7 Nov, 2026

Tagliare la spesa pubblica? Possibile, ma non in Italia

Giancarlo Giorgetti

Il dibattito sulla manovra riaccende i riflettori sulla spesa pubblica che, in Italia, continua a crescere a causa della tendenza della politica a utilizzarla come “moneta per il consenso”. Più saggio, invece, sarebbe tagliare per poi abbassare le tasse


La manovra non è ancora arrivata in Parlamento, ma già fa discutere tutti. Comuni, Regioni, ma soprattutto sindacati, medici, personale scolastico e, da ultimi, i costruttori.

Tutti lamentano tagli o, quantomeno, l’assegnazione di una quantità insufficiente di risorse ai rispettivi comparti. E tutti ne chiedono di più, come nel più classico degli assalti alla diligenza. È un copione che va in scena ogni anno, durante la sessione di bilancio, e che rende impossibile la risposta a un’esigenza piuttosto evidente: quella di ripensare la gestione dei soldi pubblici, facendo in modo che lo Stato spenda di meno e meglio.

Le risorse per la sanità

La riflessione non può non partire dalla sanità. La manovra destina 3,4 miliardi in più al Fondo sanitario nazionale, destinato a raggiungere il budget record di 146,3 miliardi. Nel corso degli ultimi anni, quasi tutti i governi hanno incrementato la dotazione del Fondo che, non a caso, tra 2010 e 2027 è cresciuto di oltre 40 miliardi.

Peccato che la qualità dell’assistenza sanitaria non sia cresciuta di pari passo con le risorse che le sono state destinate, a riprova del fatto che una maggiore spesa non è garanzia automatica di miglioramento dei servizi pubblici. Eppure, negli ultimi giorni, sindacati e associazioni di categoria non hanno perso l’occasione di stracciarsi le vesti.

Salvini e le pensioni

Anche il ministro Matteo Salvini si è fatto sentire, ricordando al governo di cui fa parte che il superamento della legge Fornero e il pensionamento anticipato di molti lavoratori sono «una promessa» fatta agli elettori». E così ha blindato i 2,5 miliardi con cui la manovra intende favorire l’uscita anticipata dal lavoro dei 64enni, nonostante l’aspettativa di vita sia maggiore rispetto al passato e la sostenibilità del sistema previdenziale imponga scelte diametralmente opposte. Di questa ulteriore spesa da 2,5 miliardi non si sentiva certo il bisogno, proprio come per i 23 – dicasi ventitré – spesi in passato per pre-pensionare appena 400mila lavoratori nell’ambito della scellerata politica di Quota 100.

La follia del Superbonus

Se sanità e pensioni non bastassero, c’è sempre il Superbonus a dimostrare quanto l’incremento della spesa pubblica possa risultare inutile (o, meglio, utile solo ai leader in cerca di consenso) se non addirittura controproducente. Quella contrabbandata dal Movimento Cinque Stelle come una misura fondamentale per la crescita dell’economia nazionale dopo il Covid, è costata circa 183 miliardi, considerando anche i crediti bloccati o contestati. Il che ha significato minori entrate per lo Stato e aumento strutturale del debito pubblico, a fronte della riqualificazione di appena il 4% del patrimonio immobiliare italiano.

Impossibile tagliare

La verità è che l’Italia è il Paese in cui tagliare la spesa pubblica è praticamente impossibile. Dagli anni Novanta a oggi ci sono riusciti pochissimi governi e generalmente in condizioni di crisi: l’esecutivo Ciampi tra 1993 e 1994 e poi ancora quello Dini nel 1995, quando i conti pubblici attraversavano una fase critica, e quello Monti nel 2012, con lo spread oltre i 500 punti e il Paese sull’orlo della bancarotta. Poi è stato il governo Meloni, nel 2024, a far segnare il taglio della spesa pubblica più forte, pari al 3,4%, ma solo per effetto dello stop alla follia del Superbonus. Resta il fatto che, oggi, l’esborso per lo Stato ha superato addirittura il 50% del Pil.

La spesa pubblica per acquistare il consenso

Se ciò avviene è perché la politica continua a considerare la spesa pubblica come la moneta per acquistare il consenso dell’elettorato, a cominciare dalle varie categorie. Le stesse categorie che, di fronte al solo annuncio di un taglio, si mobilitano e minacciano lo sciopero. Non solo, storicamente la spesa pubblica non è mai stata ridotta a fronte di un mandato esplicito dell’elettorato, ma soltanto a fronte di situazioni di emergenza. Anche questo merita una riflessione: mentre Spagna e Germania, in particolare prima del 2007, sono state più prudenti, mantenendo costante o addirittura tagliando la spesa pubblica in modo tale da avere margini fiscali più ampi per affrontare le congiunture economiche negative, l’Italia è stata meno cauta nei periodi di relativa stabilità.

La vera riforma

Eppure tagliare la spesa pubblica si potrebbe e dovrebbe. Perché è da lì che sarebbe il caso di trarre le risorse necessarie per abbassare drasticamente (non timidamente, come fa la manovra appena varata dal governo Meloni) le tasse sui lavoratori dipendenti e quindi sul ceto medio, che continua a sopportare un carico fiscale insostenibile. E sempre da una riduzione della spesa pubblica improduttiva e dei mille bonus disseminati nella manovra (quelli per acquistare mobili ed elettrodomestici, per esempio) potrebbero essere ricavate le risorse necessarie per sostenere le imprese, incrementare la natalità, combattere lo spopolamento delle aree interne.

Sarebbe la più grande e coraggiosa riforma fiscale della storia repubblicana. Ma per realizzarla servirebbe una classe dirigente coraggiosa che in Italia, il Paese dove è impossibile tagliare, non si vede nemmeno all’orizzonte.

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