2 Nov, 2026

Pasolini, riaperte le indagini: tre Dna ignoti e il mistero dei due carabinieri

Pier Paolo Pasolini, Roma, 1967. (Foto: Franco Vitale)

Tre profili di Dna senza un nome, trenta sospettati sui quali le analisi genetiche dovranno essere ripetute, reperti custoditi per decenni in condizioni tutt’altro che ideali. E poi due carabinieri, Guglielmi e Cuzzupè, che la notte del delitto avrebbero fermato Pino Pelosi in fuga dall’Idroscalo sull’Alfa Romeo GT targata ROMA K69996, ma che, a quanto risulterebbe, non avrebbero dovuto trovarsi a Ostia. Il loro posto sarebbe stato dietro due scrivanie al ministero dell’Interno.

Una circostanza mai chiarita, come non è mai stato chiarito il possibile ruolo dei servizi segreti in una vicenda che, a 51 anni di distanza, continua a somigliare a un labirinto.

La Procura di Roma ha riaperto le indagini sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Il fascicolo, affidato al sostituto procuratore Silvia Santucci, dovrà ripartire anche da una rilettura del Dna. L’avvocato Stefano Maccioni, che da quasi 18 anni insiste perché la verità giudiziaria venga sottoposta a verifica, ha chiesto di allargare l’elenco dei sospettati, comprendendo altri nominativi tuttora viventi.

Non soltanto i trenta già esaminati, dunque, ma una platea più ampia e ha chiesto la convocazione di un testimone.

I tre Dna, i reperti e il mistero di Petrolio

I reperti da sottoporre a nuovi accertamenti sarebbero le cicche di sigaretta e l’asse di legno utilizzata per colpire Pasolini, quella con la scritta «Buttinelli, via dell’Idroscalo 93», spaccata in due. Gli esami dovrebbero essere condotti con tecniche più avanzate.

Quegli stessi reperti, insieme alla camicia Missoni insanguinata, ai jeans, alla cintura, a una confezione di preservativi, a una confezione di Saridon e a tre fotografie formato tessera, erano stati consegnati ai carabinieri del Ris nel maggio 2010 per ulteriori accertamenti. Per oltre venticinque anni erano rimasti custoditi al Museo criminologico di Roma, in via Giulia. Ma l’inchiesta non si fermerebbe alle impronte biologiche.

Tra le direzioni da esplorare torna Petrolio, il romanzo incompiuto nel quale Pasolini avrebbe scavato nei rapporti tra potere politico, grandi interessi economici ed Eni. Il capitolo scomparso, Agenda 21, e le dichiarazioni di Marcello Dell’Utri sul suo presunto ritrovamento, altro mistero da ricomporre.

La riapertura è il risultato di un’ostinazione che ha dovuto attraversare archiviazioni, reticenze, indifferenza e una certa insofferenza pubblica. Maccioni aveva presentato una prima richiesta nel 2009. Nel 2010 il procedimento era stato riaperto, anche dopo le dichiarazioni di Dell’Utri sul presunto ritrovamento del capitolo scomparso di Petrolio. Cinque anni dopo, nel 2015 era arrivata una nuova archiviazione.

Infine, nel 2023, un’altra richiesta di riapertura era stata respinta. L’istanza presentata nel novembre 2025 e integrata nel maggio 2026 ha finalmente trovato ascolto.

Non è poco. Perché, davanti a questa storia, c’è sempre qualcuno pronto a storcere la bocca. Come se si trattasse di un tormentone da proporre in televisione, di un cold case buono per riempire una serata o di un nuovo capitolo della saga di Garlasco. Non la ricostruzione di un pezzo di storia di questo Paese.

La notte dell’Idroscalo

La mattina del 2 novembre 1975, alle 6.30, una donna, all’Idroscalo, a Ostia, vide qualcosa che scambiò per un sacco di immondizia. Era il corpo di Pier Paolo Pasolini. L’uomo che giaceva nel fango aveva 53 anni, era poeta, scrittore, giornalista, regista. Aveva raccontato le borgate, i ragazzi di vita, la Roma degli esclusi. Aveva interrogato il potere, denunciato le sue complicità. Ma perché Pasolini era andato all’Idroscalo? Una delle piste investigative più insistenti riconduce al furto delle pellicole di Salò, il suo ultimo film.

La pista delle pellicole rubate

Pasolini avrebbe cercato di recuperare le pizze rubate, cedendo a un ricatto. Un appuntamento che, secondo questa ricostruzione, si sarebbe trasformato in una trappola. Pelosi avrebbe fatto da esca, attirando il poeta con la promessa di restituirgli il materiale. Il furto di Salò potrebbe così diventare una chiave per comprendere il movente. Le pellicole, l’ambiente della criminalità romana, le frequentazioni di Pasolini nelle borgate e i rapporti con personaggi legati all’estrema destra avrebbero potuto intrecciarsi in una trama molto più complessa di quella raccontata nei processi.

Poche ore dopo, i carabinieri fermarono Giuseppe Pelosi, diciassettenne di Guidonia, conosciuto come Pino “La rana”. Confessò. Disse che Pasolini avrebbe voluto costringerlo a un rapporto sessuale e che lui lo aveva colpito per difendersi. Pelosi venne condannato in primo grado a nove anni e sei mesi per omicidio volontario in concorso con ignoti. In appello il riferimento al concorso venne escluso.

Ma nel 2005, durante una trasmissione televisiva, Pelosi ritrattò: quella notte non era solo, che altre persone avevano partecipato all’aggressione. Non fece però i nomi. Morì nel 2017, portandosi dietro una verità che, forse, non aveva mai voluto o potuto raccontare. Pasolini aveva nemici. Aveva denunciato la mutazione antropologica degli italiani, la società dei consumi, l’omologazione, il Palazzo.

E aveva scritto Petrolio, un romanzo incompiuto nel quale si sarebbe addentrato nelle relazioni tra potere economico e politica, chiamando in causa l’Eni e l’oligarchia finanziaria.

Le sue frequentazioni con le borgate, le incursioni nei mondi della criminalità, il furto delle pellicole di Salò. Due fratelli, esponenti di primo piano dell’estrema destra romana legata ad Avanguardia Nazionale, comparivano in documenti di polizia dell’epoca insieme a personaggi della malavita.

Pasolini ucciso due volte

Pasolini è stato ucciso due volte. La prima all’Idroscalo, massacrato da una violenza che potrebbe essere stata una spedizione punitiva di matrice fascista. La seconda dopo la morte, quando il depistaggio e la delegittimazione avrebbero trasformato la vittima in un uomo da giudicare, più che il delitto in un fatto da accertare.

Un intellettuale che doveva morire in quel modo, perché quel modo avrebbe consentito di sporcarne il nome, di ridurre la sua opera a un’esistenza scandalosa, di consegnare alla cronaca nera ciò che apparteneva alla storia culturale e politica del Paese. La nuova indagine potrà sottrarre il delitto alla comoda archiviazione morale di chi preferisce dire che Pasolini se l’era cercata.

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