4 Ott, 2026

Ritorno nell’Unione europea. Ecco perché Burnham ci prova

La Brexit si è rivelata un fallimento economico e sociale, così il primo ministro britannico Burnham mette in agenda una nuova adesione all’Unione europea

Nel discorso del 29 settembre e, successivamente, in un’intervista alla Bbc, il premier britannico Andy Burnham è stato netto: Brexit ha fatto «più male che bene» al Regno Unito. Non solo non ha restituito “controllo” al paese com’era nelle attese dei sovranisti, ma ne ha indebolito la capacità economica e quella di gestire l’immigrazione. 

Il fallimento economico della Brexit

Secondo uno studio recente del National Bureau of Economic Research (Nber), alla fine dell’anno scorso la Gran Bretagna ha subito una riduzione del Pil (-6-8%), degli investimenti (-12%), dell’occupazione (-3-4%) e della produttività (-3-4%) rispetto allo scenario senza Brexit. Anche un recente rapporto del Centre for European Reform (Cer) spiega che l’export britannico verso l’UE è diminuito del 12% a causa della moltiplicazione delle barriere non tariffarie successive all’abbandono del mercato unico europeo: controlli doganali, regole di origine, certificazioni, controlli sanitari, procedure amministrative, divergenza regolamentare.

Uscire dal mercato unico è stato un errore

Per il Cer la gran parte del costo commerciale per il Regno Unito deriva dall’uscita dal mercato unico, non semplicemente dall’uscita dall’unione doganale. In sostanza, per Londra, l’adesione all’unione doganale non risolverebbe completamente il problema: per recuperare una parte significativa dell’integrazione perduta servirebbe un rapporto molto più stretto con il mercato unico. Dopo la Brexit, inoltre, le imprese britanniche hanno dovuto affrontare l’incertezza sul futuro accesso al mercato europeo, anni di negoziati, cambiamenti regolamentari, nuovi costi commerciali, l’incertezza sulla disponibilità di lavoratori europei. 

Meno Europa significa meno welfare e meno sovranità

Questi fattori hanno reso meno conveniente investire nel Regno Unito, con la conseguenza di deprimere la produttività e i salari. Andy Burnham ha capito che la riduzione della produttività incide sulla capacità dello Stato di finanziare il proprio modello sociale: punto politico cruciale per gli obiettivi di redistribuzione della ricchezza che sono alla base del suo programma. Dieci anni dopo il referendum, appare evidente che la perdita di integrazione con il mercato unico si è trasformata in una perdita secca di sovranità: è il paradosso che Downing Street dovrà affrontare al più presto per foraggiare la crescita e rilanciare occupazione, salari e welfare. 

Nuovi rapporti con l’Europa: dal modello “svizzero” a quello “norvegese”

È proprio per questa lista di criticità che Andy Burnham ha messo in agenda il rafforzamento dei rapporti commerciali con l’Ue fino all’opzione più forte: l’adesione all’Unione. Ma il rientro immediato appare l’opzione più remota. Burnham ha lasciato intendere che non sarebbe necessario un nuovo referendum, ma i tempi sarebbero comunque lunghi: forse serviranno la prossima campagna elettorale e anni di negoziati con l’Ue. Tra le opzioni intermedie c’è il modello “svizzero”: lo scorso anno Berna ha siglato un accordo che consolida il suo “accesso senza ostacoli” al mercato unico, al mercato elettrico e diversi programmi in cambio della libera circolazione delle persone e di un versamento di 375 milioni di euro all’anno nei fondi economici e di coesione dell’Ue. In passato Bruxelles aveva offerto a Londra un accordo simile a quello svizzero, ma Boris Johnson lo aveva respinto. Un’altra ipotesi è l’adesione allo “spazio economico europeo” sulla scia di Norvegia e Liechtenstein: comporterebbe l’ingresso nel mercato unico e la riapertura all’immigrazione di cittadini dell’Ue. C’è infine, l’opzione della “associate membership”, formula per ora assai vaga offerta già al Canada: della serie “tanto rumore per nulla”.

Sarà difficile negoziare con i 27 paesi membri 

In ogni caso, il Regno Unito dovrà affrontare le regole contemporanee dell’Unione, non semplicemente recuperare il vecchio status. E il rientro non sarà solo una decisione britannica, ma una negoziazione con 27 Stati e con istituzioni che hanno interessi propri. Burnham dovrà dunque rispondere a una domanda: che cosa vogliono gli altri europei da Londra? 

Qui incide un quadro geopolitico completamente stravolto dai tempi della Brexit: guerra russa contro l’Ucraina, disimpegno strategico degli Usa, urgenza di una difesa comune europea, competizione industriale e tecnologica con la Cina, crisi dell’ordine internazionale liberale. il paradosso di questa fase storica è che il Regno Unito è fuori dall’Ue proprio nel momento in cui l’Europa ha più bisogno delle sue capacità militari, diplomatiche e d’intelligence, mentre a Londra, una volta fallito il sogno nostalgico della Global Britain, serve la piattaforma europea per esercitare l’influenza che le sue dimensioni non le permettono. 

Il Regno Unito e la logica delle medie potenze dell’ordine liberale

Allo stesso modo del Canada, il Regno Unito rientra tra quelle “medie potenze” dell’ordine liberale che dovrebbero sostenersi e allearsi per esercitare un peso in un mondo sempre più segnato dal conflitto muscolare tra superpotenze economiche e militari come Usa e Cina e dalla spinta al caos provocata dagli stati “canaglia”, sponsor di terrorismo e guerra ibrida, come Russia e Iran. Di fronte a queste minacce emergenti, il tempo stringe. Tutti dovrebbero esserne consapevoli. Il prossimo vertice Ue-Uk si svolgerà molto probabilmente alla fine di novembre: ma per costruire una nuova sintassi dei rapporti tra Londra e Bruxelles non basteranno due mesi.

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