13 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Ago, 2026

«In Occidente società disgregate. La democrazia? Un rito stanco»

Il filosofo Carlo Galli e lo storico Giovanni Orsina intervengono sul tema della crisi della democrazia sollevato da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere


Si fa presto a dire che la democrazia liberale è in crisi. E “crisi della democrazia liberale” è una di quelle formule talmente usate e abusate che ha quasi finito per svuotarsi di senso. Più complesso – e più utile – è ficcare l’occhio dentro questa crisi, capirne le cause, interpretarne gli effetti. È il mestiere dei bravi storici e di alcuni filosofi.

In un lungo articolo sul Corriere della Sera di ieri, Ernesto Galli della Loggia ha riassunto la tesi sulla crisi della democrazia occidentale (e di quella italiana in particolare) che va elaborando da ormai qualche decennio.

Secondo lo storico, un importante giro di boa nella storia politica e istituzionale dell’occidente va individuato nella fine della guerra fredda e nella definitiva vittoria del modello occidentale a guida americana su quello comunista-sovietico. In quel frangente, all’inizio degli anni ’90, si apre una faglia: l’occidente prende la via della globalizzazione, i vecchi modelli valoriali, ideologici, politici vengono sepolti senza troppe cerimonie.

La crisi di un mondo morale

Il problema è che, al loro posto, il mondo globalizzato e laico non ha saputo sostituire un sistema valoriale altrettanto cogente.
Pazienza, si sarebbe tentati di dire. Senonché, ricorda Galli della Loggia, la democrazia liberale non nasce dal nulla, non è il frutto di una misteriosa creatio ex nihilo, ma è il risultato di processi storici, di pensieri e di idee. E se quel sistema politico, a cui siamo credo tutti affezionati, si sgancia dalla cultura che lo ha generato o, meglio, non ha più una cultura a fargli da sostanza, non è forse fatale che vada esaurendosi?

Giovanni Orsina e Carlo Galli sono studiosi di estrazione culturale e politica diversa. Storico il primo, filosofo con dei trascorsi in politica il secondo. Liberale puro il primo, progressista il secondo.

Le tesi di Galli della Loggia

Prima di interpellarli, ripercorriamo in estrema sintesi i punti chiave dell’articolo di Galli della Loggia:

Crisi della politica italiana: la debolezza attuale dei partiti, delle alleanze e delle leadership deriva da una crisi profonda iniziata negli anni ’90.

Globalizzazione e declino dell’Occidente: la globalizzazione, soprattutto con l’ascesa della Cina, ha ridimensionato il peso economico, culturale e tecnologico dell’Occidente.

Crisi delle società europee: invecchiamento, bassa natalità, disuguaglianze, immigrazione, indebolimento del welfare e dei legami sociali hanno prodotto sfiducia e disillusione.

Indebolimento dei valori democratici: si indeboliscono solidarietà, partecipazione politica e fiducia nell’azione collettiva, mentre prevale una visione sempre più individualistica dei diritti.

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Crisi del sistema valoriale: secondo Galli della Loggia, la democrazia europea si è allontanata dalle sue radici cristiane e umanistiche, che conciliavano libertà individuale e doveri di solidarietà.

La “Seconda Repubblica”: dopo il crollo della Prima Repubblica, non sarebbe nata in Italia una nuova cultura politica democratica, ma si sarebbe creato un vuoto ideologico.

Ritorno delle vecchie contrapposizioni: destra e sinistra continuano a essere condizionate dalle eredità di fascismo e comunismo, mentre populismo e sovranismo ne rappresenterebbero forme contemporanee degradate.

La società disgregata

Sulla crisi della democrazia Carlo Galli si è interrogato a lungo, da ultimo nel suo Democrazia, ultimo atto? pubblicato da Einaudi nel 2023. Secondo (Carlo) Galli, l’interpretazione di (Galli) della Loggia merita una rettifica: «Gli elementi del discorso ci sono. Ma ho delle riserve sulla dinamica causale indicata da Galli della Loggia, secondo cui la democrazia crolla perché viene meno un sistema valoriale».

Come stanno le cose, allora? «Piuttosto, il crollo di quel sistema valoriale è una conseguenza del crollo della democrazia. A sua volta, il crollo della democrazia è causato da processi storico-economici reali che hanno disgregato la società. E in una società disgregata, semplicemente, la democrazia non può funzionare. Una democrazia funzionante esige la presenza di corpi sociali e politici. Gli individui solitari di cui è fatta la società di oggi non sono in grado di realizzare, produrre, gestire e vivere l’obiettivo della democrazia, che è quello di esercitare conoscenza e controllo sulle condizioni della propria esistenza».

Insomma, la distruzione delle condizioni sociali necessarie per il funzionamento della democrazia si traduce ben presto in distruzione delle condizioni politiche del suo esercizio: «senza i partiti e le loro ideologie non c’è democrazia. Al massimo c’è populismo, para-autoritarismo malamente mascherato con le forme ma non la sostanza della democrazia. C’è, in una parola, la post-democrazia, una società che è certo estranea ai valori umanistici. Su questo Galli della Loggia ha ragione».

La cultura che unisce

Nel suo ultimo libro, Controrivoluzione, Giovanni Orsina dà un’interpretazione della contemporaneità consonante con quella di Galli della Loggia: descrive il mondo contemporaneo come un mondo iperindividualistico che cerca di ristrutturare un ordine basato sulla massima emancipazione dell’individuo. «In sostanza parlo di un mondo in cui l’emancipazione passa per la dissoluzione dei valori collettivi tradizionali».

È venuto meno un mondo, una cultura. Ma cos’è una cultura? «Presuppone dei valori, si basa su una metafisica, una visione del mondo che inevitabilmente costringe gli individui, si impone su di essi. Per molti versi, una cultura è una struttura autoritaria, si basa su degli apriori indiscutibili. La libertà individuale non può che esercitarsi all’interno dei binari istituiti dalla cultura di appartenenza».

La cultura impossibile

Il punto è allora che la società radicalmente individualistica fa saltare completamente quei binari: «E quando quei binari sono saltati, non solo non è più possibile una cultura cristiana o umanistica, come dice Galli della Loggia, ma non è più possibile una cultura in generale. Nel momento in cui neghi che gli esseri umani possano essere vincolati a un sistema di valori collettivo, dal momento che la cultura è proprio questo, viene negata la possibilità della cultura in quanto tale».

È il quadro, tutt’altro che confortante, in cui una tradizione è venuta meno e non c’è nessuno spazio per l’instaurarsi di un’altra tradizione. Galli lo conferma: «Cosa può esserci di condiviso in una società disgregata? Solo delle enormi favole virtuali. Il contenuto di fondo della cultura umanistica era che è diritto e dovere di ciascun cittadino esercitare una virtù civica per costruire un sistema politico sotto il controllo degli individui o delle classi, a seconda delle divisioni politiche. Ma l’idea era che si fosse collegati da un retaggio culturale comune inverato nella costruzione della democrazia, che è al contempo esaltazione dell’individuo e della sua capacità di una socievolezza operosa».

Il caso italiano

Nel quadro generale di crisi della democrazia occidentale, si inserisce, nella lettura di Galli della Loggia, il caso italiano. La faglia si apre all’inizio degli anni ’90 e si esplica nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Il quadro politico odierno sarebbe il cascame di due processi: la crisi delle ideologie politiche autenticamente democratiche – cattoliche, liberali o socialiste che fossero – e la sopravvivenza, più o meno carsica, di due culture politiche non democratiche, il fascismo e il comunismo.

«Se parliamo di crisi dei valori occidentali, come fa Galli della Loggia, dobbiamo anzitutto riconoscere che l’Italia è sempre stata un paese più fragile degli altri», esordisce Orsina.

«La guerra fredda ha rallentato la crisi di identità dell’occidente: il comunismo ha rafforzato per differenza le democrazie liberali. Questo era particolarmente vero in Italia, dove la guerra fredda era lo scheletro portante del sistema politico della prima Repubblica. Per questa ragione, la fine della guerra fredda ha sull’Italia un impatto diverso e maggiore di quello che ha sulle altre democrazie mature. Questo fa sì che le tossine antipolitiche che cominciano a prendere forma a livello globali negli anni ’70, in Italia si scarichino in modo molto prepotente».

La seconda Repubblica nasce sotto l’ipoteca di questi due fattori destabilizzanti: la crisi della struttura politica garantita dalla guerra fredda e l’eruzione del magma antipolitico dalla faglia aperta dopo la caduta del Muro.

Radicalismi da teatro

Restano i radicalismi? Sopravvivono fascismo e comunismo? È su questo punto che le letture dei due studiosi si dimostrano più critiche. Secondo Orsina «la verità è che non resta niente. I radicalismi di oggi sono molto liturgici, sono teatro, non c’è nessuna sostanza dietro. Il radicalismo è una cosa storicamente seria». Galli complica ulteriormente il quadro: «Ha poco senso parlare di sovranismi. Ha più senso invece parlare di populismo, che altro non è che la protesta di individui delusi dalle promesse del neoliberalismo, ma ormai incapaci di pensare e fare la politica. Il populismo è pura reazione, non è attività politica».

Sull’attuale composizione dello spettro politico aggiunge:

«I partiti di oggi sono lontanissimi da fascismo e comunismo».

Sul futuro della democrazia liberale, la domanda è quella che dava il titolo al suo libro: democrazia, ultimo atto? «L’Italia è il paese in cui il disgregarsi della sostanza democratica è più grave, perché i ceti dirigenti sono i più deboli e i meno ben selezionati dell’occidente. Un altro sistema politico gravemente in crisi è ovviamente quello americano, ma è talmente diverso dal nostro che è inutile fare paragoni. Il problema è il mantenimento sempre più tenue e stanco delle forme esteriori della democrazia (pluralismo, partiti, elezioni) e il sostanziale svuotamento del significato reale della democrazia». Qual è questo significato?

«La consapevolezza, anche conflittuale e polemica, che è nostro dovere controllare l’ordinamento sociale e politico in cui viviamo».

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