendenze o disturbi psichici quando necessari. È indubbio, infatti, che all’origine della dominazione che caratterizza tantissime relazioni tossiche c’è spesso l’incapacità di riconoscere l’altro come soggetto separato.
Educazione alla separazione, al rifiuto e al riconoscimento della libertà dell’altra persona
Finché la donna viene vissuta come parte dell’identità maschile, la sua autonomia apparirà come una mutilazione, e dunque come una minaccia. Si continuiamo a raccontare i femminicidi dicendo che l’uomo «non accettava la fine della relazione», quasi fosse semplicemente un’insufficienza sentimentale. In realtà è la libertà della donna che non viene accettata. Se costruire istituzioni capaci di proteggere le donne anche quando, dopo avere denunciato, esitano, perdonano o tornano a sperare è doveroso, allora, più urgente ancora è diventato formare i “maschi“, fin dall’infanzia, a una cultura della separazione, affinché crescendo imparino a essere lasciati.
































