31 Ott, 2026

Crescita ed Europa le risposte necessarie

Nelle piazze italiane si affiancano istanze diverse, Giorgia Meloni è chiamata a tenere la barra dritta su Europa e crescita


A Milano un manifestante raccoglie un grosso sasso e lo butta in un cestino. Non vuole che qualcuno lo usi. In quel gesto c’è una delle due piazze italiane: quella che vuole farsi ascoltare e sa che basterà una vetrina rotta a coprire la sua voce. L’altra, invece, aspetta proprio quella vetrina. Meglio ancora, un incendio, un poliziotto colpito, una carica contro i manifestanti, un ritratto della premier a testa in giù. Serve per raccontare al mondo che l’Europa è finita.

Le due piazze

Dietro la prima piazza ci sono le idee e la rabbia, e anche l’ingenuità e gli eccessi. Ma c’è comunque la vita reale e la salute della democrazia. Dietro la seconda, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto vede la guerra ibrida, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot le narrazioni ostili russe, cinesi, iraniane e dell’universo Maga. Insomma, un’internazionale nera che da Washington si salda con la Russia di Putin. Un fronte che, come inattesa sponda, ha incontrato il “comunislam”, l’alleanza obliqua fra una parte della sinistra anticapitalista europea e i gruppi fondamentalisti musulmani. Agende diverse che finiscono per convergere nell’attacco ad un nemico comune, l’autonomia dell’Unione. Confondere le due piazze è il più grande regalo che si può fare a questo disegno.

Cosa manca nei cortei

Nelle 50 città della mobilitazione di ieri ci sono studenti, lavoratori, famiglie. Come sempre non mancano la demagogia e le teste calde, ma ci sono anche ragioni e diritti. C’è chi studia senza riuscire a immaginare una professione, chi lavora senza potersi permettere una casa, chi vede il suo stipendio saltare in aria, chi teme il precipizio della guerra. Si può non condividere ogni slogan, soprattutto quando la pace viene confusa con la resa degli aggrediti. Si può notare con sgomento l’assenza di bandiere ucraine e di immagini delle donne iraniane oppresse. Ma resta il fatto che una democrazia che tace è spesso una democrazia malata.

Piazze legittime e violenti

A questa piazza il governo non può rispondere con il solo ordine pubblico. Occorrono rinnovi contrattuali che recuperino potere d’acquisto, sostegno agli affitti per studenti e giovani lavoratori, alloggi pubblici inutilizzati restituiti all’uso, borse di studio effettivamente finanziate. E, nelle crisi industriali, percorsi di formazione legati a investimenti e assunzioni, non corsi per dare un nome diverso all’attesa. Si scelgano priorità e coperture, si dicano tempi e destinatari.
L’altra piazza è meno decifrabile. Perché non finisce con un corteo né con una sassaiola contro la polizia. È anche un’immensa platea digitale dove la protesta viene pompata, deformata e rimessa in circolo. Le difficoltà reali diventano la materia prima di un racconto: le società europee non funzionano, la libertà produce disordine, solo l’autoritarismo può garantire sicurezza. Chi scende in strada per un futuro da persona libera rischia di diventare la comparsa di chi vuol negarglielo.

L’Europa da difendere

La risposta a questa piazza deve tenere insieme politica, intelligence e cultura. Indagare su finanziamenti, reti coordinate e possibili infiltrazioni straniere; esigere collaborazione dalle piattaforme; portare gli elementi al controllo parlamentare. Poi, proteggere i manifestanti pacifici e perseguire chi aggredisce, senza trasformare il dissenso in un sospetto collettivo. Soprattutto, spiegare che l’Europa merita di essere difesa perché è la nostra casa e perché permette di dire la propria e rivendicare diritti. Non è poco, in un mondo nel quale una manifestazione, un post o un volto di donna scoperto possono portare alla galera, allo stupro e alla morte.

Dal mondo al nostro cortile il passo è breve. Nel mirino, oggi, c’è anche Giorgia Meloni. Tenere dritta la barra dell’identità e della libertà europea ha un prezzo. Per Meloni, questo significa contraddire Trump e diventare bersaglio di Putin. Ma la scelta deve valere anche dentro la sua maggioranza. Gli amici del giaguaro, al governo, non sono più folklore minoritario. E lo stesso vale per la sinistra che si prepara a contenderle Palazzo Chigi. Non si può chiedere agli italiani di difendere la civiltà europea e poi concedere, al tavolo del Consiglio dei ministri, una sedia a chi vuole disintegrarla.

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