2 Nov, 2026

La secessione rovesciata. Dodici Comuni veneti chiedono l’annessione al Friuli

Il Tagliamento tra San Michele e Latisana

Undici Comuni al confine tra Veneto e Friuli chiedono la “secessione” da Venezia. Chi di autonomia ferisce, di autonomia rischia di perire


C’è sempre qualcuno più autonomista dell’autonomista. E nella terra della Lega, quella che un tempo sognava la secessione della Padania, c’è chi adesso vorrebbe addirittura cambiare Regione. Non per separarsi da Roma, come predicava l’ideologo Gianfranco Miglio, ma per salutare Venezia e trasferirsi a Trieste. Una secessione in miniatura, meno epica e assai più concreta: cambiare confini per cambiare servizi, risorse e opportunità. Il federalismo a geometria variabile.

La beffa è che accade nel Veneto, la Regione che ha fatto dell’autonomia una bandiera, mentre il centrodestra governa tanto a Venezia quanto a Trieste. Due giunte politicamente affini, una Lega che rivendica la propria vocazione autonomista e un presidente, Alberto Stefani, che celebra come «ricorrenza storica» il referendum del 2017. Nello stesso giorno, 11 Comuni del Veneto orientale bussano alla porta del Friuli Venezia Giulia. Chi di autonomia differenziata colpisce, di autonomia differenziata rischia di perire.

I Comuni “secessionisti”

I Comuni interessati sono Annone Veneto, Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Portogruaro, Pramaggiore, San Michele al Tagliamento, San Stino di Livenza e Teglio Veneto. A loro si aggiunge Caorle, che ha preso le distanze dall’ipotesi di trasferimento, ma con un comitato locale intenzionato a promuovere un referendum. Anche Meduna di Livenza, nel Trevigiano, si è inserita nella partita. Non è una fuga di poveracci in cerca di assistenza. I sindaci lo ripetono con orgoglio: «Non siamo poveracci che cercano soldi».

E infatti i conti raccontano una storia interessante. Secondo lo studio della fondazione Think Tank Nordest, il passaggio porterebbe al Friuli Venezia Giulia circa 172 milioni di euro di maggiori entrate dalla compartecipazione Irpef, altri 18,5 milioni dall’addizionale regionale, oltre alle quote di Iva e Ires. Quasi 190 milioni, insomma, per una Regione che vedrebbe crescere popolazione, superficie e valore aggiunto.

I vantaggi

Per i Comuni, invece, il trasferimento promette più soldi, maggiore capacità di spesa e accesso a misure che nel Veneto hanno un peso diverso: incentivi sui carburanti, sostegni alla prima casa, efficientamento energetico, skipass scontati. Il vantaggio non sarebbe soltanto fiscale. I servizi già gravitano verso il Friuli: il tribunale competente è quello di Pordenone, la diocesi è Concordia-Pordenone, oltre duemila residenti attraversano ogni giorno il confine per lavorare.

E poi sanità, trasporti, scuole e legami linguistici. Sette Comuni conservano una popolazione friulanofona. Il confine amministrativo non coincide con quello della vita quotidiana. C’è poi il turismo, che per il Veneto non è esattamente un dettaglio. Caorle e Bibione, insieme, hanno registrato nel 2025 circa dieci milioni di presenze. Se il trasferimento si concretizzasse, il Veneto perderebbe due delle sue principali destinazioni balneari, una fetta consistente del primato turistico. Un autogol del regionalismo.

Il precedente

Il precedente esiste. Sappada, in provincia di Belluno, votò per il distacco nel 2008 e nel dicembre 2017 passò ufficialmente al Friuli Venezia Giulia. Altri tentativi, da Lamon a San Michele al Tagliamento, hanno dimostrato quanto sia lunga e accidentata la strada. A Cinto Caomaggiore, nel 2006, il referendum raccolse il 91,5 per cento dei sì tra i votanti, ma il percorso si arenò. La volontà locale, da sola, non basta.

L’articolo 132 della Costituzione prevede infatti che il trasferimento di un Comune da una Regione a un’altra sia disposto con legge della Repubblica, dopo referendum e sentiti i Consigli regionali. Una procedura che richiede passaggi istituzionali, verifiche e una decisione parlamentare.

La risposta del centrosinistra

Nel frattempo il Partito democratico veneto legge la protesta come una prova del fallimento della giunta regionale: sanità, infrastrutture, servizi, punto nascita. Una diagnosi in parte fondata, ma politicamente comoda. Il Pd cavalca lo scontro per attaccare Stefani e la Lega, senza affrontare fino in fondo la contraddizione più interessante: due Regioni di centrodestra, una a statuto ordinario e l’altra speciale, messe in competizione dai loro stessi cittadini.

Il centrosinistra preferisce trasformare la vicenda in un processo alla giunta veneta. Le zone omogenee proposte nella Città metropolitana possono essere una risposta, ma non cancellano il problema.

E mentre il Veneto rischia di perdere pezzi, il disegno autonomista della Lega continua a marciare. Le quattro Regioni che hanno firmato le pre-intese con il governo restano in attesa di una riforma che il ministro Roberto Calderoli non ha intenzione di abbandonare. Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia e Forza Italia, invece, prendono tempo. Sanno che un’accelerazione entro la legislatura potrebbe aprire una nuova frattura politica e istituzionale.

La strada è lunga e tortuosa. Forse serve soprattutto a piantare una bandierina, a dimostrare che la Lega non ha rinunciato alla propria ragione sociale, mentre i sondaggi la collocano ai minimi storici e il partito cerca di arginare l’emorragia di consensi. Meloni non può però depotenziare fino in fondo l’alleato: lasciargli un vuoto significherebbe spalancare la porta ai Vannacciani, pronti a raccogliere una parte dell’elettorato più radicale.

Non più un sogno padano

Nel Veneto autonomista, la secessione non è più un sogno padano. È diventata una questione di bilancio, ospedali e autobus. Il partito che per decenni ha agitato la separazione della Padania, che ha fatto dell’autonomia la propria ragione sociale e oggi pretende di riscrivere i rapporti tra Stato e Regioni, si ritrova con una parte dei suoi territori che vorrebbe riscrivere i confini per andarsene. Non da Roma, stavolta. Da Venezia.

Per approdare a Trieste, dove governa un’altra giunta di centrodestra, ma con il vantaggio dello statuto speciale. È il paradosso di un autonomismo che rischia di diventare un boomerang. Una secessione dalla secessione: il federalismo a convenienza.

Il paradosso finale è ancora più feroce: mentre Calderoli continua a inseguire l’autonomia differenziata e la Lega cerca di piantare la propria bandierina per arginare il crollo dei consensi, il Veneto rischia di perdere comuni, gettito fiscale e dieci milioni di presenze turistiche.

La Regione che vuole trattenere più risorse dallo Stato potrebbe ritrovarsi a perderle per strada, per mano dei suoi stessi cittadini. A questo punto la domanda non è più se l’autonomia differenziata sia un progetto politico. Ma quali sarebbero le conseguenze: il Veneto, che per anni ha chiesto di essere più libero da Roma, scopre che qualcuno vuole essere più libero anche da Venezia.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA