Il Tribunale assolve tutti gli otto imputati per il caso dell’urbanistica a Milano. Ma i processi non sono una panacea
La prima sentenza sull’urbanistica milanese si è conclusa con l’assoluzione di tutti gli imputati del processo Torre Milano. Non conosciamo ancora le motivazioni e sarebbe sbagliato trasformare una sentenza di primo grado in una verità definitiva. Sarebbe lo stesso errore commesso da chi, negli ultimi anni, ha trasformato le accuse in condanne anticipate. Tuttavia, una riflessione si impone.
La presunta deviazione
Per quasi quattro anni Milano è stata raccontata come il luogo di una gigantesca deviazione urbanistica. Interventi descritti come illegittimi, rapporti tra pubblico e privato presentati come patologici, amministratori, professionisti e imprenditori sottoposti a un processo mediatico ben prima che giudiziario. Ma il primo dibattimento si conclude con un’assoluzione piena.
L’errore di affidarsi alle Procure
Da troppi anni in Italia si chiede al diritto penale di risolvere problemi che appartengono ad altri ambiti dell’ordinamento. È una concezione che affonda le proprie radici in una visione moralistica del diritto, nella quale il confine tra ciò che è discutibile, ciò che è inopportuno e ciò che è penalmente rilevante tende progressivamente a dissolversi. Quando la politica è troppo debole, quando le regole sono incerte, quando l’amministrazione fatica a trovare un equilibrio tra interessi diversi, il riflesso condizionato è sempre lo stesso: affidare tutto a una Procura.
Il diritto penale per governare l’economia
Ma il diritto penale non nasce per governare l’economia. Non nasce per disciplinare lo sviluppo urbano. Non nasce per stabilire quale debba essere il modello di crescita di una città. La sua funzione è molto più limitata e, proprio per questo, ben più importante: accertare responsabilità individuali in presenza di fatti chiaramente previsti dalla legge come reato. In una democrazia liberale il diritto penale dovrebbe essere l’extrema ratio. Prima vengono il diritto amministrativo, la pianificazione, i controlli pubblici, le responsabilità politiche e contabili. Quando questa gerarchia si rovescia, il rischio è che il processo penale finisca per sostituirsi alla politica e all’amministrazione. Milano rappresenta oggi il caso più evidente di questa deriva.
La necessaria prudenza
La sentenza di Torre Milano sembra dirci almeno una cosa. Che non ci trovavamo di fronte a comportamenti illeciti o alla violazione consapevole di regole chiare e indiscusse. Al contrario, il dispositivo restituisce l’immagine di un contesto normativo complesso, nel quale amministratori, tecnici e operatori economici hanno agito nella legittima convinzione della correttezza delle proprie scelte. E questo è un dato fondamentale. Perché quanto più il quadro regolatorio è incerto, tanto maggiore dovrebbe essere la prudenza nell’utilizzo dello strumento penale.
La scelta del modello di sviluppo
Non sappiamo ancora se nelle numerose altre inchieste aperte emergeranno responsabilità penali. Ma sappiamo già che una parte rilevante del dibattito urbanistico milanese e italiano è stata trasferita dalle sedi della politica e dell’amministrazione alle Procure e alle aule giudiziarie. È un fenomeno che dovrebbe interrogare tutti. L’esercizio dell’azione penale è un potere immenso. E quando viene utilizzato per mettere in discussione non soltanto singole condotte, ma interi assetti amministrativi e modelli di sviluppo urbano, cresce inevitabilmente anche la responsabilità istituzionale di chi quel potere esercita.
Il commissario straordinario
La sentenza di oggi è molto importante, ma credo che sia soltanto un tassello del puzzle giudiziario. I processi continueranno. Proprio per questo la politica non può continuare ad attendere. Se vi sono regole urbanistiche confuse, devono essere chiarite. Se vi sono problemi amministrativi, devono essere risolti. Milano e i milanesi non possono restare sospesi per anni nell’attesa delle sentenze. Per questa ragione continuo a ritenere che la proposta di un commissario straordinario per l’urbanistica, che in più occasioni ho caldeggiato, rappresenti la risposta più seria e responsabile oggi disponibile.
Affrontare i problemi
Che cosa significherebbe concretamente? Non una sanatoria generalizzata e neppure un’interferenza con le indagini o con i processi. Il commissario avrebbe il compito di esaminare le situazioni oggi bloccate, verificare caso per caso i possibili percorsi amministrativi di regolarizzazione consentiti dall’ordinamento, coordinare gli enti coinvolti e assumere le decisioni necessarie per consentire la ripresa dei procedimenti urbanistici compatibili con la legge. In altre parole, affrontare immediatamente il problema delle famiglie che attendono una casa, dei cantieri fermi e degli investimenti sospesi, senza attendere gli esiti definitivi dei processi penali. Nel frattempo, la politica dovrà scrivere nuove regole, moderne, chiare e prevedibili.
Guardare al futuro
La sentenza emessa dal Tribunale rafforza questa proposta proprio perché dimostra quanto sia incerto e complesso il quadro. Non risolve la crisi urbanistica milanese ma rende ancora più evidente che la soluzione non sono i processi. I processi guardano al passato. Governare, invece, significa assumersi la responsabilità del presente e costruire il futuro.




























