Le elezioni di midterm negli Stati Uniti si trasformano in un referendum sulla presidenza Trump. Mentre i democratici vedono la maggioranza alla Camera, la sfida per il Senato si accende nei feudi repubblicani.
Ci siamo, dopo mesi di campagna elettorale è arrivata l’ora delle midterm, gli americani sono chiamati oggi a rinnovare la composizione della Camera dei Rappresentanti e ad eleggere 35 senatori, oltre a 36 governatori di altrettanti Stati, in quelle che sono in tutto e per tutto un referendum sui primi due anni della seconda presidenza Trump. Due anni che, sondaggi alla mano, non sembrano affatto essere piaciuti alla maggioranza degli americani, con la vittoria dei democratici data per certa da tutti i sondaggisti. Ciò che conta, però, sarà la consistenza di questa vittoria.
Il dato del voto popolare vede il partito Democratico con un netto e ampio vantaggio stimato tra gli 8 e i 9 punti percentuali rispetto ai Repubblicani. Un cambio di opinione non indifferente, considerando che solo alla Presidenziali di due anni fa erano stati i repubblicani a vincere il voto popolare con quasi 3 punti percentuali. Ma alle midterm non conta il voto popolare, bensì i deputati e i senatori che vinceranno le singole corse.
Il consenso delle rilevazioni sulla Camera bassa
Alla Camera dei Rappresentanti non sembra esserci storia: dalle analisi pubblicate da Nbc News, FiftyPlusOne e Cook Political Report, aggiornate alle ultime ore della vigilia del voto del 2 novembre 2026, il consenso dei sondaggi indica che i democratici conquisteranno senza troppe difficoltà i 218 rappresentanti necessari ad ottenere la maggioranza alla camera bassa del Congresso. La vera sorpresa di questa tornata elettorale si sta consumando però nella corsa al Senato, un terreno che alla vigilia sembrava blindato per i Repubblicani e che invece si è trasformato in un incubo strategico, complice la disavventura mediorientale iniziata da Trump.
Dei 35 seggi in palio, la mappa iniziale favoriva nettamente il Grand Old Party, forte di una maggioranza uscente di 53 a 47. Eppure, a poche ore dall’apertura delle urne, i sondaggi dell’ultima ora delineano uno scenario radicalmente capovolto, con i Democratici che non solo stanno difendendo i propri seggi, ma sembrano anzi mettere in gravi difficoltà i repubblicani in diverse storiche roccaforti rosse.
Le proiezioni nei singoli Stati chiave per il Senato
I casi più eclatanti di quella che potrebbe diventare una “ondata blu” si registrano ad esempio in Texas, dove i dati del sondaggio New York Times/Siena evidenziano per il candidato democratico James Talarico un vantaggio di 7 punti sul repubblicano Ken Paxton. Spostandosi nel profondo Midwest, le proiezioni indicano che in Kansas la sfidante dem Adam Hamilton conduce di 5 lunghezze sul senatore uscente del Gop Roger Marshall, mentre in Ohio il navigato Sherrod Brown si attesta a un solido +5% rispetto al repubblicano Jon Husted.
Perfino in Stati storicamente ostili al centrosinistra come l’Alaska e l’Iowa, i candidati democratici appaiono in leggerissimo ma costante vantaggio. Certo, occorre subito precisare che “l’abbaglio statistico” dei sondaggisti non può essere escluso, basta citare come esempi le presidenziali del 2016, o quelle del 2024, quando la forza del movimento Maga venne ampiamente sottostimata dai sondaggi.
I calcoli matematici per la maggioranza reale
Per i democratici, affinché questa spinta della vigilia si traduca in una maggioranza reale la matematica non ammette errori. Con una composizione attuale che vede il Gop a quota 53 seggi, i dem dovranno mantenere tutti i propri seggi uscenti e strappare almeno quattro Stati saldamente repubblicani (come Texas, Kansas, Ohio e Maine). Se uno solo dei fortini democratici dovesse cedere, i sogni di gloria svanirebbero, ed è esattamente per questo che gli occhi di tutta la nazione sono puntati sul Michigan. Proprio qui, nelle ultime ore, la situazione è precipitata in un caos senza precedenti. In quello che i vertici dem di Washington hanno già definito un «disprezzabile tradimento», la deputata Haley Stevens, ex candidata alle primarie dem per il Senato e sconfitta in estate da Abdul El-Sayed, ha incredibilmente annunciato a poco più di un giorno dal voto il proprio endorsement al candidato repubblicano Mike Rogers.
Una tempistica curiosa per l’annuncio, cui ha fatto seguito una quasi surreale intervista concessa alla Cnn in cui l’ex candidata non riesce a motivare le ragioni della sua scelta, continuando a parlare della «rabbia» di El-Sayed. I veri motivi hanno verosimilmente a che fare con le profonde divergenze sulla politica estera e, in particolare, sul supporto a Israele, che vede Stevens una fervente supporter dello Stato ebraico ed El-Sayed un grande critico. La reazione del Partito Democratico del Michigan è stata immediata, con Stevens che è stata formalmente espulsa ed esclusa permanentemente dai ranghi del partito, mentre i suoi principali collaboratori si sono dimessi in segno di protesta. Resta però il terremoto politico dell’ultimo minuto, per di più in una corsa così cruciale per le chance di vittoria al Senato dei democratici.
La reazione e la strategia di opposizione di Donald Trump
La vicenda ha scatenato il pronto commento del Presidente Trump, che dal palco di un comizio in Iowa (altro Stato chiave per il controllo del Senato) ha dichiarato che «Haley ha detto ciò che pochi erano disposti a dire». Il periodo da free-agent della Stevens potrebbe quindi durare molto poco, visto che Trump ha detto che «in realtà, mi piacerebbe molto che si unisse al Partito Repubblicano».
Il Presidente sembra comunque avere già le idee chiare qualora nel voto odierno la “ondata blu” dovesse materializzarsi: «Diventerò ‘Mr. Veto’ se i democratici vincono la maggioranza» in Congresso, «e poi a un certo punto dovremo fare accordi. Questo è quello che succede, non è la prima volta». A chi gli chiedeva quale fosse il suo messaggio finale agli elettori, il presidente ha risposto: «Il numero degli americani che lavora è il più alto di sempre. Le nostre forze armate sono forti. I numeri della povertà sono i migliori di sempre». I giochi sono fatti, ora la parola passa agli elettori.






























