Il caso della giovane somala Abdirisaq Warsame ci dice che forse è necessario ripensare il tema dell’immigrazione, riportando al centro la politica
Quanto dura il viaggio di un migrante? Nel caso di Abdirisaq Warsame – la somala ventiduenne arrivata in Germania dopo una lunga odissea per raggiungere la madre e il fratello – è durato quasi sei anni. Tutta la sua vita da adulta. Un viaggio che non si è concluso con un lieto fine, ma con un centro di accoglienza e una fredda lettera con cui le è stata comunicata la data del suo trasferimento forzato in Italia, fissato per il 19 agosto.
Abdirisaq è infatti una “dublinante”, ovvero una richiedente asilo che, in base al sistema europeo, dovrebbe essere trasferita nello Stato ritenuto competente a esaminarne la domanda (nel suo caso l’Italia, Paese di primo ingresso e registrazione). Ma dietro questa etichetta amministrativa c’è una storia, ci sono sogni, e ci sono violenze subite, sia prima di partire (la ragazza è fuggita a sedici anni dal tentativo paterno di venderla a un uomo che avrebbe dovuto sposarla), sia durante il viaggio dalla Somalia alla Germania, passando per Etiopia e Kenya, Sudan e Libia.
La burocrazia non è tutto
Tutte cose che restano fuori dal contenzioso amministrativo apertosi fra Germania e Italia, per decidere chi debba farsi carico di una giovane vita. Esiste, dunque, in questa triste vicenda, un doppio conflitto: da un lato quello fra il tempo biografico (il lungo viaggio affrontato) e il tempo amministrativo (la rapida decisione delle autorità tedesche), dall’altro quello tra una geografia burocratica, costruita intorno al primo approdo a Lampedusa, e una geografia umana, composta da affetti e relazioni, un passato da dimenticare, una lingua da imparare, un lavoro immaginato.
Su come risolvere questo doppio conflitto si gioca la nostra idea di Europa. L’idea di Europa, cioè, che vogliamo costruire. Nel caso specifico, Roma ha rifiutato il trasferimento richiamando la data di applicazione del nuovo Patto europeo e chiedendo, inoltre, una compensazione che tenga conto dei migranti sbarcati dalle navi delle Ong tedesche. In questo rimpallo di responsabilità Abdirisaq è diventata un numero da scambiare, una pratica burocratica da sbrigare.
Un nuovo vocabolario
Quando accade una cosa del genere, quando cioè una procedura può apparire formalmente corretta ma produce una decisione umanamente insensata, bisognerebbe fermarsi a riflettere su quali siano i valori fondanti della nostra civiltà, poiché è evidente che non possono ridursi a un vocabolario fatto solo di parole come “competenza”, “decorrenza”, “quota”, “compensazione”. Un linguaggio così – non c’è bisogno di aver letto Kafka per scoprirlo – può produrre l’inferno della disumanizzazione. Il problema dell’immigrazione è reale, soprattutto quando l’accoglienza ricade sempre sugli stessi territori e sui gruppi sociali più fragili.
È una delle questioni più urgenti da affrontare. E ormai una politica restrittiva sembra raccogliere consensi sempre più estesi tra i governi europei, non solo di destra. La socialdemocratica danese Mette Frederiksen, ad esempio, ha fatto del rigore migratorio un elemento fondamentale della propria politica, e una parte crescente della sinistra europea considera inevitabili programmazione e selezione. Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Grecia starebbero negoziando perfino un centro in Uganda destinato a ospitare fino a diecimila persone con domanda d’asilo respinta.
Se la norma si sostituisce alla politica
Esistono ragioni comprensibili che spingono a prendere sul serio il controllo dei flussi per difendere il welfare e la stessa disponibilità collettiva alla solidarietà. Non è solo un problema legato alla pressione elettorale delle destre radicali, che conquistano consensi su questo tema. È che si va facendo strada ormai, a livello istituzionale, la convinzione che un’accoglienza priva di un’effettiva capacità d’integrazione metta a rischio gli equilibri sociali e la fiducia stessa dei cittadini nello Stato.
E che, dunque, sia razionale e soprattutto realistico il tentativo di combattere l’immigrazione irregolare, i viaggi clandestini e il potere degli scafisti, con un’immigrazione scelta in base alle necessità del mercato del lavoro. Il dubbio, però, permane. Il dubbio, cioè, di poter garantire che la selezione degli immigrati non si trasformi in una selezione degli esseri umani in base alla loro utilità economica e che la norma, da strumento della politica, non diventi il surrogato di una politica che l’Europa non riesce più a immaginare.
I limiti della programmazione economica
La programmazione può riguardare inoltre gli ingressi per lavoro, ma non può sostituire il diritto d’asilo, che deve proteggere chi rischia persecuzioni o danni gravi indipendentemente dalla sua utilità economica. Quando e in base a che cosa, dunque, uno “straniero”, comincia ad avere titolo per essere considerato membro di una comunità? È questa la domanda a cui bisogna rispondere, se non si vuole cadere nelle opposte retoriche della chiusura a oltranza e dell’accoglienza senza limiti. Del resto, un continente che non raggiunge più il ricambio generazionale non può pensare all’immigrazione esclusivamente come a un’emergenza da contenere e tanto meno può accogliere soltanto chi gli serve. Abbiamo davvero calcolato quanto costerebbe integrare e quanto costa invece respingere, trattenere, trasferire, finanziare centri fuori dall’Europa? Perché pensiamo a progettare strutture di detenzione in Uganda e non un sistema europeo di corsi di lingua, formazione e accesso al lavoro.
I confini porosi
Perché consideriamo realistico spostare migliaia di persone da un continente all’altro e utopistico investire nella convivenza? Su questi temi ha riflettuto la nota studiosa di teoria politica Seyla Benhabib parlando dei «diritti degli altri» (il libro è stato pubblicato in Italia da Raffaello Cortina). Una democrazia, sostiene Benhabib, ha bisogno di confini, perché deve poter stabilire chi appartiene alla comunità politica e a quali condizioni. Ma nell’esercitare questa autorità si decide anche della vita di persone che ne subiranno le conseguenze senza avere potuto partecipare alla decisione. Per questo il potere di esclusione deve confrontarsi con i loro diritti ed essere sottoposto a limiti e ragioni pubblicamente giustificabili.
Benhabib parla perciò non di frontiere aperte o chiuse, ma di frontiere “porose”. Che cosa vuol dire? Che le frontiere devono essere il luogo in cui l’Europa si dimostra capace di valutare, secondo regole basilari di umanità e democrazia, le circostanze concrete, i diritti e le domande di appartenenza che provengono dalle singole vite. Come quella di Abdirisaq, il cui desiderio di restare in Germania, vicino alla madre e al fratello, di imparare il tedesco, di diventare infermiera e costruire lì il suo futuro, rischia di essere meno urgente, meno importante del luogo in cui sono state registrate le sue impronte.
































