Giuseppe Conte chiede di disarmare l’Ucraina, Goffredo Bettini dà torto alla Nato, Elly Schlein fa spallucce. Ma così la sinistra dimentica un popolo oppresso
È forse Goffredo Bettini l’ispiratore occulto di Vladimir Putin? Oppure è Vladimir Putin che sussurra la linea alle orecchie dell’eminenza grigia della sinistra romana? O piuttosto la lettera di Bettini pubblicata dal Corsera è il frutto di una IA diabolica e ribelle che ha tradotto il Putin-pensiero nella mappa programmatica del campo largo? Tregua, fascia demilitarizzata, intervento dell’Onu, garanzie internazionali, Ucraina nell’Ue ma fuori dalla Nato: le proposte di Bettini hanno preso una vacanza dalla realtà, rimuovendo la risolutezza del convitato di pietra che abita a Mosca.
C’era una volta l’autodeterminazione dei popoli
L’invito a liberarsi dal dilemma «armi sì, armi no» esibisce una postura pilatesca nei confronti di 39 milioni di ucraini, tra esodati e ancora residenti in patria. Qualcosa non torna in questa deriva della sinistra italiana. Negli anni ’60 e ’70 la sinistra europea riconobbe nelle lotte dei popoli colonizzati una domanda di libertà e autodeterminazione. Algeria, Vietnam, Libia, Mozambico e via elencando: nessuna grande potenza occidentale poteva decidere il destino di un altro popolo. Ma questo principio vale solo quando il colonizzatore è occidentale?
L’Ucraina ha scelto di essere un paese sovrano e libero
Con il referendum sull’indipendenza del 1° dicembre 1991 l’Ucraina ha scelto di essere un paese sovrano e libero. Lo storico russo di origine ucraina Serhii Plokhy definisce il conflitto russo-ucraino come una classica «guerra coloniale di indipendenza» da parte ucraina e una «guerra imperiale di riconquista» da parte della Russia. La narrazione putiniana secondo cui russi e ucraini sarebbero “un unico popolo” è falsa: dopo il crollo dell’Urss, la Russia è scivolata verso un autoritarismo centralizzato e nostalgico, mentre l’Ucraina ha sviluppato una democrazia pluralista e una vivace società civile. Secondo Plokhy – ma l’abbiamo capito anche noi – è proprio il modello democratico e pluralista ucraino a essere percepito da Mosca come una minaccia esistenziale. Così, la doppia invasione (del 2014 e del 2022) ha accelerato in modo definitivo la nascita di una nazione ucraina coesa e unita, distinta dalla narrazione revanscista russa che concepisce russi, ucraini e bielorussi come rami di un’unica nazione.
A sinistra vince la logica dei blocchi
Tuttavia, una parte considerevole della sinistra sceglie di voltare la testa dall’altra parte. Non si chiede che cosa vogliano gli ucraini, ma da quale parte della contesa tra Russia e Occidente precipiti la loro scelta: così il popolo ucraino oppresso cessa di essere un soggetto della storia, perde il diritto all’autodeterminazione e diventa solo una pedina nello scacchiere geopolitico. Trattamento che non è riservato alla causa palestinese o a quella iraniana, dove un movimento integralista e terrorista e un regime teocratico e autoritario opprimono il proprio popolo. Leggendo le parole di Bettini – e ascoltando quelle di Giuseppe Conte e di Elly Schlein – viene più di un sospetto: l’autodeterminazione vale quando un popolo si ribella all’Occidente, molto meno quando si ribella a Mosca.
Per gli europei dell’est l’Europa è una patria comune
La contraddizione tocca anche il rapporto con l’Europa. Per una parte della sinistra l’Unione europea è mercato, austerità, tecnocrazia, capitalismo, ma non è ancora una patria comune. Viceversa, per i popoli dell’Europa centro-orientale l’Ue rappresenta l’uscita dalla sfera di dominio sovietica e l’ingresso in uno spazio di democrazia, diritti, prosperità e autodeterminazione: una patria di “approdo”. Se questo è vero, i confini dell’Italia non sono più a Trieste o a Gorizia, ma a Kharkiv, Sumy e Luhansk. Il percorso verso l’Europa è una domanda che viene dai cittadini ucraini, non un progetto imposto da Bruxelles.
Difendersi dall’espansionismo russo
Lo stesso vale per la Nato. Raccontare l’allargamento a est come «espansionismo della Nato» significa rimuovere una domanda: perché gli Stati dell’Europa orientale hanno voluto entrarvi? La risposta è semplice e disarmante: per quei paesi l’adesione è stata uno strumento per la liberazione dal dominio sovietico. Avremmo sperato di ascoltare questi ragionamenti nel discorso di Elly Schlein alla direzione del Pd. Invece la segretaria continua a nascondersi, con calcolata ambiguità, dietro le «sensibilità diverse» su «punti dirimenti». Assicura il «sostegno al popolo ucraino dall’aggressione criminale russa»: political correctness che rimanda la decisione sulla fornitura delle armi. Dice che «finora è mancata una iniziativa di pace europea», fingendo di dimenticare gli innumerevoli tentativi dei leader europei umiliati da Putin. Chiede all’Unione di «nominare un negoziatore» fantasticando sulla disponibilità del despota che non ha ascoltato nemmeno Donald Trump a discutere con un carneade europeo.
L’ambiguità di Elly Schlein
Se vogliamo restare nel mondo reale, senza cedere al pacifismo peloso e ideologico, la pace va cercata in modo più serio, riconoscendo il diritto degli ucraini di scegliere l’Europa, sebbene questa scelta contraddica gli interessi di Mosca: da europei, dobbiamo difendere questa scelta con tutte le nostre forze, anche quelle armate. La sinistra italiana, per non tradire se stessa, dovrebbe tornare dalla parte di chi vuole decidere da sé il proprio destino. Finora, Bettini, Conte e Schlein hanno scelto un’altra strada.




























